La stirpe della sirena: il confine tra reale e fantastico in due pagine

La stirpe della sirena: il confine tra reale e fantastico in due pagine

La stirpe della sirena (Kaikisen), manga scritto e disegnato da Kon Satoshi, è stato recentemente ripubblicato da Star Comics, dopo un’assenza prolungata dagli scaffali.

La storia racconta di Yosuke, il figlio del sacerdote del villaggio. Il padre di Yosuke vuole portare il progresso nella piccola comunità in cui vivono, sfruttando economicamente un misterioso uovo che secondo le leggende proverebbe dal popolo del mare. Anche il ragazzo nutre dei dubbi sull’esistenza delle sirene e si trova quindi in mezzo allo scontro tra tradizione e innovazione.
Il volume propone tematiche importanti che meritano di essere sviscerate in un’approfondita recensione a parte, ma per ora ho invece deciso di utilizzare lo spazio a disposizione per analizzare due pagine, secondo me estremamente significative, che mostrano l’abilità nella narrazione di Kon e che evocano immediatamente quali saranno i toni e l’atmosfera dell’intera opera.

La prima vignetta, che si estende sulle due pagine, mostra Yosuke e il suo cane con lo sguardo rivolto verso un’isola nascosta dalla foschia e il mare, in parte coperto da essa, in parte ben visibile sulla battigia. Questo denota quell’isola come enigmatica, arcana, quasi irraggiungibile nel modo in cui si staglia all’orizzonte. Poche pagine dopo si viene a scoprire che è un’isola sacra e che nelle sue profondità cela un tempio. Ciò viene quindi subito giustificato in apertura, anche attraverso il linguaggio del corpo di Yosuke, ovvero la postura fissa e le braccia distese lungo i fianchi, in una sorta di annientamento provocato da una visione magica.

La seconda vignetta, seguendo il senso di lettura orientale, mostra con un inquadratura sghemba e semi-decentrata la figura di spalle del protagonista, segnando così il primo sintomo di destabilizzazione della realtà, attraverso una tecnica cinematografica.

La terza vignetta presenta una piccola pozzanghera lasciata dal mare sulla battigia, nella quale si vedono il cielo, Yosuke e un secchio di legno. Questa volta la realtà viene distrutta in favore dell’etereo, visto che Kon contrappone cielo e terra in uno specchio d’acqua, sottolineandone la funzione di luogo d’incontro tra due spazi lontanissimi, preannunciando allo stesso tempo il ricongiungimento tra umano e soprannaturale. Il protagonista viene rappresentato ovviamente ribaltato e quasi di lato, mostrandone la figura solo fino al ginocchio: in questo modo sembra che volteggi nell’aria sopra la pozzanghera, quasi privo del contatto con la materialità, rinforzando il concetto di unione con gli umibito, gli esseri del mare.

La quarta vignetta inquadra i piedi del protagonista, facendo intuire il fatto che lui sia rivolto verso la spiaggia. Il passaggio dalla precedente posizione, quella in cui volgeva lo sguardo verso l’isola, e questa non viene presentato al lettore, quasi come se fosse avvenuto all’improvviso, sconvolgendo quindi l’immagine mentale che si era venuta a creare sulla posizione del corpo e degli altri elementi. Ciò si lega così alla vignetta successiva, in cui un confuso Yosuke sembra domandarsi cosa stia accadendo, un po’ come il lettore, il cui senso di spaesamento riflette quello del protagonista.

Il montaggio delle vignette, in quella specifica sequenza, diventa fondamentale, creando quello scombussolamento necessario per accettare la straordinarietà degli eventi che seguiranno: una premessa espressa senza parole da Kon, grazie a un’enorme consapevolezza dei propri mezzi, che segna l’incipit di un manga ancora oggi di capitale importanza per capire la complessa e stratificata poetica dell’autore giapponese.