La taverna è sempre aperta

La taverna è sempre aperta

La taverna di mezzanotte (Shin’ya Shokudō, 深夜食堂) di Abe Yarō , manga dal quale è stato tratto una nota serie Netflix, è un fumetto che, già dal primo volume pubblicato da Bao Publishing, mostra tutte le sue caratteristiche, i motivi per cui funziona e per i quali è stato candidato a numerosi premi (vittoria allo Shogakukan nel 2009, secondo posto al Manga Taishō sempre nello stesso anno).

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La trama in breve: il gestore-cuoco di una piccola locanda, aperta solo da mezzanotte alle sette, narra le storie e gli episodi di vita delle persone che frequentano il suo locale. A ogni breve racconto è abbinato un piatto, che il protagonista cucina per i suoi avventori per qualche motivo speciale.
Questa soluzione potrebbe facilmente portare alla mente Gourmet di Taniguchi Jirō, ma in realtà si discosta dal quel tipo di narrazione per un motivo tanto semplice quanto significativo: oltre a voler raccontare la Cucina, vuole raccontare le storie che le ruotano attorno ma soprattutto i legami e i sentimenti che questa genera tra le persone. In questo senso, il richiamo alla nostalgia è molto evidente, tanto che anche quando ci si trova di fronte a un avvenimento tragico di qualche tipo (come una separazione o un decesso) il dramma non viene mai evocato e le emozioni sono sempre sfumate: l’intensità catartica sparisce proprio per lasciar spazio alla nostalgia, alla consapevolezza e all’accettazione della perdita e al successivo ricordo dei momenti felici. Un punto importante è che queste sensazioni, e di conseguenza la nostalgia, vengono condivise dai personaggi, comprese da tutti, quasi si tornasse indietro di sessanta, settant’anni, un periodo in cui, secondo alcuni, esisteva in Giappone un forte senso di comunità e spirito di aggregazione, a differenza del Giappone moderno considerato da questi decadente, tra sfaldamento della famiglia, abbandono della casa natale, calo delle nascite e diversi altri problemi. La nostalgia per l’era Shōwa (1926-1989) è un sentimento diffuso che è stato ultimamente sfruttato dai media e dalle aziende per catturare una determinata fetta di pubblico e vendere un determinato prodotto (due articoli in inglese che parlano del fenomeno qui e qui). Un esempio di questa strategia di marketing è la campagna promossa da Starbucks in Giappone nel 2019, dove attraverso un’attenta riproposizione di vecchi prodotti in una nuova veste, della realizzazione di menù e insegne esteticamente curati e di una grande promozione sui social, l’azienda ha cercato di veicolare determinati valori del passato attraverso il suo business. Un altro esempio è San-Chōme no Yūhi Yūyake no Uta (三丁目の夕日 夕焼けの詩, Sunset on Third Street) di Saigan Ryōhei, manga che prosegue ancora oggi dal 1974 e che è ambientato nel 1958 in una Tōkyō dove tutti cercano di migliorare se stessi così come il Giappone si rialza con forza dal devastante dopoguerra. Dal manga è stato tratto un buon film diretto da Yamazaki Takashi, che spinge in maniera marcata su questo tipo di nostalgia e che ha ricevuto il plauso della critica e del pubblico dando origine a due sequel, che non hanno però la stessa qualità del primo. La taverna di mezzanotte presenta caratteristiche simili e cavalca l’onda di questo modello, facendolo comunque in maniera efficace: non è un caso che sia San-Chōme che La taverna siano entrambi pubblicati da Shogakukan sulla rivista Big Comic Original, segno di una linea editoriale precisa che guarda sia alle tendenze di mercato che all’autorialità.

I disegni, infatti, presentano un segno lontano dalle logiche estetiche del mainstream per configurarsi come qualcosa di più ricercato, meno preciso ma al contempo più studiato, tanto che le anatomie essenzialmente sbagliate e le facce allungate rendono paradossalmente tutto più realistico, mostrando corpi e figure sì sformati, ma rappresentativi della diversità, dove le differenze sono nitide e palesi e nulla sembra essere fatto con lo stampino. Abe lavora in particolar modo sui micromovimenti espressivi dei volti, dovendo concentrarsi quasi sempre sui mezzi busti, e lo fa con un tratto pulito e sottile, che mira alla sintesi e che veicola efficacemente quelle emozioni sommesse precedentemente analizzate. La costruzione delle tavole è rigida (no splash page, numero calcolato di vignette per pagina, spesso di forma quadrata e rettangolare, comunicando così ordine), per favorire una narrazione controllata che non lascia spazio a sussulti, con un montaggio che alterna brevi momenti prolungati, ellissi di stagioni o mesi e qualche raro flashback, mentre le inquadrature si dividono tra mezzi busti dei personaggi, come già accennato, le pietanze, i piedi dei clienti quando entrano nel locale e brevi scorci dell’esterno durante il veloce scorrere del tempo nel passato o nel futuro, costruendo una composizione che si ripete in tutte le storie. Anche l’uso dei retini è misurato, ma d’altronde l’ambientazione principale è l’interno della taverna dove gli sfondi sono due: la parete bianca e lo shoji dell’entrata.

Il difetto di quest’opera è la sua struttura ripetitiva, che da un lato calibra sì la narrazione, ma dall’altro ripropone pressoché la stessa tipologia di trama, le stesse soluzioni grafiche e visive e la stessa atmosfera, risultando alla lunga poco vario e diversificato. Bisogna comunque chiarire che non si tratta un fumetto che punta a stupire il lettore ad ogni pagina con colpi di scena clamorosi, ma accoglierlo in un mondo a sé, quasi isolato dalla realtà, in cui ascoltare storie di vita e ricordi più o meno comuni, facendolo sentire a casa propria.

Molto incisiva è la traduzione di Prisco Oliva: confrontando con l’originale si nota lo sforzo nel rendere non solo le diverse parlate, ma anche i piccoli dettagli e le sfumature della lingua, con diverse scelte davvero azzeccate (a me è piaciuta particolarmente la scelta a pagina 21, rende il linguaggio giovanile in modo perfetto).

Infine bisogna notare che La taverna di mezzanotte è una pubblicazione in linea con la collana Aiken di Bao Publishing, i cui manga hanno certamente contenuti “rassicuranti” e non rivoluzionari, abbinati però ad approcci grafici interessanti e a disegni poco convenzionali (basta leggere titoli come Le anime di Edo e I doni di Edo di Masahara Koichi o Bon no Kuni – Il festival delle lanterne di Sukeracko per accorgersene), che ampliano la visione su un panorama complesso e variegato come quello dei manga. È quindi un buon fumetto, che cattura certe tendenze tematiche e concettuali del presente e propone un lato artistico calibrato e per certi versi inconsueto.