L'Azione nei fumetti d'azione - Superman #20

L’Azione nei fumetti d’azione – Superman #20

Uno degli elementi più bistrattati del fumetto supereroistico è quello dello Slugfest (o se preferite la scazzottata): ovvero quel segmento – che può anche occupare tutte le 22 pagine di uno spillato USA –  in cui i buoni si picchiano con i cattivi, o con altri buoni, che è immancabile in un qualunque albo di supereroi che si rispetti.
Paradossalmente quello che di fatto è il tratto distintivo del genere è spesso il suo più grosso nemico nell’affermazione sia da un punto di vista culturale che di credibilità: quante volte realmente nella nostra vita ci è capitato di poter risolvere un problema tirando due pugni? Quante volte invece gli stessi pugni ci hanno messo nei guai?

A conti fatti la dinamica caratteristica del fumetto supereroistico, quello dello scontro risolutivo, è anche la più irreale. Ancor più dei superpoteri stessi. E la conseguenza di questa irrealtà, di questo approccio adolescenziale al problem solving, è che le sequenze di lotta godono di un riguardo inferiore, nella considerazione di lettori e critica, rispetto a altre ritenute “più mature” come quelle introspettive o di dialogo. Resta il fatto che un fumetto senza supertizi che si predono a superpizze in faccia difficilmente può essere catalogato come “supereroistico”
[Nota: sì, lo so ci sono dozzine di eccezioni e meccaniche editoriali che esulano da questo discorso ma l’essenza del fumetto di supereroi resta comunque quella]

La costruzione si una sequenza di lotta è però tutt’altro che semplice: già abbiamo parlato della resa del movimento in un medium statico come il fumetto e di alcune delle soluzioni adottate (nello specifico da Carmine Di Giandomenico su Flash), vediamo ora come si destreggia Ivan Reis con il supereroe per antonomasia: Superman.

Chiunque legga questa tavola, indipendentemente da quanto sia addentro al linguaggio fumetto, riuscirà a percepirne il movimento e la fisicità nonostante questa, in termini puramente materiali, non sia fisicamente diversa dalle altre (carta, china, colori…): Reis riesce in qualche modo a farci percepire la potenza del pugno di Superman e la successiva fatica nello scontro.
Cerchiamo di capire come.

Sbilanciamento

Nella percezione di ognuno di noi il concetto di stabilità è strettamente collegato a quello di orizzontalità, il terreno su cui poggiamo i piedi è piano e orizzontale e con esso tutti gli oggetti che utilizziamo e che valutiamo in base alla loro stabilità: letti, tavoli, sedie. Il mare quando “è piatto” è calmo e così via…
Va da sé che qualcosa che non sia perfettamente orizzontale introduce una situazione di instabilità, tensiva, che ci mette a disagio in una qualche misura. Lo spazio bianco che taglia in due diagonalmente la spread page serve a indurre in chi legge uno stato di allerta, di preparazione al caos, alla non-calma.

Dove va l’occhio

Reis gioca anche con l’occhio del lettore e fa muovere i suoi personaggi tenendo conto del senso di lettura della pagina,
Nella prima vignetta l’azione di Superman (freccia blu) segue il movimento, da sinistra verso destra, dell’occhio del lettore (freccia rossa): in questo modo quest’ultimo percepirà una naturalezza nel fluire degli eventi, visto che l’azione della pagina coincide con quella dei propri occhi,  che asseconda l’intenzione della vignetta. Superman dà un pugno Mongul e questo cade a terra: un movimento naturale in cui nessuna fatica viene percepita (se non dalla mandibola di Mongul ma NON è con lui che dobbiamo identificarci e non è lui il personaggio per cui “tifare”).
Nelle vignette successive però subentra una difficoltà, suggerita anche dalle parole di Superman nelle didascalie: per quanto il nostro eroe picchi forte il cattivo non soccombe.
Qui Reis posiziona Supes sulla destra facendolo muovere contro il senso di lettura mentre Mongul si muove verso destra: rende così partecipi i lettori della difficoltà vissuta dal protagonista contro un avversario che ci appare di conseguenza naturalmente inesorabile.

Una questione di spazio

Un effetto secondario, e voluto, della prima vignetta diagonale è quello di creare due progressioni di spazio differenti: la prima vignetta si apre guadagnando spazio verso destra e contribuendo a dare maggior respiro all’azione dell’eroe mentre le vignette successive si stringono progressivamente restituendo sempre più un’atmosfera claustrofobica, opprimente, che sottolinea la “fatica” già espressa nei modi sopra elencati.

Non basta quindi disegnare due tipi che si prendono a pugni per intrattenere il lettore, neanche quello più beceramente adolescente che non cerca approfondimenti di sorta ma vuole solo dei “fumetti di menare” (TM): se non si sfruttano determinati accorgimenti qualunque tipo di sequenza non potrà che generare sbadigli o peggio indurre il lettore a chiudere l’albo prima della sua fine.