Diversity Matters - Dalla Doom Patrol ai Champions passando per la Milestone

Diversity Matters – Dalla Doom Patrol ai Champions passando per la Milestone

All’ultimo New York ComiCon Jim Lee ha annunciato la nuova linea editoriale “Earth M” ovvero il tanto atteso ritorno dei personaggi della Milestone in seno alla DC Comics. La Milestone Media è stata una compagnia dalla vita breve ma che ha segnato un punto di svolta molto importante nella storia del fumetto supereroistico americano.

Qual è il ruolo che questa casa editrice ha ricoperto nel nostro medium preferito e quali conseguenze ha portato? La prenderò molto alla larga.

Nel Giugno del 1963 esce negli Stati Uniti My Greatest Adventure #80 nel quale il team artistico composto da Arnold Drake, Bob Haney e Bruno Premiani dà vita alla prima avventura della Doom Patrol: quelli che vengono etichettati come i “World’s Strangest Heroes” sono probabilmente il primo tentativo dell’industria del fumetto supereroistico di affrontare il tema della diversità. A riprova del fatto che questo tema sia sempre più urgente nella società statunitense pochi mesi dopo, a settembre, Stan Lee e Jack Kirby portano nelle edicole americane il primo numero di Uncanny X-Men nel quale vediamo la nascita del gruppo di supereroi invisi alle masse in quanto diversi.

Bisogna tenere conto che in questi anni il mondo del fumetto supereroistico statunitense ha un orientamento sociale preciso e ristretto: i fumetti sono realizzati da maschi bianchi, indirizzati ad adolescenti bianchi e, sebbene le eccezioni di lusso (vedi Wonder Woman) non manchino, il necessario processo di identificazione richiede una presenza maggioritaria di eroi maschi bianchi. È comprensibile quindi che per trattare, per quanto superficialmente e teatralmente, il tema della diversità si ricorra a delle metafore: ecco quindi i mutanti, gli uomini robot e una sfilza di freak odiati da coloro che sono chiamati a proteggere.

Col passare del tempo Lee, Kirby e molti altri si rendono conto che una buona parte del loro pubblico è costituito da ragazzi appartenenti alle più disparate minoranze etniche che necessitavano di personaggi con i quali identificarsi. Fu così che nel 1966, sulle pagine di Fantastic Four #52 nasce Pantera Nera, al secolo T’Challa principe della fittizia nazione di Wakanda.

Questo primo tentativo è tanto epocale quanto timido: nonostante il significativo impatto educativo (vedere un nero ricoprire una posizione di potere è inusuale e rivoluzionario per la società statunitense degli anni ’60) il sovrano di una inesistente nazione lontana non è un personaggio con cui i giovani di Harlem possono relazionarsi in maniera efficace. A Black Panther fanno poi seguito altri tentativi più o meno riusciti (Falcon, Luke Cage, John Stewart, Black Racer) ma il primo vero successo in questo senso arriva dagli X-Men.

Con l’uscita di Giant Size X-Men #1 Len Wein fa piazza pulita del vecchio gruppo e ne assembla uno totalmente nuovo e multietnico, la diversità non è più una metafora ma è realtà (per quanto possa essere “realtà” un fumetto di supereroi). Da qui in poi, per tutti gli anni ’80 e parte del ’90 Chris Claremont mette al centro della sua “soap-opera in salsa action” il tema dell’accettazione del diverso rendendo Uncanny X-Men la testata più venduta di tutto il Marvel Universe e del fumetto mainstream USA.

A questo punto il “gioco” si rompe.
Il successo delle superstar del disegno (Jim Lee, Rob Liefeld, Marc Silvestri) che lavorano alle testate mutanti fa sì che il minuzioso lavoro di caratterizzazione di Claremont passi in secondo piano finendo schiacciato sempre di più dall’azione e dalle trame sempre più autoreferenziali che bloccano i vari personaggi all’interno di stereotipi di sé stessi. In pratica si mantiene il lavoro “di superficie” senza tener conto dell’approfondimento psicologico e sociale fatto dallo scrittore inglese.
Allo stesso tempo quest’uso della metafora sembra non essere più sufficiente a rappresentare le necessità di una società sempre più cosciente delle differenti identità etniche e culturali che la compongono. Gli stessi autori appartenenti a minoranze etniche rivendicano con sempre più forza i propri diritti e contemporaneamente spingono perché il fumetto si affranchi dalla rappresentazione monoidentitaria WASP (White Anglo Saxon Protestant).

È così che nel 1993 un nutrito gruppo di scrittori e disegnatori afroamericani, Dwayne McDuffie, Denys Cowan, Michael Davis, Christopher Priest e Derek T. Dingle, si lancia nell’avventura della Milestone Media con il dichiarato scopo di dare il giusto spazio alle minoranze etniche all’interno del fumetto popolare americano finora scarsamente rappresentate.
Si vogliono creare personaggi di colore scritti e disegnati da autori di colore (anche questi sottorappresentati nel mondo dell’editoria statunitense).
Il progetto è ambizioso e trova l’appoggio della DC Comics con la quale viene raggiunto un accordo di partnership, McDuffie e soci mantengono un assoluto controllo creativo sulle proprie creature e dei relativi diritti mentre la casa editrice di Batman si occupa solo della pubblicazione e distribuzione dei fumetti in cambio di una percentuale sulle vendite.


Debuttano così Hardware, Icon, Blood Syndicate e Static, quattro serie ambientate nella città fittizia di Dakota incentrate su supereroi di colore scritti da autori di colore. Pur rimanendo nell’ambito supereroistico i fumetti Milestone si distinguono per il taglio più crudo, figlio anche della moda grim’n’gritty del periodo, e per argomenti trattati che in un paio di occasioni hanno messo in difficoltà il rapporto tra la società e la DC Comics. Per capire quanto sia arduo questo processo di integrazione, anche al livello di puro entertainment, basti sapere che la Milestone fu aspramente criticata da diverse figure dell’editoria indipendente per essere scesa a compromessi con degli editori bianchi che, a loro dire, avevano come unico scopo quello di danneggiare gli editori neri.
Ad aggravare la situazione concorse anche la percezione comune che la Milestone facesse “fumetti per neri”, pregiudizio che finì per alienarle una grossa fetta di potenziali lettori: molte fumetterie infatti evitavano accuratamente di ordinare Icon & Co in quanto ritenevano i supereroi classici maggiormente adeguati alla propria clientela.
Nei suoi cinque anni di vita la Milestone ha avuto il merito dare visibilità ad autori del calibro di John Paul Leon, Christopher Sotomayor, Shawn Martinbrough, Tommy Lee Edwards, Prentis Rollins, J.H. Williams III, Humberto Ramos e molti altri che hanno poi influito significativamente all’evoluzione del fumetto supereroistico portando a galla l’esigenza di una maggior rappresentatività dello stesso nei confronti della società multietnica statunitense.

Questa influenza si è tradotta, ai giorni nostri, in una proposta editoriale più cosciente della “ricchezza della diversità” con una maggior attenzione nella rappresentazione dei personaggi femminili o appartenenti a minoranze etniche. Il caso più evidente è quello dei “nuovi” supereroi Marvel chiamati negli anni più recenti a sostituire le loro controparti classiche: Kamala Kahn, Miles Morales, Riri Williams, Sam Alexander, Sam Wilson e Jane Foster hanno rimpiazzato Ms Marvel, Spider-man, Iron Man, Nova, Capitan America e Thor. Ovviamente ci sono casi in cui questa sostituzione ha generato prodotti non proprio convincenti ma ha dato vita anche ad opere di assoluta qualità come la Ms. Marvel di G. Willow Wilson (QUI un bel pezzo di Emilio Cirri che vi consiglio caldamente) che offre un magnifico spaccato della comunità musulmana del New Jersey. La più recente incarnazione dei Champions, che vede i supereroi “teen” uniti in un unico gruppo, porta avanti il concetto di gruppo multietnico introdotto dagli X-Men di Claremont unito a una malcelata critica all’autoreferenzialità del più recente fumetto supereroistico.

Anche qui il passaggio non è avvenuto senza scossoni o proteste dei fan che poco hanno gradito la sostituzione dei personaggi da loro tanto amati tanto da costringere la “Casa delle Idee” a un parziale passo indietro. Sebbene la scelta radicale della Marvel Comics possa prestare il fianco a delle critiche legittime (“perché sostituire dei personaggi amati dal pubblico invece di crearne di nuovi?”) è innegabile che portare avanti il “discorso della diversità” sia fondamentale sia da un punto di vista etico – è giusto che tutti abbiano una propria voce all’interno del mondo dell’entertainment – che da un punto di vista più banalmente commerciale.
Ci sono intere categorie di persone ignorate dai comics mainstream che a loro volta ignorano i comics mainstream, ed è una cosa che ha davvero poco senso.