Action - Quella volta che Superman salvò il fumetto americano

Action – Quella volta che Superman salvò il fumetto americano

Nel Maggio del 1938 il mondo del fumetto venne travolto da una delle idee più rivoluzionarie del XX secolo: il supereroe.


Il debutto di Superman su Action Comics #1 fu un successo enorme e immediato.
I motivi di questa popolarità sono molteplici: Superman esordisce in una società afflitta da una complessità inedita, alle soglie del più imponente conflitto mondiale e in piena crisi economica. La Grande Depressione morde ancora le famiglie americane, la grande industria si automatizza sempre più e le file dei disoccupati si ingrossano, la malavita organizzata prende piede e Hitler annette l’Austria.
Il Male sta vincendo e i fumetti non danno ai lettori più giovani le risposte di cui hanno bisogno.
Le raffinatissime strisce di Milton Caniff (Terry e i Pirati) e Alex Raymond (Flash Gordon), pubblicate su quotidiani quali il Chicago Tribune o distribuite dalla King Features Syndicate di William Randolph Hearst, erano tanto popolari nel mondo degli adulti quanto distanti da quello degli adolescenti degli anni ‘30.

“I comic book avevano una qualità diversa dalle strip dei quotidiani […] caratterizzate da un forte professionismo avevano una qualità che i comic book non ricercavano. [i comic book] Erano più “vicini a casa”, più confortevoli, meno simili agli adulti” (Jules Feiffer – The Great Comic Book Heroes)

Ma anche i neonati comic-book, pure essendo il guilty pleasure di Jules Feiffer, non riuscivano a dare le risposte che gli adolescenti cercavano: gli eroi presentati su Detective Comics, al tempo ancora privo di Batman, non erano affascinanti o rispondenti alla realtà quanto i cattivi che presentavano. Speed Sanders, Larry Steele, Bruce Nelson e lo stesso Slam Bradley di Siegel e Shuster erano dei comprimari all’interno delle proprie storie dominate dal carisma dei cattivi pittoreschi e diabolici.

I buoni erano dei “regular joes”, dei tizi comuni, più o meno intraprendenti, più o meno fortunati ma per nulla dissimili dai tizi, sconfitti e umiliati, che i ragazzi vedevano per le strade.
Se altrove abbiamo detto che il conflitto è il motore di una storia è ovvio che in questo contesto c’era il bisogno estremo di qualcuno che questi conflitti potesse prenderli di petto e sconfiggerli con una scrollata di spalle.

C’era bisogno di una risposta semplice a un problema complesso.

Nel maggio del 1938 questa risposta prese la forma di una copertina iconica.

“Sembrava come una pittura rupestre in attesa di essere scoperta su un muro della metropolitana diecimila anni dopo, un’immagine potente, al contempo futuristica e primitiva, di un cacciatore che uccideva un’auto impazzita” (Grant Morrison – Supergods)

Irrompe così la figura del super-eroe: laddove l’uomo comune veniva sconfitto dalle macchine, che lo privavano del lavoro e della dignità, Superman distruggeva un prodotto e simbolo della tecnologia opprimente.
Una sorta di cinico realismo che metteva da parte l’uomo comune a favore di una soluzione superumana e Clark Kent divenne il prototipo di ogni personaggio con cui identificarsi: sotto le false spoglie di un debole inetto si nascondeva la vera identità di un giustiziere che raddrizzava i torti di una società dominata dai criminali e dai grandi capitali. QUI si illustra bene la vena “socialista” del primissimo Superman poi ripresa anche da Grant Morrison nel suo Action Comics del 2011

C’è però un’altra caratteristica fondamentale che ha permesso a Superman di affermarsi prepotentemente nell’immaginario collettivo mondiale, quella “immagine potente, al contempo futuristica e primitiva” di cui parla Grant Morrison. Un’immagine figlia dei disegni di Joe Shuster.
Consapevolmente o meno, per scelta o per necessità contingenti dovute a scadenze e tecnologie di stampa dell’epoca, Joe Shuster stava costruendo un lessico nuovo e potentissimo per il fumetto d’azione: Action Comics appunto.

Ciò che maggiormente investiva i sensi del lettore, trascinandolo nel cuore dell’azione, era il ritmo impresso dalla scansione delle vignette, diretta conseguenza della complessa genesi del personaggio. Siegel e Shuster girarono dozzine di redazioni presentando il loro personaggio ai vari quotidiani fino a quando riuscirono a farsi ingaggiare per il nascente Action Comics. Sembra chiaro quindi che il Superman di Action Comics sia una rielaborazione del primo materiale proposto sotto forma di strisce. Sebbene ripensato, aggiustato e parzialmente ridisegnato, sono ancora visibili le sequenze tipiche della narrazione per strisce, in particolare il ritmo dato dalle dinamiche preparazione-risoluzione tipiche della struttura delle strip quotidiane viste QUI e QUI.

In questo caso gli autori di Superman, procedendo all’inverso, adottano le soluzioni che poi Romano Scarpa inserirà caparbiamente nelle sue storie negli anni ‘50 e ‘60. La teoria è tanto elementare quanto efficace e allo stesso tempo lontana dalla portata di sceneggiatori privi di talento: ogni storia è suddivisa in tante mini-storie dal senso compiuto che si concludono con altrettante gag (nel caso di Scarpa) o con scene particolarmente drammatiche (nel caso di Siegel&Shuster). Il risultato è quello di una narrazione serrata e cadenzata da regolari momenti topici, che letteralmente trascinano il lettore alla ricerca della vignetta successiva.

Action Comics #1

Qui posiamo vedere come la tavola sia suddivisibile in due strisce da quattro vignette ognuna con la propria conclusione topica.

Lo spazio bianco tra le vignette si fa carico di maggiori responsabilità e significati narrativi: tra una vignetta e l’altra Superman copre tempi e spazi ampissimi in una corsa senza soste, che lascia al lettore e alla sua immaginazione gran parte del lavoro, stimolandone il coinvolgimento attivo nella storia e i processi di identificazione.

Action Comics #1

In vignetta 4 esce Clark Kent e Superman rientra, svariati chilometri più in là, nella vignetta successiva.

Alla stessa maniera il segno sintetico di Shuster chiedeva la partecipazione attiva del proprio pubblico.

Se è vero che Flash Gordon aveva stabilito l’iconografia del fumetto d’azione, è altrettanto vero che lo stile monumentale di Alex Raymond era statico: raffinato, elaborato, carico di gusto classicheggiante ma comunque statico. Ben lontano dall’immediatezza iconica dell’Uomo d’Acciaio di Shuster.

Flash Gordon

“Nello stile di disegno, sia nella figura che nel costume, Superman era la versione semplificata di Flash Gordon” (Jules Feiffer – The Great Comic Book Heroes)

Il segno di Shuster era grezzo e diretto, iconico e, come abbiamo visto QUI, favoriva il processo di immedesimazione.

Joe Shuster semplifica e reinterpreta i codici visivi del Flash Gordon di Alex Raymond utilizzando un segno più spesso, corposo e sintetico.

Fermiamoci un attimo a riflettere: si tratta dell’essenza della “volontà di potenza” che si nasconde in ognuno di noi. Quella discrepanza Freudiana tra la “vera” percezione che abbiamo di noi stessi e quella che invece si manifesta di fronte alla società, quel Superman nascosto dietro a Clark Kent. Il segno essenziale di Shuster permette a ogni lettore di identificarsi con Clark Kent e il suo vero io super-umano. La riproposizione del Deus ex machina che, invece di essere “altro”, è la nostra identità più intima e genuina.

La possibilità di identificarsi con la soluzione assoluta ai propri problemi è un’arma dall’efficacia garantita. Impossibile non rimanere inebriati ed esaltati da questa prospettiva.

Con un disegno più descrittivo, più colto, l’idea del supereroe non avrebbe funzionato e oggi magari leggeremmo fumetti di pirati (sì, è un riferimento ad Alan Moore) o forse non ci sarebbe proprio un’industria del fumetto.

“Action Comics #1 si manifestò nelle edicole nel 1938 quando c’era solo una piccola sezione dedicata ai fumetti. Solo una dozzina di titoli venivano pubblicati mensilmente, così non veniva dato loro molto spazio. Action cambiò tutto. Superman cambiò tutto – la sua prima impresa supereroica. Prese una modesta industria e forma d’arte nascente e rivelò che aveva il potere di permettere alle immaginazioni di saltare palazzi altissimi, di far battere i cuori più velocemente di locomotive, e di far rimbalzare sul petto i proiettili del mondo del business” (Paul Levitz)