Le onomatopee in Visione d'inferno

Le onomatopee in Visione d’inferno

Riguardo a Visione d’inferno, manga scritto e disegnato da Hino Hideshi, si potrebbero dire tante cose, analizzandolo da tanti punti di vista. Si potrebbe confrontarlo con il racconto di Akutagawa Ryūnosuke intitolato allo stesso modo, trovando i punti di contatto e quelli in cui differiscono e le implicazioni psicologiche che vengono evocate. Oppure si potrebbe leggerlo alla luce della biografia dell’autore, della sua produzione artistica, della sua visione della vita e dell’arte.
Quello che invece mi interessa esaminare il ruolo delle onomatopee nel layout delle pagine, ovvero come vengono impiegate graficamente da Hino.

Il mondo infernale disegnato dall’autore, specchio metaforico del nostro, è un mondo rumoroso, fatto di suoni lancinanti, che spezzano l’aria e l’anima. Ciò che viene mostrato lungo tutte le pagine dell’opera, ciò che quindi si può vedere, sicuramente non lascia indifferenti, ma bisogna notare come a ogni abominevole follia umana sia associato un suono specifico. Il suono assume così la stessa importanza del gesto, resa graficamente dall’uso del font: più aumenta la pazzia e la violenza di un atto, più il font si ingrandisce, aprendo a pagine dove le onomatopee coprono abbondantemente i disegni, a indicare una predominanza del suono sull’immagine, associabile per esempio a quella sensazione di paura data dalla colonna sonora di un film, invece che dalle immagini. In un fumetto questa sensazione è però amplificata, perché il movimento delle immagini e la colonna sonora accadono nella nostra testa: il frastuono straziante di un muro che crolla o i colpi sordi generati dalle botte, accompagnano il lettore in ogni momento, verificandosi continuamente mentale, a volte inconscio, come un’allucinazione uditiva. Nel finale, il fendere dell’ascia nell’aria, che accompagna anche visivamente la lettura dell’intera tavola, colpisce a fondo, emotivamente e concettualmente, proprio perché legato a un suono specifico evocato in maniera sublime, un tappeto sonoro mortale.

Le onomatopee spaccano le pagine in due, intasano il traffico visivo delle tavole, coprono volti e corpi e sono perennemente presenti: il suono diventa il simbolo eterno della violenza, del Male che permea l’uomo e il mondo, immanente negli oggetti, nell’ambiente e nell’anima. Solo due luoghi sembrano essere apparentemente silenziosi, nonostante siano attraversati o popolati da bestie abnormi e deformi, specchio della decadenza: le rotaie dove crescono rose scarlatte (rese con campiture nere che simboleggiano non tanto la fine della bellezza, quanto la sua contaminazione e l’assimilazione in meccanismi vitali malati) e l’abissale fiume infernale, una pozza di oggetti culturali giapponesi e di corpi in rovina, altra metafora del marcio che permea la società. Il silenzio di questi luoghi, oltre a essere illusorio, risulta ancora più inquietante se paragonato al caos armonico che li circonda: l’inferno è un luogo dove anche i morti, senza testa, parlano.

Pagine 172-173.

Vorrei fare due esempi che mi sembrano significativi. Se si prende la doppia splash page alle pagine 172-173, si può vedere una sequenza splendidamente narrata dove ogni suono è fondamentale. Il go (traslitterazione del carattere giapponese rappresentato) ripetuto e progressivamente aumentato di grandezza non sta solo a indicare il semplice rumore della caduta di grossi mattoni, ma il crollo di un universo interiore, il crollo di ogni certezza, il crollo di ogni parvenza di giustificazione razionale. Quello che schiude il crollo del muro è ancora più spaventoso, se possibile, e proprio per questo quel rumore è devastante, fragoroso, imponente sotto tutti i punti di vista, e Hino adotta una soluzione grafica di grande impatto per manifestare l’importanza della sequenza su più livelli di significato.

Pagina 166.

A pagina 166, invece, si notano onomatopee che, disposte in modo da indirizzare lo sguardo e da incorniciare in un ideale triangolo i dialoghi, risultano grandi quanto le figure rappresentate: è chiaro quindi, ribadendolo nuovamente, che i suoni e i personaggi, così accostati, hanno la stessa rilevanza.

L’Inferno creato da Hino si configura così come un mondo dominato dal rumore, dove i suoni sembrano essere protagonisti tanto quanto l’artista maledetto al centro del racconto, generando un’opera che sembra realmente emettere una melodia fatta di suoni mortali, e che si imprime nella mente passando non solo dalla vista, ma anche dall’udito.