Tradurre #1 - Intervista a Paolo La Marca

Tradurre #1 – Intervista a Paolo La Marca

Paolo La Marca nasce nel 1983 a Reggio Calabria. Affascinato dalla cultura nipponica si indirizza verso la storia del manga, recandosi in Giappone e approfondendo l’opera delle principali figure del gekiga. Dopo gli studi diventa docente di lingua e letteratura giapponese presso l’Università degli studi di Catania e insegnante di lingua e cultura giapponese presso l’Università della Calabria e la Scuola Superiore per Mediatori Linguistici di Reggio Calabria. Ha curato le edizioni delle opere di Kamimura Kazuo pubblicate in Italia per J-Pop ed è tra i curatori delle collane Gekiga e Doku per Coconino Press.

 

Quando e come nasce la tua passione per il Giappone?

Come per molti della mia generazione, la passione per il Giappone nasce grazie alle serie animate che guardavo alla Tv. Le seguivo quasi tutte, da quelle trasmesse sulle reti nazionali a quelle sulle reti private. Durante gli anni delle scuole medie, ho iniziato anche a leggere i manga. Ai miei occhi erano completamente diversi da tutti gli altri fumetti che leggevo: non tanto per le diverse tipologie di storie (potevo leggere di tutto, dal thriller alla commedia, dallo storico al melodramma), quanto per la costruzione delle tavole e del flusso narrativo. Era qualcosa di talmente potente da lasciarmi senza parole. Il passo dal manga alla letteratura, poi, è stato brevissimo. Ricordo di aver letto al liceo il mio primo romanzo giapponese. Si trattava di Kitchen di Yoshimoto Banana.

In quale momento hai capito che studiare giapponese all’università poteva essere la giusta scelta lavorativa per il futuro?

Se devo essere sincero, all’inizio non pensavo neanche di iscrivermi a una facoltà di lingue. Avrei voluto studiare giapponese, ma ero tentato anche da architettura e psicologia. Poi, all’improvviso, ho optato per lingue orientali. Durante gli anni del liceo avevo letto e amato il volume Storia del fumetto giapponese di Maria Teresa Orsi e l’idea che avrei potuto averla come docente mi ha aiutato a prendere la fatidica decisione.
Durante gli anni dell’università non ho mai pensato che la lingua giapponese potesse “essere la giusta scelta lavorativa per il mio futuro”. Sarò stato incosciente, ma in quegli anni pensavo solo ad assorbire quanto più possibile dalle lezioni e dagli stimoli legati alla cultura giapponese. Paradossalmente, il mio “lavoro” con la lingua giapponese è iniziato durante il dottorato: è stato proprio in quegli anni che ho capito che il mio “futuro lavorativo” doveva necessariamente avere a che fare con il Giappone. O meglio, lo avevo capito anche prima ma non avevo ancora provato a concretizzare questo desiderio.

Quanto consideri importante lo studio sul posto della lingua, soprattutto per quanto riguarda una lingua “lontana” come il giapponese?

È fondamentale. Non si può tradurre una lingua senza averla vissuta, assaporata e metabolizzata. Il giapponese è una lingua molto complessa e ricchissima di sfumature. Oggi come oggi, non si può pensare di tradurre un manga usando semplicemente un dizionario. Internet ha accorciato le distanze, certo, ma per quanto mi riguarda il rapporto diretto e reale con una lingua rimane alla base di una traduzione. Non dimentichiamoci che il giapponese “da manuale didattico” è distante dal giapponese “colloquiale”. Capirne le differenze è, quindi, essenziale, soprattutto per un medium come il fumetto. Leggendo manga tradotti in italiano, mi capita spesso di intuire – anche da semplici particolari o scelte di traduzione – il grado di familiarità del traduttore con la lingua di partenza.

Qual è il tuo approccio al lavoro? Come affronti un nuovo manga da tradurre?

Da quando ho iniziato la collaborazione con Coconino Press ho la fortuna di selezionare i titoli che traduco. Mi ritengo, quindi, doppiamente fortunato perché non soltanto traduco manga, ma, soprattutto, lavoro alle traduzioni dei fumetti che mi piacciono e che ho scelto personalmente. Ad esempio, La fidanzata di Minami, Utsubora e Il fiume Shinano.
Non so se ho risposto alla tua domanda… però se devo dirti con che stato “affronto un nuovo manga da tradurre” ti rispondere “con gioia” ma anche “con ansia”. Le scadenze sono un incubo!

Ci vuole più impegno, passione o una combinazione di entrambi per questo tipo di lavoro? E quanto è importante essere fruitori costanti di manga per farlo al meglio?

Ci vogliono entrambe le cose per fare bene questo lavoro. O almeno, nel mio caso specifico, è fondamentale che questi due aspetti coesistano. Ci sono alcuni miei colleghi che traducono manga anche senza esserne appassionati. E lo fanno benissimo. Ti dirò, alcuni si sono appassionati ai manga dopo aver iniziato a tradurli. A mio avviso, per fare questo lavoro sono necessari due aspetti: la passione per il fumetto e per la traduzione in generale. Nel caso del fumetto, poi, è necessario avere padronanza dei suoi linguaggi, essere lettori prima che semplici traduttori.

Come è nato l’interesse per Kamimura Kazuo? Quali sono le caratteristiche dell’autore che ti hanno convinto a proporlo a una casa editrice?

Il mio interesse per Kamimura è nato durante gli anni del liceo. Avevo letto il saggio sulla storia del manga della prof.ssa Orsi ed ero rimasto stregato dalle sue considerazioni su Dōsei jidai (L’età della convivenza) e dalle due tavole di Kamimura presenti su quelle pagine.
Nelle opere di Kamimura si respira arte, bellezza, nostalgia, eros, eleganza e profondità. Sono state queste le caratteristiche che mi hanno convinto a proporlo a una casa editrice italiana.
Prima di iniziare la collaborazione con J-Pop (Lady Snowblood; Una gru infreddolita; L’età della convivenza; Lady Snowblood – La rinascita) avevo proposto Kamimura a diversi editore già a partire dal 2012 ma con scarsi risultati. Nessuno sembrava interessato a proporre le sue opere. Non saprei neanche dirti perché. Oggi, invece, Kamimura mi sembra sia una realtà indiscutibile. E di questo, non posso che esserne contento.

Sei uno dei curatori delle collane Gekiga e Doku per Coconino Press. Puoi dire qualche parola sui prossimi titoli che andrai a tradurre?

Ho appena consegnato la traduzione di un manga a cui tengo tantissimo e che si intitola La dote della sposa di Kondō Yōko (dovrebbe uscire a inizio maggio). È sempre una scommessa presentare, per la prima volta, il lavoro di artisti ancora sconosciuti al pubblico italiano. Eppure sono convinto che Kondō Yōko riceverà l’attenzione che merita. La dote della sposa è una raccolta di storie ispirate alle atmosfere degli otogibanashi, le antiche fiabe popolari giapponesi. Troverete di tutto: spiriti della montagna, animali parlanti, villaggi nascosti, storie di amanti separati dal destino, magia e molto altro. Al momento, invece, sto già lavorando a una nuova traduzione: Stop!! Hibari-kun! di Eguchi Hisashi, un spassosissimo shōnen manga pubblicato duranti gli anni d’oro di Shōnen Jump. Sarà il mio primissimo approccio alla commedia e sarà una bella scommessa. Ti confesso che mi sto divertendo tantissimo a tradurlo.

Hai annunciato di essere al lavoro su un libro intitolato Pop Generation. Quali saranno, in linea generale, i contenuti del libro?

Pop Generation (il cui sottotitolo è “La letteratura giapponese ai tempi del cellulare”) è una monografia sui keitai shōsetsu (romanzi per cellulare) ma, più in generale, sui rapporti tra la narrativa contemporanea giapponese con il manga (nello specifico lo shōjo manga), la tecnologia e la musica pop. In copertina ci sarà una bellissima illustrazione di Kamimura che originariamente era stata realizzata per la rivista Young Comic. Il libro dovrebbe uscire a breve.

Quali consigli daresti a chi oggi vuole diventare traduttore dal giapponese?

Prima di tutto leggere. Leggere tanto. Qualsiasi cosa. Studiare tantissimo e soggiornare per lunghi periodi in Giappone. E poi la passione. Se manca la passione, non credo si possa fare molto.

 

Ringrazio Paolo La Marca per la gentilezza e la disponibilità e spero che questo tipo di interviste possano fornire spunti interessanti riguardo ai numerosi satelliti orbitanti intorno al pianeta manga.