La metamorfosi tra i Nishioka e Kafka

La metamorfosi tra i Nishioka e Kafka

I Nishioka Kyōdai, Satoshi (sceneggiatore) e Chiaki (disegnatrice), sono soggetti rari e anomali nel panorama del fumetto giapponese. Il loro stile grafico e visivo non è solo lontano dagli standard mainstream dei manga, ma è avulso da qualsiasi logica di mercato, molto più vicino all’illustrazione che al fumetto vero e proprio. Le storie e i temi, come dimostrano Il bambino di Dio e Viaggio alla Fine del Mondo (entrambi usciti in Italia per Dynit nella collana Showcase e tradotti da Juan Scassa), ma anche il racconto breve I corvi e la ragazza (scritto e disegnato poco dopo il disastro di Fukushima e pubblicato sull‘Internazionale n.1134 (23 dic 2015/7 gen 2016) con traduzione di Gianluca Coci) sono violenti e viscerali, decisamente non alla portata di un ampio pubblico. Inoltre l’inconsueto e peculiare modo di narrare, senza usare dialoghi ma affidandosi solo alle didascalie, trasporta direttamente dentro la mente dei personaggi che popolano i loro racconti, trascinando spesso il lettore in vortici di pensieri e follie senza via di scampo. Quindi, chi conosce la loro produzione, non si stupirà del fatto che abbiano trasposto a fumetti i racconti più famosi di Kafka, raccolti nel volume Kafka – Classics in comics (sempre pubblicato da Dynit con traduzione di Scassa), avendo in comune con l’autore austriaco una certa atmosfera soffocante e disperata.

Prima di passare all’analisi vera e propria, mi sembra utile fare una premessa sul rapporto tra manga e letteratura con un focus sulle trasposizioni a fumetti. È ampiamente noto quanto numerose siano le trasposizioni da letteratura a manga nel contesto crossmediale e transmediale giapponese. Jaqueline Berndt, studiosa ed esperta nel campo dei manga studies, in un capitolo del suo testo Manga: Medium, Kunst und Material / Manga: Medium, Art and Material, per parlare di questo tema, prende come esempio Delitto e castigo di Dostoevskij e le sue diverse trasposizioni manga, notando quanto esse, pur trasponendo l’opera fedelmente in termini di trama, convoglino spesso i temi di attualità del periodo storico in cui sono state pubblicate. Esse fanno riflettere su quanto ha contribuito la letteratura per i manga, ma allo stesso tempo su come i secondi hanno influenzato la prima. In questo senso è interessante sottolineare il lavoro dei Nishioka che, attraverso il filtro delle opere di Kafka, sembrano voler riflettere su un presente asfissiante e sul collasso dei rapporti umani, oltre che sulle tematiche tipicamente kafkiane.

Per questa analisi ho scelto di concentrarmi sulla trasposizione de La metamorfosi, sicuramente il più famoso racconto di Kafka, ma anche tra i più fertili per lo sviluppo di riflessioni sempre nuove. Per esempio, recentemente, il celebre scrittore Haruki Murakami ha scritto un racconto intitolato Samsa innamorato (contenuto nella raccolta Uomini senza donne) in cui opera un ribaltamento totale della storia di Kafka (e anche del suo senso): il protagonista, un insetto, al suo risveglio si trova trasformato in un essere umano, che nel corso della vicenda scoprirà il proprio nuovo corpo e si innamorerà di una ragazza.

Uno dei punti fondamentali, che più i Nishioka mutuano da Kafka, è l’occultamento dell’animale: Gregor Samsa è un insetto, ma nessuno lo vede nella sua nuova forma, né i personaggi del fumetto, né il lettore. La sua mostruosità, la reificazione della sua alienazione, non è visibile, perché la distanza tra uomo e bestia è diventata incommensurabile. Come scrive Giannetto in Note per una metamorfosi: “la metamorfosi kafkiana segna la fine della parabola di un tema mitopoietico antico che percepiva come naturale la trasformazione uomo-animale”. I Nishioka in questo senso ci pongono di fronte a una stanza completamente buia, di cui solo a tratti scorgiamo l’arredamento, e in questo frangente, la porta della stanza di Gregor, socchiusa o aperta, assume il concetto di “soglia”. La “soglia” è sia ingresso a un mondo ulteriore, un Altrove connotato diversamente dalla realtà, sia limite, confine insuperabile o da non superare, perché la possibilità di esserne risucchiati è fortissima. Gregor trasformato in insetto vive nell’Altrove e non c’è alcuna possibilità che lui possa tornare alla realtà, alla vita normale. Le estenuanti inquadrature frontali sulla porta non fanno che rimarcare questo, riportando alla mente la Zona del film Stalker di Andrej Tarkovskij, solo che di segno opposto: se la Zona può esaudire i desideri più intimi, la stanza di Gregor è un buco nero che li annulla, spezzando la vita.

Il tema del difficile rapporto familiare tra figli e genitori, già presente in Kafka, trova nuova linfa grazie alla rappresentazione dei corpi da parte dei Nishioka: figure aliene, che allontanano la voglia di contatto umano e di empatia e che, come fa notare Juan Scassa su Banana Oil, presentano colli modiglianeschi e occhi completamente neri. Proprio gli occhi credo siano il simbolo di un vuoto pneumatico che accompagna perennemente ogni individuo, l’assenza di pupille sintomo dell’incapacità di vedere oltre il proprio corpo, quasi che l’ego sia bloccato per sempre in una gabbia di pelle (anche questa caratteristica di alcuni dipinti di Modigliani). Gli occhi vuoti riflettono lo sguardo disincantato sulla realtà degli autori, quello che in qualche modo suggeriscono ai lettori dei loro fumetti. Leggendo e rileggendo il fumetto ho ripensato spesso a Un chien andalou di Luis Buñuel, che punta a sconvolgere costantemente lo spettatore, ad aggredirlo visivamente. Su questa strada si colloca tutto il lavoro dei Nishioka, poiché il loro segno, anche quando sottraggono alla vista diversi elementi, diventa un assalto formale, ma frontale, a chi osserva. Anche il modo in cui fanno recitare i personaggi corre su questo binario. Infatti più che a doppi di un reale siamo di fronte a burattini mossi da fili invisibili: essi si muovono a scatti, con gesti improvvisi e meccanici, come se d’un tratto potessero cadere e rompersi al suolo, con la loro pelle di porcellana. La loro espressività è molto limitata e solo i grandi scuotimenti emotivi, come la rabbia o la disperazione, smuovono in qualche modo i loro volti completamente apatici.

Ne Il futuro alle spalle, Hannah Arendt, nota filosofa e saggista autrice del saggio La banalità del male, scrive riguardo a Kafka: “l’effetto originale ed irreale dell’arte narrativa kafkiana trova la sua origine soprattutto nell’interesse per queste nascoste strutture e nel disinteresse per le facciate, per le apparenze e le semplici manifestazioni esteriori del mondo. Perciò è assolutamente sbagliato definire Kafka surrealista. Infatti, mentre il surrealista tenta di presentare come possibili tanti aspetti e punti di vista contraddittori della realtà, Kafka li inventa liberamente, non fidandosi mai della realtà perché a lui non è la realtà che importa, ma la verità. […] Kafka pretende in ogni momento dai suoi lettori questo sforzo di reale immaginazione. Per questo il lettore passivo, educato e formato dal romanzo tradizionale, e la cui unica attività consiste nell’identificarsi in uno dei personaggi, resta deluso da Kafka. Lo stesso vale per il lettore curioso che, deluso della vita, si guarda intorno alla ricerca di un ‘Ersatz’ del mondo in cui possano accadere cose che non avvengono nel suo mondo reale, oppure che cerca istruzione per una semplice sete di sapere. I racconti di Kafka lo deluderanno ancor più della sua propria vita perché non contengono nessun elemento di sogno ad occhi aperti e non offrono consigli, né istruzione o conforto. Solo quel lettore che per una ragione o un’incertezza qualsiasi vada alla ricerca della verità potrà capire qualcosa di Kafka e dei suoi modelli, e gli sarà grato quando, ogni tanto, riuscirà improvvisamente ad intravvedere la vera struttura di fenomeni estremamente banali leggendo una pagina, o una semplice frase, dei suoi racconti”. Parole che possono descrivere anche il lavoro dei Nishioka, che confermano una comunanza ulteriore e definitiva con Kafka e che chiudono così un cerchio metaforico su una coppia di autori totalmente avulsi da qualsiasi struttura/sistema e a tratti anche repellenti per l’attitudine con cui scrivono e disegnano. Il senso di lontananza volontaria, di freddezza e distacco, è sempre reiterato attraverso la rappresentazione di ambienti dalle forme estremamente geometriche che puntano a dare una forte sensazione di bidimensionalità, invece che simulare la tridimensionalità. Si tratta di ambienti gelidi, asettici, da cui la vita è stata espulsa. Non portano il segno di un qualche tipo di utilizzo o di vissuto e gli oggetti che li abitano non sembrano nuovi: sono anche essi alieni/alienanti oppure puramente simbolici e allegorici. Quella che costruiscono i Nishioka è un’architettura anti-razionale e anti-umanistica, unica nella suo fine di essere vera.

I Nishioka non solo si collocano nel solco tracciato da Kafka a livello di temi, contenuti e contesto, ma aggiungono nuove riflessioni grazie al loro approccio grafico, visivo e narrativo alla materia, plasmandola attraverso la loro semi-insondabile visione.