Tradurre #3 - Intervista a Andrea Maniscalco

Tradurre #3 – Intervista a Andrea Maniscalco

Quando e come nasce la tua passione per il Giappone?

Così com’è capitato a molti, anche io da bambino passavo gran parte dei miei pomeriggi a guardare i “cartoni animati”. In effetti a quel tempo non avevo neanche idea del fatto che si trattasse per lo più di prodotti giapponesi nonostante le sigle piene di “scritte strane” e di canzoncine “stridule e incomprensibili”, anzi forse non avevo neanche idea di dove o cosa fosse il Giappone.
In seguito Granata Press e Star Comics iniziarono a pubblicare i primi “fumetti” di molti di quei “cartoni” e così, grazie a Kimagure Orange Road / È quasi magia Johnny, Saint Seiya / I cavalieri dello zodiaco e Hokuto no Ken / Ken il guerriero, imparai le parole “manga” e “anime” e iniziai a scoprire la cultura nipponica.
Già da tempo ero appassionato di giochi di parole (palindromi, bisensi, lucchetti, sciarade, anagrammi, etc.) così, leggendo certi manga (soprattutto Calm Breaker pubblicato su Kappa Magazine) rimasi particolarmente colpito da certe battute davvero esilaranti, ma ciò mi proponeva inevitabilmente una domanda: “possibile mai che il medesimo gioco di parole funzioni identicamente sia in italiano sia in giapponese?”. (All’epoca evidentemente non avevo neanche idea di cosa significassero “traduzione” e “adattamento”.)
Quella domanda fu il vero inizio della mia curiosità verso la cultura giapponese: comprai un volume in lingua originale e scoprii che non ne capivo niente; comprai un vocabolario tascabile giapponese-italiano, continuavo a non capirci niente; comprai un compendio tascabile di grammatica giapponese, continuavo a non capirci niente;
iniziai a farmi dare qualche lezione di lingua da alcune persone giapponesi della mia città e qualcosa iniziò a smuoversi, ma soprattutto iniziai a “dimenticare” manga e anime e a restare affascinato dalla lingua giapponese: la sua scrittura, la sua musicalità, la sua logica, etc.
Finito il liceo decisi di iscrivermi all’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale” (all’epoca “Istituto Universitario Orientale”), accantonai del tutto manga e anime (principalmente per carenza di pecunia e di tempo) ed entrai appieno nello studio del Giappone sotto tutti i suoi aspetti.

In quale momento hai capito che studiare giapponese all’università poteva essere la giusta scelta lavorativa per il futuro?

In un certo senso non l’ho mai capito.
Come spiegato prima, il mio studio era motivato principalmente da passione e curiosità personali e quindi intrapresi gli studi accademici con la speranza che, oltre a soddisfarmi intellettivamente, potessero anche servirmi nell’ambito professionale. Già prima della laurea iniziai a insegnare la lingua giapponese presso il liceo Galileo Galilei di Palermo scoprendo così il mio amore per l’insegnamento che dura ancora adesso tra lezioni private, lezioni presso scuole di lingue e lezioni presso l’Università degli Studi di Palermo.
Nel frattempo iniziai anche a ottenere qualche lavoro di traduzione tecnica (manuali di istruzioni e simili) oltre a qualche interpretariato (principalmente di carattere turistico).
L’ingresso nel mondo della traduzione dei manga fu il passo più difficile e lungo: la prima collaborazione arrivò con J-Pop nel 2012 e durò solo due volumi, la seconda arrivò nel 2015 con Goen e fu impegnativa, duratura e poco remunerativa terminando nel 2017, dopo una sessantina di volumi, quando passai a tradurre titoli pubblicati da Star Comics dove la retribuzione era migliore e più puntuale.
Già con Goen avevo raggiunto una certa indipendenza economica che si è consolidata e rafforzata negli anni a seguire, quindi direi che il fatto di potermi mantenere grazie a un lavoro derivante da una passione personale sia un buon indizio di aver effettuato una scelta “giusta”.
Tuttavia non è un lavoro che garantisce grandi stabilità e certezza… ma al giorno d’oggi quale lavoro davvero le garantisce?

Qual è il tuo approccio al lavoro? Come affronti un nuovo manga da tradurre?

Molti sostengono che prima di iniziare una traduzione bisogni leggere tutta l’opera per intero, tuttavia con i manga serializzati spesso questo è impossibile, inoltre sono dell’opinione che tradurre contestualmente alla prima lettura aiuti a trasmettere l’eventuale suspense o comunque il ritmo previsti dall’opera originale. (Chiaramente prima della consegna provvedo sempre a una o due riletture alla ricerca di uno stile gradevole e di refusi.)
Comunque, al di là del “tradurre senza spoiler”, laddove possibile mi procuro eventuali traduzioni già esistenti (anche di trasposizioni anime) per trarne ispirazione, per identificare un trend già consolidato, etc. A ciò si aggiunge anche un gran lavoro di ricerca di altra documentazione riguardo l’opera in lavorazione ed eventuali collegamenti o riferimenti ad altre opere o a fatti storici che l’opera potrebbe includere.
Quanto allo stile di traduzione, sono sicuro che una traduzione letterale sia improponibile, ma personalmente cerco per quanto possibile di tradurre i termini originali in un rapporto “1:1” con l’italiano, chiaramente evitando le varie storture che potrebbero prodursi nella resa nella nostra lingua per via di eventuali differenze culturali (ad es. in giapponese le ripetizioni sono più tollerate che in italiano.)
Questo sistema permette in molti casi di esprimere i medesimi concetti originali (senza aggiungerne e senza toglierne) con un numero di parole abbastanza simile e quindi di non discostarsi troppo dal ritmo originale. Comunque questo discorso meriterebbe un approfondimento maggiore in quanto non può davvero esaurirsi nelle poche frasi che ho speso qui sopra.

Traduci molti shōnen, come Kimetsu no Yaiba e Boku no Hero Academia, che hanno avuto molto successo di pubblico. Pensi che la grande popolarità delle trasposizioni animate di questi manga possa portare i giovani ad avvicinarsi alla lettura?

La mia esperienza passata è stata proprio questa: le versioni animate mi hanno incuriosito a leggere le versioni in carta stampata e ciò mi ha poi aperto un grande orizzonte, non solo sul Giappone in sé, ma sulla cultura mondiale (vista comunque dagli occhi giapponesi).
Comunque può essere vero anche il contrario: l’uno trascina l’altro e in alcuni casi i due elementi sono forse imprescindibili in una specie di rapporto “yin/yang”.
Personalmente non riesco a dare un valore maggiore o minore alle due versioni, neanche nell’ambito dei romanzi e delle loro trasposizioni cinematografiche: si tratta di due mezzi di divulgazione differenti che hanno i propri punti di forza.
Ho tradotto anche il manga Cells at work – Lavori in corpo che ha visto una sua bellissima versione animata e sono ancora indeciso su quale possa essere la versione migliore.
L’unico rammarico è che mi sarebbe piaciuto occuparmi anche della traduzione degli anime di questi titoli…

Hai lavorato alla traduzione e all’adattamento della serie animata Aggretsuko (Netflix), all’interno del team Words In Progress. Come è stata questa esperienza? In che modo la traduzione televisiva si discosta da quella cartacea?

Con loro ho lavorato anche alla traduzione di Rilakkuma and Kaoru, opera animata con protagonista il simpatico orsetto pigrone Rilakkuma, e ci sono altre novità in arrivo.
Le differenze principali sono riguardo l’adattamento e il lavoro in team di traduzione.
Nella traduzione dei manga normalmente l’adattamento è implicitamente affidato al traduttore stesso e la redazione si occupa principalmente di correggere i refusi passati inosservati in fase di rilettura (ne scapperà sempre almeno uno…) e di proporre qualche variazione qua e là in base a determinate necessità stilistiche. Invece nel caso di un anime l’adattamento è affidato principalmente a un adattatore professionista che modificherà (talvolta radicalmente) la traduzione fornita in modo da rispettare i tempi di parlato e il labiale. Talvolta la richiesta anzi è di fornire traduzioni il più possibile letterali, ma ovviamente ogni suggerimento di adattamento prodotto in fase di traduzione è comunque molto ben gradito.
La differenza del “team di traduzione” sta nel fatto che normalmente il lavoro di traduzione di un manga è abbastanza solitario: una volta assegnato un titolo a un traduttore verrà tendenzialmente lasciato sempre alla stessa persona che (salvo qualche eccezione) si confronterà poi solo con chi in redazione si occuperà di rileggere il suo lavoro prima di mandarlo in stampa. Con la traduzione degli anime invece sto sperimentando un vero e proprio lavoro in team: i vari episodi vengono assegnati a differenti traduttori che lavorano in parallelo confrontandosi di continuo prima di consegnare le loro traduzioni all’adattatore che si occuperà dunque anche di limare eventuali difformità stilistiche.
Questo metodo certamente consente di ultimare la traduzione di un’intera opera in tempi brevi, ma credo che sia applicabile solo agli anime dove è comunque già previsto un importante intervento dell’adattatore.

Ci vuole più impegno, passione o una combinazione di entrambi per questo tipo di lavoro? E quanto è importante essere fruitori costanti di manga per farlo al meglio?

Credo che la passione sia imprescindibile da qualunque attività uno voglia svolgere al meglio: una vera passione porta a un vero impegno spontaneo “a ridotto consumo energetico”.
Comunque nel caso della traduzione di anime e manga ritengo che questa passione debba essere soprattutto quella per la lingua e per la cultura giapponesi e solo in secondo luogo quella per anime e manga stessi, dato che in fin dei conti il lavoro ha comunque a che fare con le parole e i concetti e non direttamente coi disegni o altri aspetti di tali opere.
Indubbiamente, comunque, leggere frequentemente manga di vari generi è un punto a favore in quanto aiuta a confrontarsi con vari stili, sia degli autori sia dei traduttori, e a trovarne uno proprio oltre al fatto che spesso i manga tendono a citarsi vicendevolmente.
Mi permetto però di aggiungere che, oltre alla passione, all’impegno, alla bravura, etc. per entrare in questo campo è necessaria anche una buona dose di fortuna…

Quali consigli daresti a chi oggi vuole diventare traduttore dal giapponese?

Il primo ovvio consiglio è quello di raffrontarsi con la lingua giapponese: se manca la passione di cui sopra può essere una lingua veramente ostica da apprendere.
Il secondo consiglio è quello di tradurre molto per se stessi, come esercizio, prima di proporsi a qualunque casa editrice: tradurre, rileggere, farsi rileggere (da amici, parenti, etc.), correggersi, tradurre nuovamente, etc.
Il terzo consiglio è quello di contattare a tappeto tutte le case editrici esistenti e di non demoralizzarsi nel caso in cui si venga ignorati (cosa abbastanza probabile) o nel caso in cui, pur facendo una prova di traduzione, non si venga presi per tradurre: non significa necessariamente “non essere bravi”, ma deve essere sempre uno sprone per migliorarsi e ripensare al mio secondo consiglio.
L’ultimo consiglio è quello di non svendersi anche solo per riuscire a pubblicare un volume: aumentare tariffe già applicate in precedenza è difficile e fare un lavoro che non viene pagato adeguatamente può portare allo spegnimento della passione.