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Medea’s Tale – Il racconto della sacerdotessa

23 Ottobre 2026
Rita Petruccioli ci regala la sua versione di Medea, pubblicata per Bao.
Leggi in 3 minuti

A partire dalla tragedia di Euripide del 431 a.C., Medea è rimasta uno dei miti più famosi, più raccontati, più reinterpretati. Eroina mitologica, e in quanto tale un monstrum, una creatura meravigliosa ma terrificante, Medea è sì la madre mostruosa che uccide i propri figli, ma è anche la maga e sacerdotessa, caratterizzata da coraggio e straordinaria forza d’animo, sapiente e passionale, determinata e indipendente. Vittima, ma una vittima che rifiuta di essere tale e, forse anche per questo, si fa essa stessa carnefice. Un personaggio femminile estremamente moderno e complesso.

Non sorprende che abbia affascinato artisti e scrittori per millenni e che sia stato riletto come figura ribelle, di rottura, che non accetta il destino che altri le hanno imposto. Una figura che non si lascia ricondurre alle categorie umane di Bene e Male, come tutti gli eroi del mito, ben diversi dall’eroe positivo moderno: personaggi segnati dalla hubris, la tracotanza, l’eccesso in tutte le loro azioni, la rottura dei limiti e dei ruoli.

La Medea di Rita Petruccioli si aggiunge dunque alle numerose riletture, non basandosi però sulla Tragedia di Euripide bensì, come scrive la stessa autrice in una nota finale, sulla versione di Christa Wolf del 1996, Medea. Voci. Già in quel romanzo il personaggio è ribaltato. Non più infanticida, ma, scrive Anna Chiarloni, “una donna travagliata sì dall’amore, ma ancor più dall’incapacità degli abitanti di Corinto di integrare una cultura come quella della Colchide, per sua natura non incline alla violenza. […] Una donna forte e generosa, depositaria di un remoto sapere del corpo e della terra, che una società intollerante emargina e annienta negli affetti fino a lapidarle i figli.”

In quest’ultima interpretazione, il personaggio viene, come già in Wolf, completamente privato della mostruosità che contraddistingue gli eroi del mito. Rimangono la forza e il rifiuto di piegarsi a un ruolo imposto da altri, ma si perde parte della complessità. È una figura tragica, ma priva di reali contraddizioni e, in fondo, del tutto positiva: questa Medea non è colpevole di nulla se non, forse, di scarso giudizio in alcuni casi. Restano la forza spirituale, la sapienza, i poteri di guarigione, ma senza il mostruoso si smorza anche parte della sua forza dirompente.

Il mostruoso si riversa interamente sui personaggi maschili, quasi esclusivamente definiti dalla fame di potere e dai crimini orrendi che sono disposti a compiere per ottenerlo o conservarlo. Da Eete, padre di Medea e sovrano della Colchide, fino al re di Corinto Creonte, ad Acamante e allo stesso Giasone. A parte quest’ultimo, più sfaccettato, gli altri sono per lo più piatti, negativi, senza alcun reale conflitto. Il mito di Medea, ci racconta Petruccioli, non è che la calunnia che questi uomini hanno diffuso per infangare il nome della sacerdotessa e discolparsi dei propri crimini.

È evidente come incarnino il patriarcato nel suo complesso, pronto a sacrificare e incolpare le donne pur di conservare il proprio potere: una critica condivisibile e necessaria, ma forse espressa in modo fin troppo didascalico. Centrale è anche la contestazione dei “ruoli biologici” in cui le donne vengono imprigionate: a Corinto sono subordinate agli uomini, costrette ad assumere ruoli sociali prestabiliti, esiliate se si ribellano. Viene loro impedito non solo di accedere al potere ma anche di autodeterminarsi come individui.

Accanto a questo, un altro forte tema sociale è quello del razzismo, attraverso cui già Wolf rileggeva l’eroina del mito. Medea e le sue compagne sono guardate con sospetto non solo in quanto donne, ma anche in quanto straniere, rifugiate, con la pelle di colore diverso – blu in questo caso. Medea è, infatti, letteralmente un’aliena proveniente da un altro pianeta. Intrigante la lettura fantascientifica che Petruccioli dà del mito, con Giasone e gli Argonauti che arrivano a bordo di un’astronave, ma l’idea resta poco centrale nel resto dell’opera: la ritroviamo soprattutto nelle immagini, negli abiti e nelle architetture, più che nella storia, se non all’inizio, e nei flashback.

Se la narrativa lascia qualche perplessità, i disegni e i colori sono senza dubbio il punto di forza del fumetto. Apparentemente semplici ma molto espressivi, con una palette essenziale e brillante: pochi colori, che sanno comunicare immediatamente il senso della scena, lo stato d’animo dei personaggi, l’atmosfera. Particolarmente riuscito l’uso dei vuoti, del bianco e del nero, con alcuni passaggi che sembrano scavati nella pagina piuttosto che disegnati. La griglia è variegata e ispirata.

Resta così una Medea affascinante da guardare, e meno da interrogare. Rita Petruccioli, come giá Christa Wolf, toglie al mito il suo mostro, ma nel farlo rischia di togliergli anche parte del suo mistero.

Abbiamo parlato di:
Medea
Rita Petruccioli
Bao Publishing, 2026
272 pagine, brossurato, colori – 25,00 €
ISBN: 9-791-25621-181-4

Marco Favaro

Marco Favaro

Classe 1990, ha studiato filosofia all’Università degli Studi di Roma Tor Vergata conseguendo poi la magistrale presso la Freie Universität di Berlino. Nel 2021 ha ottenuto il suo dottorato in studi culturali e scienze umane alla Otto-Friedrich-Universität Bamberg.
È l’autore di “La Maschera dell’Antieroe”, pubblicato da Mimesis Edizioni per la serie “Filosofie.” Il libro definisce le strutture proprie del genere supereroico contemporaneo e i concetti filosofici che gli sono propri. Altri suoi saggi di pop-culture sono pubblicati per Routledge, McFarland o reperibili gratuitamente online. Con la scusa di studiarli, Marco legge e colleziona centinaia di fumetti, spaziando da Batman a Zerocalcare, da Dylan Dog fino a Zio Paperone.

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