Federico Galeotti e Matteo Polloni di Amianto Comics, disegnatori e ideatori di Il Samurai d’acciaio – una storia di Hiroo Onoda insieme ad Alessandro Benassi, sono intervenuti a Lo Spazio Audace – Vignette e caffè a Lucca Comics & Games 2025.

Federico, Matteo, benvenuti! Il Samurai d’acciaio racconta la storia di un personaggio reale, un soldato giapponese rimasto isolato in una giungla delle filippine, per il quale la guerra non finì come per tutti gli altri. Di chi si tratta e come avete lavorato per realizzare il fumetto a lui ispirato?
Matteo Polloni: Sì, il fumetto prende l’avvio da un personaggio storicamente esistito, Hiroo Onoda, e dal fatto che per lui la seconda guerra mondiale non finì nel 1945. All’interno di questa vicenda reale abbiamo inserito elementi di fiction. È la stessa manovra fatta col volume dello scorso anno, La seconda luna, in cui avevamo preso la figura di Buzz Aldrin e ci avevamo lavorato sopra. Hiroo Onoda, che ci intrigava particolarmente, la storia l’abbiamo scritta e soggettata in tre, io, Federico e Alessandro, e nel fumetto io e Federico abbiamo alternato due stili di disegno molto diversi tra loro. Al volume è annesso anche un piccolo diario su cui ha lavorato Giulia Iori dedicato alla figura di Norio Suzuki. Lui è secondario nel Samurai d’Acciaio, ma è la persona che si era messa alla ricerca di Onoda e l’aveva riportato in Giappone con trent’anni di ritardo.
Federico Galeotti: Aggiungo che abbiamo fatto questo volumetto perché la storia di Suzuki ci è sembrata subito un po’ assurda. Dopo aver trovato Onoda, ad esempio, si è dato come obiettivo successivo quello di cercare lo Yeti… ed è morto, spoiler, per una slavina di neve. Il Samurai d’acciaio è un volume bello corposo, con due segni distinti che pian pianino vanno a creare un intreccio.

Quella iniziata con La seconda luna e proseguita con Il Samurai d’acciaio rappresenta l’evoluzione di Amianto Comics, una sorta di nuova espressione artistica con storie corali incentrate su personaggi storici in volumi unici, firmate da voi che avete creato il collettivo. Porterete avanti questa sorta di collana di matrice storica?
F: All’inizio non c’è stata l’idea di pensare a un primo, secondo, terzo, quarto volume di questo genere. Siamo partiti semplicemente incuriositi dall’idea di raccontare una storia che ci unisse tutti e tre. Ricordo un piccolo raduno a casa di Matteo dove avevamo buttato giù delle parole chiave su cui poter lavorare. E ci siamo trovati d’accordo sul raccontare il tema dell’arrivare sempre secondi. Così abbiamo trovato Buzz Aldrin che, anche cercando online, a livello storico è l’eterno secondo. Si trovano anche gli sportivi ma loro hanno quasi sempre una seconda chance, perché dopo una finale di coppa del mondo ce n’è un’altra. Da quel pitch siamo partiti e abbiamo fatto La seconda luna. Un anno dopo eravamo a mangiare al sushi all you can eat, che era la nostra riunione. Io e Matteo avevamo messo dei paletti, volevamo disegnare i robottoni! Eravamo in un periodo un po’ Gundam e Alessandro è passato in mezzo come un treno buttandoci la storia di Onoda. Ci abbiamo ragionato un po’, ci siamo informati, abbiamo guardato il film, la biografia e poi abbiamo intrecciato tutto con il robot. E senza volerlo è nata un po’ una collana, ma non in modo programmato. Però funziona, tutti e due i volumi hanno avuto un bell’approccio col pubblico, anche inaspettato, e ci ha fatto piacere.
M: Riguardo Il Samurai d’acciaio vorrei far notare il sottotitolo che recita non “la” storia ma “una” storia, con l’articolo indeterminato. È dovuto all’inserimento di questi elementi di fiction perché l’evoluzione naturale con Amianto Comics è stata di raccontare alla nostra maniera una storia, partendo da dei concetti. E questi concetti sono espressi, oltre che nelle note biografiche, anche da tutti gli elementi di fiction che abbiamo aggiunto noi. Magari non ci sarebbe piaciuto lavorare su una biografia in senso stretto. Invece gli elementi di fantasia sono quelli che ci aiutano ad andare avanti, a divertirci, a buttarci energie e sviluppare la nostra interpretazione.
Avete già accennato ai differenti stili grafici. Ad esempio si nota che c’è una parte con una predominanza di nero e una parte di bianco. Questa dicotomia ha anche uno scopo narrativo?
M: Sì, ha uno scopo narrativo che si è delineato un po’ in partenza e un po’ mentre ci lavoravamo. Abbiamo deciso di non forzarci più di tanto a livello stilistico, ognuno ha fatto quello che era nelle sue corde. Io personalmente lavoro in genere con matite e pastelli, quindi ho un po’ sofferto col paletto del bianco e nero, però è stata una sfida molto interessante. Ad esempio ho lavorato a colori sugli originali, per esercitarmi sui valori tonali, proprio perché è importante anche ragionare su quello perché poi quando riporti in scale di grigio, se hai lavorato bene c’è una distinzione tra chiari e scuri netta. E Fede ha proseguito, secondo me con un’evoluzione molto interessante, a lavorare con nuovi pennelli con le tonalità super realistiche che lo contraddistinguono. Ha creato un amalgama particolare, in cui ogni sequenza racconta qualcosa di diverso. Se lo volessimo riassumere, possiamo dire che le sequenze di Federico raccontano momenti storici più delineati, mentre io ho realizzato le sequenze più etere e oniriche, per trattare il viaggione mentale di Onoda. La cosa interessante è che, nelle ultime tavole, c’è una fusione fra i nostri due stili, che chiaramente è funzionale a raccontare qualcosa.
F: Sì, le ultime tavole sono particolari. In generale io, col digitale, ho potuto lavorare con uno storyboard lasciando degli spazi vuoti, per poi passare a Matteo che ha riempito le altre vignette. Ma proprio nelle ultime pagine, invece, c’è un intreccio in cui io disegno il robot e Matteo interviene dietro al robot, davanti al robot, come se la parte realistica di Onoda si fosse fusa con la parte onirica. L’unione mia e di Matteo è stata un po’ anche un’unione del personaggio. Un personaggio che vive una specie di bipolarismo – lo dice anche il titolo del fumetto – perché il samurai d’acciaio è il robot, ma è anche lo stesso Onoda. A livello storico lui è davvero l’ultimo samurai del Giappone. È rimasto per ventinove anni a Lubang, convinto che la guerra non fosse finita e finché non fosse arrivato il suo generale a dirgli di rientrare lui sarebbe stato lì. Perfino l’arrivo del padre di Onoda, intervenuto con un megafono per richiamarlo, non è servito, perché lui l’ha pensata come una trappola per farlo uscire dalla giungla. Per Onoda tutto era una trappola, i volantini, la radio che gli hanno dato… ed è rimasto attaccato anche in maniera un po’ folle al giuramento fatto al suo superiore, l’unico che potesse liberarlo. Anche Suzuki deve fare i conti con questo quando trova Onoda, ma non diciamo di più per evitare spoiler. Al ritorno in Giappone, l’accoglienza è stata da eroe, cosa assurda da un certo punto di vista perché lui è rimasto ventinove anni in mezzo al nulla, ha ucciso mi pare 35 filippini per sopravvivenza.
Avete accennato a varie opere che vi hanno ispirato, libri film, musica, riassunti nella bibliografia finale. Quanto è stato impegnativo il lavoro di documentazione?
F: Abbiamo subito scavato dove potevamo. Comunque è una storia abbastanza conosciuta, basta accennare non tanto al nome del protagonista quanto all’uomo rimasto nella giungla e tutti hanno visto una serie tv o ascoltato un podcast in cui viene citato. La bibliografia finale è stata aggiunta da Alessandro per segnalare tutte le fonti da cui abbiamo preso ispirazione, oltre al maggior numero di informazioni possibili da lasciare al lettore, in caso volesse approfondire.
M: Aggiungo una nota personale. Secondo me la base della creatività è la conoscenza. Se io ho elementi che conosco e che posso studiare, dopo ci posso costruire sopra. Questo è stato molto d’aiuto nel pensare la vicenda e i retroscena. E secondo me è molto interessante, tanto che lo abbiamo citato proprio nella bibliografia, anche un altro documentario che ora è in lavorazione con il punto di vista degli abitanti filippini nell’isola dove stava Onoda. Perché in generale, nelle varie altre opere, la figura di Onoda appare sempre con accezione positiva o comunque neutra. C’è sempre un sottotesto quasi di ammirazione mentre in realtà, se la guardiamo con gli occhi di un occidentale del 2025, viene da pensare che fosse un matto che ha ammazzato trenta persone e l’hanno anche graziato. Il libro in sé credo sia importante anche per far ragionare il lettore su cos’è l’onore, cos’è la guerra, cosa può essere giusto o no in una situazione del genere eccetera eccetera. Poi ognuno può arrivare alla sua conclusione, però una cosa fondamentale è quella di rifletterci perché alle volte alcune cose si danno per scontate. Ecco, questa è una cosa molto importante, il fatto che la lettura stimoli una riflessione. La Seconda Luna lo faceva sul tema dell’arrivare secondi mentre Il Samurai d’acciaio è rivolto a temi molto importanti, soprattutto nel periodo storico in cui ci troviamo. Ho anche inserito una riflessione sull’onore dei samurai, e in quella sequenza c’è un samurai a testa in giù… non aggiungo altro.

No, anzi, approfondiamo l’argomento. Nella vostra introduzione fate capire come noi occidentali, della seconda guerra mondiale, conosciamo solo un certo tipo di narrazioni e a volte dimentichiamo che sono morte 60 milioni di persone. Un secondo livello di lettura del vostro fumetto potrebbe essere proprio quello che, parafrasando ad esempio Orwell in 1984, riguarda il serio problema legato alla perdita della memoria storica?
M: Eh sì, è un serio problema. E lo è chiaramente di più al giorno d’oggi, dove siamo bombardati da mille fonti diversi e quando si fa una ricerca non si è nemmeno sicuri che quello che ci arriva sia vero, anche nel caso di fonti ufficiali. Poi, più passa il tempo più si può depositare quella che è una verità, ma magari scavando si può trovare altro. E in questo caso il problema della conoscenza è anche il problema della vicinanza, perché noi della seconda guerra mondiale conosciamo quello che riguarda l’occidente, mentre di tutto versante Pacifico sappiamo quello che ci dice soprattutto la narrativa americana. Sono stati bravissimi a ricostruire e a bombardarci con i loro film, il loro immaginario e la loro concezione. E soprattutto oggi, nella situazione in cui ci troviamo e in cui si trovano gli Stati Uniti, ci può aiutare aprire gli occhi e magari iniziare a rileggere tutti i miti che abbiamo in mente. Miti derivati da una cultura americana che, personalmente, quando ero piccolo davo per scontato. Invece ora, magari, mi dico no, aspetta, questo è il loro punto di vista che hanno scritto e girato in una certa maniera. Prendiamo il caso più eclatante, palese, quello degli Indiani d’America. E questo vale per tanti aspetti, ambienti e teatri di guerra.
F: Onoda all’inizio doveva partire per Pearl Harbor ma poi ci fu un cambio di programma. Ecco, un altro fatto che si può citare è proprio l’attacco del Giappone a Pearl. Per come lo vediamo noi attraverso film eccetera, sembra quasi che gli americani abbiano poi fatto bene a vendicarsi. Però se guardiamo statisticamente e andiamo a vedere le vittime, a Pearl Harbor erano qualche migliaio, mentre nella vendetta americana qualche milione. Ai nostri occhi però i giapponesi sono quelli cattivi e gli americani i vendicatori buoni. Poi ci sono anche altre serie tv come Letters from Iwo Jima di Clint Eastwood, che parlano dell’altro lato. Il discorso comunque non è tanto schierarsi ma contestualizzare anche la parte del Pacifico. È vero che la seconda guerra mondiale sembra quasi “Hitler contro gli altri”, però c’è stata tutta l’altra parte del mondo, da noi un po’ lontana, dove la lotta è stata enorme, dove sì gli americani hanno preso un’imbarcata a Pearl Harbor, ma la loro vendetta è stata non solo con la “V”, ma anche con tutte le altre lettere maiuscole. Insomma, è stato un disastro. Questa nostra storia di Onoda ci si infila in mezzo. Lui doveva partire per Pearl Harbor ma poi viene mandato a Lubang. Fra l’altro Lubang viene bombardata dagli americani, nonostante sia nelle Filippine, solo perché c’erano dei Giapponesi.
L’ultima domanda la stiamo facendo a tutti gli autori che intervengono. Voi usereste mai l’intelligenza artificiale nel vostro lavoro?
M: Si potrebbe aprire un dibattito infinito. Possiamo iniziare un altro talk di un’ora. L’intelligenza artificiale è uno strumento che, per prima cosa, va regolamentato. Poi, chiaramente, quando si parla di fumetto, di creatività e di tavole, serve dell’onestà. Per me uno può anche utilizzarla, al netto del discorso dei diritti d’autore, ma se lo fa dovrebbe dichiararlo in maniera plateale. Personalmente sono innamorato dell’analogico. Io lavoro con le matite e tutto il resto quindi, insomma, sono un po’ della scuola opposta implicitamente. Però, insomma, ognuno ha magari varie modalità di lavoro… la cosa importante è il rispetto del lavoro altrui, dei diritti d’autore e soprattutto aprire un po’ gli occhi sulla situazione, cioè che delle aziende utilizzano database che prendono immagini altrui, non sappiamo come di preciso, e ci lucrano. Ma anche qui possiamo parlarne per ore, sul feudalesimo digitale si apre un mondo…
F: Sono d’accordo. Io da anni ormai sono passato dall’analogico al digitale e uso certi programmi e certi pennelli. Il pennello può essere considerato artificiale? Sì. Ovviamente però l’intelligenza artificiale ti fa tutto il lavoro. Forse però, oggi, può funzionare per un’illustrazione, che può magari imbrogliare. Su una sequenza di tavole secondo me siamo ancora lontani. Più che altro vedo tante pubblicità oggigiorno fatte con l’intelligenza artificiale. Ce n’è una con le dita tutte attaccate… magari un occhio non vigile vede solo il prodotto, e forse è quello che vogliono. Ormai siamo in un limbo… È un po’ come le sigarette elettroniche all’inizio. È tabacco o non è tabacco? Venderlo o non venderlo… e poi arriva lo Stato. C’è una cosa nuova e va un po’ digerita e capita. Però fare fumetti interi con l’intelligenza artificiale è un po’ assurda come cosa. Fare un fumetto, soprattutto per disegnarlo, ti porta via tempo, tempo è denaro. Se lo faccio con un prompt in 20 minuti e oplà, lo mando in stampa, il risultato non sarà mai lo stesso. Da bambino seguivo i disegnatori perché mi piaceva il segno, a volte non seguivo neanche la storia. Il disegnatore lo fa il segno che ha. Poi se siamo tutti omologati e facciamo come Midjourney, tutto tetro, cupo, con la pioggia che sembra di essere in Blade Runner… sono belle, sì… ho visto ultimamente anche le copertine nuove di Stephen King, tutte fatte con AI e sono bellissime… Poi le vai ad analizzare e tante cose non funzionano. Il problema è che c’è l’occhio di chi compra, che magari non si intende di illustrazione e può essere imbrogliato, e poi c’è l’occhio dell’illustratore che invece lo vede subito e può sentirsi tradito. Io, da illustratore e da amante di Stephen King, quelle copertine non le compro. Primo perché ce li ho già con copertine più belle degli anni Ottanta e Novanta, secondo perché tendo a selezionare e quando vedo un prodotto fatto con AI, non lo compro. Si potrebbe anche sforare nel discorso delle carte collezionabili. Adesso ci sono quelle Brainrot in edicola, tutte strane e fatte con l’AI, e fanno venire i brividi… eppure i miei alunni a scuola sono pieni… Si capisce che c’è differenza rispetto a Magic o Pokémon. Lì le illustrazioni sono fatte da dei mostri sacri ed è proprio quello che ha reso bello Magic e Pokémon. Togliere la creatività agli artisti è un po’ una sconfitta, ti abbassi a fare un prodotto di bassa qualità, lo spari subito fuori, si ok sei bravo a farci due soldi… Però non lasci nulla, un’orma, un segno, un seguito. L’AI fa le cose veloci, ma non c’è la passione della creatività e della mano del disegnatore.
Grazie per la disponibilità, Matteo e Federico!

Intervista realizzata il 2 novembre 2025 a Lucca Comics & Games.
Matteo Polloni
Gli piacciono: i fumetti, scrivere, leggere, le immagini, la tipografia, lo studio della composizione, le persone curiose, i profili, le illustrazioni, gli elenchi, il costume del ragno rosso, le conversazioni intelligenti, le forme di comunicazione, i film (e le parentesi). Sopporta mal volentieri molte altre cose, tra cui i paragrafi come questo. Oltre che di fumetti si occcupa di graphic design e tiene un corso semestrale di “layout e tecniche di visualizzazione”.
p.s.: ha nostalgia del mercoledì perché era il giorno in cui da piccolo lo portavano all’edicola e gli regalavano montagne di fumetti.
Federico Galeotti
Nato nel 1989, ha da sempre la passione per il fumetto e la pittura. Dopo aver frequentato l’Accademia di Belle Arti e la Scuola Internazionale di Comics, scrive e disegna per Amianto Comics (co-fondatore). Ha collaborato con Novel comix, Spectre Edizioni, Gonzo Editore e due riviste estere: U-Comix (Germania) e Seriemix (Svezia). Sono tre le Graphic Poetry pubblicate con la collana “Reflusso” edita da Amianto Comics: “I Fiori Del Male: Tedio”, di Charles Baudelaire & “Il Corvo e altre poesie” di E.A.Poe e “William Blake – poesie scelte” di W.Blake. Di ultima realizzazione “L’arte-di-allacciarsi-le-scarpe” edito da Pietre Vive Editore e “1903: Manhunt” edito da Leav Gleason (Canada).
