Commento a "Per un'introduzione sugli emaki"

Commento a “Per un’introduzione sugli emaki”

Per un’introduzione sugli emaki di Marco Milone, pubblicato da Mimesis Edizioni, è un libro che viene giustamente presentato come importante nel panorama italiano sulle pubblicazioni che riguardano l’arte giapponese. Gli emakimono, ovvero quelle opere narrative e illustrate, disegnate/illustrate su rotolo, che uniscono testo e immagini, non sono state trattate in Italia nella divulgazione generalista sul Giappone (di più, invece, a livello accademico) e questo libro va sicuramente a coprire uno spazio lasciato colpevolmente vuoto. Per quanto possa apparire un argomento che diverge dal senso di questo blog, in realtà in questa breve analisi cercherò di accennare brevemente al legame tra emaki e manga e sottolineare i punti forti e le criticità del volume che sono emersi dalla lettura.

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Dopo una prefazione di Andrea Fontana (esperto di animazione giapponese, scrittore e sceneggiatore), Milone introduce l’argomento, andando poi a indicare funzione, storia, stili e tecniche di questa forma d’arte. In seguito tratta gli emaki più noti conservatisi fino ai giorni nostri, suddividendoli per periodo storico di produzione, dal periodo Nara (710-794) al periodo Meiji (1868-1912), descrivendoli più o meno brevemente a secondo della loro importanza, delle loro caratteristiche e delle loro qualità. Milone delinea attentamente il comparto grafico dei diversi emaki, mostrando una notevole abilità nella descrizione, soprattutto per quanto concerne la stesura dei colori e la modulazione del tratto, con un riguardo particolare per sul ruolo della narrazione e sul suo valore. Viene infatti ribadito ripetutamente su quanto gli emaki siano un sistema narrativo, oltre che una forma d’arte, presentandoli come antenati dei manga. Non potendo dilungarmi per questioni di tempo e spazio su questo tema davvero molto ampio e che viene esplorato in numerose pubblicazioni accademiche e non solo, rimando alla lettura di tutto quanto scritto da Jaqueline Berndt nei suoi illuminanti saggi e paper sull’argomento, specialmente sul legame tra arte “tradizionalmente” intesa e manga. Un altro punto che viene evidenziato con enfasi è quanto sia fondamentale la presenza del testo negli emaki. La calligrafia in Giappone è un arte (shodō) e all’interno degli emaki è ampiamente sfruttata per arricchire le immagini, non solo attraverso il senso di ciò che è scritto (che spesso è puramente riferimento testuale di ciò che è mostrato), ma anche nella sua bellezza intrinseca, ovvero la fluidità del segno, la distintiva forma dei caratteri e altre singolarità. Il testo diventa quasi illustrazione, complemento necessario per la riuscita di un pezzo d’arte eccellente ed elemento apprezzato dal pubblico e analizzato dalla critica specializzata.

Ciò che non mi ha molto convinto del volume in sé, invece, non riguarda il contenuto quanto la cura editoriale. In primis, non capisco il motivo per cui non è stato usato (in alcuni frangenti è stato usato solo parzialmente) il sistema Hepburn, ovvero il sistema di traslitterazione comunemente usato per trascrivere i suoni dal giapponese, tanto che si nota una certa disomogeneità in alcuni testi. Per esempio l’italianizzazione di “buddha” in “budda”: comune in linea di massima, ma in un testo di questo tipo mi ha lasciato leggermente perplesso, viste altre specificazioni linguistiche molto puntuali. In secondo luogo, ho notato poche contestualizzazioni storiche e terminologiche rispetto alla mole di materiale presente, e ciò mi porta a un’altra considerazione: il libro non sembra essere indirizzato a un pubblico preciso, restando in un limbo tra lo specializzato e il generalista, senza tendere né da un lato né dall’altro, creando a volte qualche paradosso di forma. Forse la scelta di inserire un numero ridotto di immagini fa viaggiare il libro verso un bacino di utenza più ampio, visto che una loro maggiore presenza avrebbe inevitabilmente fatto lievitare il prezzo del volume, andando quindi a inficiare la possibilità d’acquisto; d’altra parte, però, più immagini avrebbero certamente potuto favorire proprio quella fetta di fruitori non avvezzi all’arte giapponese e al suo studio critico.

Un’ultima osservazione riguardo alla bibliografia. Milone impiega solamente due fonti primarie in giapponese, ma riesce a comporre comunque una buona bibliografia, andando soprattutto a inserire le pubblicazioni di Miyeko Murase, storica professoressa e studiosa della Columbia University, autrice di testi fondanti per l’arte giapponese e curatrice di molte mostre negli Stati Uniti.

Per un’introduzione sugli emaki è quindi un libro interessante e dai contenuti dettagliati, ma abbinati una forma e a una cura editoriale non ottimale e non all’altezza degli argomenti trattati, che mi auguro possano essere migliorate in una futura edizione del volume, vista la necessità di avere una pubblicazione di questo tipo e di così ampia portata.