Eternals: quando gli dei (dal volto umano) camminano nell’MCU

Eternals: quando gli dei (dal volto umano) camminano nell’MCU
Il ventiseiesimo film del Marvel Cinematic Universe sposta lo sguardo verso una nuova e più ambiziosa direzione, offrendo qualcosa di nuovo, almeno in parte.

Eternals_CoverDevo ammettere che, quando Eternals venne annunciato per la prima volta, la mia reazione (e quella di gran parte dei lettori Marvel) fu un misto di sorpresa, molti dubbi e una certa dose di disinteresse per questa scelta. Come già spiegavo qui, il grosso del fascino degli Eterni stava nella visionarietà del progetto originario di Jack Kirby e nella sua volontà di raccontare la genesi del nostro pianeta, in maniera quasi del tutto slegata dal cosmo Marvel dell’epoca. Dall’altro lato, a questi personaggi creati dal Re è difficile affezionarsi e legarsi. Come potevano allora essere protagonisti di un franchising del MCU queste creature austere, divine, le cui storie si intrecciano a quella dell’umanità ma su un piano completamente diverso, la cui magia e potenza sta tutta nell’immaginazione sfrenata di un artista che ha plasmato generazioni di creatori?
Il coinvolgimento di Chloé Zhao, regista di film a basso budget, indipendenti, da Sundance Film Festival (ma in seguito anche da Oscar con Nomadland) ha poi acceso in me una certa attenzione e suscitato ancora più quesiti. Sarebbe stata lei la chiave di volta per dissipare le mie perplessità intorno a quello che sembra essere un capitolo fondamentale dell’universo cinematografico della Casa delle Idee?
Per chi non avesse voglia di leggere la seguente analisi del film, taglio corto e dico subito, in maniera totalmente anti climatica, che all’uscita dalla sala, dopo quasi tre ore di pellicola, ho avuto la sensazione di non aver visto un tipico film Marvel, per contenuti, intento e regia. Non parliamo di un capolavoro del cinema, sia chiaro, ma nemmeno di un film meritevole di stroncature (alcune abbastanza discutibili) già ricevute oltreoceano, soprattutto se confrontata con ben peggiori film dell’MCU: siamo di fronte a un’opera con vari difetti che cerca però di buttare il cuore oltre l’ostacolo per arricchire questo universo di storie con qualcosa di nuovo, facendolo in modo nuovo. Per chi è interessato a qualcosa di più, andate pure avanti: non ci sono spoiler!

C’è un cosmo enorme intorno a noi: come costruire un mito
Eternals si prefigura fin da subito come il film forse più ambizioso tra quelli finora prodotti da Marvel Studios e dal suo demiurgo : si punta a creare una nuova, grande mitologia che, partendo dalla enorme visione di Kirby, la tradisca completamente per sostituirvisi, ponendo nuove basi per un diverso universo in continua espansione, in cui cosmogonia ed epica terrestre si intrecciano e il ruolo del nostro pianeta viene ricontestualizzato e riposizionato. Per farlo si prende tanto tempo, muovendosi avanti e indietro nel corso dell’evoluzione umana, tra passato e presente, da un capo all’altro del mondo, tra Mesopotamia e Stati Uniti. Questo movimento definisce una trama non complessa ma comunque densa di informazioni, condita di alcuni colpi di scena ben piazzati che danno rilievo a personaggi apparentemente statici e arricchiscono il legame tra Eterni e umani, tra loro e il nostro mondo, tra noi e l’universo. Dato il tipo di film, alcune strutture possono apparire piuttosto classiche e standardizzate: ad esempio, la ricostruzione del folto gruppo di Eterni dopo la loro dispersione nel mondo in seguito alla presunta vittoria finale contro gli acerrimi nemici, i Devianti, segue uno schema abbastanza ripetitivo, sebbene necessario, in cui i pezzi si aggiungono via via per arrivare al climax della battaglia finale per molti versi leggermente confusa e confusionaria. Stessa cosa si può dire delle motivazioni che spingono gli Eterni a ribellarsi al loro ruolo, una spiegazione che un po’ banalizza una costruzione emotiva e filosofica per il resto ben impostata.
Resta però la sensazione di grandezza, di forma e contenuti, grazie anche a un tono che risulta molto più serio ed elegante rispetto alle produzioni precedenti della Casa delle Idee; e anche quando concede spazio all’umorismo tassativo dell’MCU lo fa sempre con equilibrio e intelligenza, senza mai sbrodolare nel grottesco. Una via di mezzo tra gli eccessi, su schermo, di ilarità Marvel e di lividezza DC Comics, che potrebbe costituire un’interessante terza via per il genere.

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Lo stile di Chloé Zaho: una sfida tra compromessi e tanto coraggio
La scelta di Chloé Zaho è stato un rischio tanto per i Marvel Studios quanto (se non di più) per la stessa regista. Venendo dal cinema indipendente, avendo prodotto film osannati dalla critica e a budget ridotto, che si fondano su storie fatte di emozioni, dialoghi e paesaggi, il trovarsi a dirigere un film d’azione, confrontandosi con una produzione importante parte di un franchise multimiliardario, ha sicuramente rappresentato una grossa sfida per la regista. E possiamo definirla una sfida vinta a metà.
La scarsa esperienza con questo genere di opere, fatte non solo di introspezione ma anche, e soprattutto, di dinamismo e grande impatto visivo, porta a scene d’azione non sempre riuscite, spesso troppo lunghe, con alcuni momenti particolarmente confusi e una CGI che, viene impiegata in sequenze poco luminose e quindi poco chiare. Lo stesso succede per alcune poco ispirate scene di gruppo o panoramiche dall’alto, che non si discostano molto da ciò che si vede in altri film, oppure nei momenti in cui la CGI deve necessariamente prendere il sopravvento sul resto. A bilanciare questo ci sono però tanti momenti in cui l’occhio di Zaho si libera dei paletti della produzione per offrire il suo sguardo autoriale: campi lunghi sulle distese del South Dakota, immersi in una nebbia contemplativa, inquadrature strette che si spostano da un personaggio all’altro durante dialoghi ricchi di umanità, una telecamera ad altezza personaggi per far sentire il pubblico vicino a loro. Anche la scelta di usare quanto più possibile luce naturale e set dal vero giova ad alcune scene d’azione, come quella nella foresta, in cui i dettagli reali controbilanciano la scarsezza degli effetti speciali, potenziando la brutalità degli scontri.
Ci sono poi momenti in cui la regista attinge anche a una certa estetica snyderiana, in particolare nelle scene con protagonista Ikaris: la sua prima apparizione, in volo e con la luce alle spalle, non può non far venire alla mente il Superman di . In generale, nonostante la solita politica del risparmio sulla CGI tipica dei Marvel studios, l’integrazione tra effetti speciali e riprese dal vivo ha una resa molto migliore rispetto a tutta la seconda parte di Shang Chi e la leggenda dei dieci anelli oppure il terribile finale di .

Le soluzioni di design, come quelle di regia, sono ambivalenti. I personaggi, i loro costumi e la loro attrezzatura si allineano con il minimalismo sci-fi alla Denis Villneuve (e l’astronave Domo è esempio perfetto di questa scelta), non risultando quindi particolarmente memorabili. Va pure peggio per il character design dei Devianti, davvero poco incisivi sul piano visivo, a metà strada tra bestie generiche da videogioco sparatutto e una banale copiatura dei mostri rana del primo , senza però avvicinarsi a quel livello di dettaglio maniacale. Ben più incisivi i Celestiali: lontani da quella potenza statuaria con cui li aveva immaginati Kirby, la loro maestosità si impone con forme più contemporanee, che ricordano i mecha giapponesi, in particolare quelli di Neon Genesis Anche la rappresentazione dei poteri dei personaggi ha qualche guizzo molto interessante, soprattutto quando a combattere sono Sersi e Makkari, la cui supervelocità è resa in maniera diversa e più convincente del suo contraltare in casa DC, limitando abusi di slow motion.

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Al cuore di tutto, i personaggi: quando gli dei si fanno uomini
L’importanza di aver scelto Chloé Zaho e il suo sguardo registico sta tutta nella definizione dell’elemento migliore del film, ovvero i personaggi. La storia del cinema è piena di film corali non riusciti, in cui non si riesce a raggiungere un equilibrio nel caratterizzare ogni figura con la stessa forza: senza spostarsi troppo dal genere, basta pensare al pessimo lavoro fatto in nel creare un gruppo di supereroi per nulla affiatato, avvincente e coinvolgente. E non era facile farlo proprio con gli Eterni, personaggi dalla natura ostica, troppo alieni per poter entrare in risonanza con il pubblico. Eppure la sensibilità di Zaho, la sua volontà di prendersi tutto il tempo per indugiare su ognuno di loro, le fa compiere un’impresa non da poco, quella di parlare di umanità, diversità e inclusività attraverso delle semi-divinità. Pur facendo percepire allo spettatore con grande efficacia la natura (e anche il peso) di una vita millenaria, ogni Eterno è definito per incarnare il meglio e il peggio di esseri piccoli e finiti come siamo noi umani: il senso di responsabilità che attanaglia Ikaris, la necessità di un contatto con gli altri di Sprite, i dubbi e l’empatia di Sersi, lo spirito di sacrificio di Phastos, l’amore e la generosità di Gilgamesh. Anche se permeato in alcuni passaggi dalla retorica (spesso abusata) che riguarda la riflessione sul senso più profondo di famiglia e della autorderminazione al di là del ruolo che ci è affidato, il film riesce a far affezionare a ogni personaggio, parlando delle loro sofferenze, privazioni, dubbi e tradimenti, ma anche dei loro amori e delle loro lotte; si riesce inoltre a parlare di inclusività senza sventolare manifesti programmatici in faccia allo spettatore, ma semplicemente presentando i personaggi per quello che sono, rappresentando diverse etnie (scelta logica, vista la natura e la storia di questi dei), diversi orientamenti sessuali con estrema naturalezza e tatto.

 Quasi tutti gli attori di un cast azzeccato e ben assortito riescono a dare credibilità ai propri personaggi, in particolare nel ruolo dello statuario ma tormentato Ikaris, il sempre bravo e leggeremente inquietante Barry Keoghan nei panni di un Druig rivoluzionario, e in quelli di un Phastos che più di tutti, e più inaspettatamente, si lega agli esseri umani, regalando al film alcuni dei momenti più divertenti ma anche più toccanti. Anche Kumail Nanjiani, qui interprete di un Kingo che diventa la necessaria (per la Disney) figura comica del film, ha momenti di breve ma ben definita intensità; mentre i due pezzi grossi del cast, vale a dire nei panni di Ajak e in quelli di Thena, risultano riusciti a metà: se la prima ha un ruolo chiave e un carisma da guida che però a volte sfocia troppo in espressioni da madre benevola, la seconda, pur avendo un certo spazio e scene drammatiche, offre un’interpretazione poco espressiva e ispirata. Stessa sorte tocca a Kit Harington, ma il suo ruolo nei panni di Dane Withman avrà modo di essere approfondito in altri film.
Unica delusione vera sul lato dei personaggi è quella dei Devianti, la cui caratterizzazione è meramente funzionale alla trama e mai approfondita: una pecca però comprensibile, vista la grande quantità di carne messa sul fuoco.
In generale, al di là dei singoli personaggi, ciò che è ben costruito è il rapporto che lega gli uni agli altri e l’evoluzione di questi legami. E il punto finale di questo percorso sta tutto nelle mani e nello sguardo della personificazione di questo cambiamento, ovvero la Sersi interpretata da Gemma Chan: in quello sguardo e in quelle mani pronte ad accarezzare, accettare e perdonare ritroviamo tutta l’empatia che fanno di un dio un uomo.

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Ed è proprio con questo messaggio che Eternals riesce, sorprendentemente, a emergere con personalità dal mare magnum della produzione cinematografica Marvel, parlando di eventi cosmicamente imponenti ma anche di sentimenti preziosamente umani, prendendosi cura dei propri personaggi pur non trascurando la continuity cinematografica del progetto di Feige (con due scene post trailer che sanno prendere per la gola, come sempre, i fan più irriducibili dei fumetti e fanno esclamare “questi matti l’hanno fatto un’altra volta!”). E pur non essendo sicuri che questa possa essere effettivamente la nuova strada del Marvel Cinematic Universe, ma magari solamente una deviazione con i suoi dossi e le sue salite, per adesso possiamo goderci questo viaggio insperato e inaspettatamente bello.

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