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Il vagabondo del manga: il viaggio zen di Igort

Nel secondo dei suoi Quaderni giapponesi Igort si prepara a un viaggio senza meta alla ricerca della bellezza e della contemplazione.

“Avevo imparato dai cinesi che i libri si possono leggere in due modi. Alla ricerca di un senso, e allora leggi seguendo l’ordine chiaro, quello dell’impaginazione. Oppure alla ricerca dell’ordine segreto. E allora apri a caso il libro e cerchi di capire il significato nascosto attraverso le parole che per prime colpiscono i tuoi occhi.
“La realtà ci attraversa a ogni istante con fiumi di significato, segreti ai più. Per leggerli chiudi gli occhi, chi li tiene aperti in realtà dorme”.

Il vagabondo del manga: il viaggio zen di IgortÈ questo lo spirito con cui, attraverso l’invito di , occorrerebbe approcciare i suoi secondi Quaderni giapponesi (Il vagabondo del manga).
In questo potpourri di vita, che ha caratteristiche comuni con alcune classiche forme diaristiche fra cui lo zibaldone, il reportage e il memoir, Igort riesce a infondere un’anima, un indefinibile alone spirituale che permea tutte le pagine del racconto.

Rispetto al precedente diario ciò che spicca è in effetti la crescita interiore dell’autore, che è andata di pari passo col suo viaggiare impreparato.
Fra le pagine di questo quaderno – una sapiente mistura di minuziosi e delicati disegni assieme a pensieri e fotografie che si incastonano alla perfezione nella narrazione – si respira la vera essenza dell’estetica giapponese, dallo zen all’arte dell’haiku, dall’ukiyo-e sino allo Studio Ghibli.

Il viaggio come contemplazione e silenziosa partecipazione

Sull’esempio del poeta Matsuo Bashō, Igort intraprende un viaggio in Giappone assolutamente privo di scopo, se non quello della contemplazione e ricerca interiore.
Il vagabondo del manga: il viaggio zen di IgortÈ proprio l’haiku forse la forma espressiva più compiuta dello zen e di quell’estetica del vuoto tipica giapponese: nell’haiku infatti sono preponderanti le caratteristiche dell’asimmetria e della discontinuità.

Dove per asimmetria si intende quella assenza di scopo e conclusione, oltre a una tendenza all’irregolarità che non è caos, ma equilibrio interno, per evitare di imbrigliare le immagini, riportandole alla loro misura di molteplicità e vastità.
Il concetto di asimmetria è a sua volta legato a un altro dei pilastri dello zen, wabi-sabi, la bellezza e la serenità nell’imperfezione, nel silenzio e nelle cose semplici e povere, oltre alla comprensione dell’impermanenza e transitorietà del tutto.

È a questi concetti che Igort lega il suo vagabondare, un ozio disinteressato che non mira al raggiungimento di un fine materiale, ma che è espressione di se stessi e del legame con la natura, in perfetta sintonia col pensiero di maestri come Yoshida Kenkō e del suo Tsurezuregusa o delle riflessioni sull’ozio di Jun’ichirō Tanizaki.

Ostracismo del senso e dominio della sensazione

Il concetto di discontinuità è invece forse più complesso, ed è il necessario fondamento per comprendere l’essenza di questo viaggio.
L’haiku, componimento in tre versi, è un atto mistico, in cui due immagini che non hanno legame fra loro, vengono al fine unite da un guizzo, da una sorta di epifania, che non costituisce un legame logico, ma una illuminazione data dalla contemplazione.
In questo senso l’haiku è stato definito anti-sillogismo, perché dalle sue premesse non deriva una conseguenza rigorosamente logica, ma un moto dell’animo.

Il vagabondo del manga: il viaggio zen di IgortLa discontinuità è dunque essenza dell’haiku e dello zen in genere: i silenzi, il nulla materiale e logico fra un verso e l’altro non sono altro che gli spazi vuoti tipici di tutta l’arte zen.
È proprio a questo punto che Igort innesta le sue visioni, in un racconto che è appunto discontinuo, non lineare, e che proprio per questo andrebbe letto, come suggerito inizialmente, sovvertendone l’ordine, un ordine che è forse meramente tipografico e non di certo necessario.
In questo diario tutto è contingenza, fluttuante leggerezza.

Igort non mira a far passare un messaggio morale o un’analisi totalizzante, ma aspira a suscitare delle sensazioni, delle illuminazioni che permettano di incontrarsi in quel luogo mistico che solo i veri viaggiatori sono in grado di cogliere: Yugen è quel “luogo”, la zona ombrosa, il mistero che però non è impenetrabile, ma necessita una predisposizione d’animo per cogliere il fascino dell’inspiegabilità delle cose.

Con il metodo del fumetto, anch’esso costituito dall’alternanza di pieni e vuoti, Igort abbraccia la frammentarietà. Lo scopo non è quello di raggiungere un quadro d’insieme per definire la sua esperienza, ma suggerire visioni attraverso un prisma di cocci imperfetti e ben levigati.

Vuoto come apertura e condivisione e non nichilismo

Il vagabondo del manga: il viaggio zen di IgortMu, lo spazio vuoto dello zen, dato dalla giustapposizione di elementi o immagini senza un collegamento tangibile (proprio come nell’haiku e nel fumetto), è necessario a suscitare una sensazione effimera, inspiegabile, che prepara l’animo del lettore/spettatore.
Ciò a cui mira Igort è dunque un personale vuoto interiore, che non è però autoannullamento, ma predisposizione all’apertura.

Dopo aver reso la propria anima un candido velo bianco, il viaggiatore è totalmente aperto all’ambiente esterno, è tutt’uno con esso, ed è pronto a coglierne la sua totalizzante bellezza e a lasciar riempire quello spazio interiore liberato. È privo di forma come l’acqua, si adatta a tutto, non ha limiti, e vive ogni esperienza con la gioia di un bambino.

Questa operazione non può essere frutto di passaggi meccanici, ma di certo la poesia, anche grafica, è uno dei mezzi più efficaci per riportare il lettore a tali sensazioni, rendendolo partecipe assieme all’autore.
È per questo che il diario non ha una vera e univoca narrazione, il tempo sembra immobile, sospeso, ma le immagini sono brevi come lampi che durano per qualche pagina. Le riflessioni dell’autore sono misurate, attraverso un uso spesso simbolico della parola e delle immagini che divengono tangibili, un linguaggio dell’interiorità impregnato dalla poesia del mono no aware tipico del monogatari: la nostalgia per il tempo che passa e per la bellezza delicata e transitoria del Tutto.

All’interno di questi episodi, fra l’apprezzamento di cose semplici come un bagno termale, la produzione artigiana della carta giapponese, una chiacchierata con un vecchio amico, lo stupore di fronte alle bellezze della natura, Igort riesce a riflettere su problemi universali, come quello della valenza simbolica e materiale della bomba atomica (con le sue conseguenze), ma si dimostra anche un osservatore estremamente attento alla contemporaneità, riportando fenomeni come quello degli hikikomori, del superlavoro e dell’alienazione imperante nella società giapponese, misurandoli con proprie esperienze personali.

Il vagabondo del manga: il viaggio zen di Igort

Alternate alle digressioni diaristiche, Igort dimostra poi una cura quasi paterna nei confronti delle sue tavole, con ampie splash page in cui si alternano le più svariate tecniche di disegno, e su cui le tinte acquose hanno un ruolo preponderante.
I riferimenti grafici sono molteplici, dagli ambienti magici di Hayao Miyazaki e Isao Takahata, sino all’ukiyo-e e alla tradizione degli yōkai di Shigeru Mizuki.

La scelta dei colori è anch’essa frutto di studio certosino, con tonalità avvolgenti su cui sembra prevalere un delicato verde smeraldo. La narrazione è poi in alcuni passaggi affidata all’uso di splendide fotografie e vecchie cartoline che sostituiscono in tutto e per tutto le vignette.

Il vagabondo del manga è dunque un diario prezioso che accompagna il lettore nella scoperta dell’estetica e bellezza giapponese, delle sue tradizioni e sfide contemporanee, ma che riesce al contempo a scavare nell’anima di chi legge e ad infondere sensazioni di quiete e partecipata contemplazione.

Abbiamo parlato di:
Quaderni giapponesi – Il vagabondo del manga
Igort
, novembre 2017
184 pagine, brossurato, colori – 20,00 €
ISBN: 9788894242775

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