La prima edizione della 24 Hour Italy Comics si è tenuta alla Scuola del Fumetto di Milano, nei giorni 1 e 2 Ottobre.
Diego Cajelli, di mestiere sceneggiatore, partecipò all’evento inventandosi una tecnica tutta sua, portandosi da casa una serie di immagini a caso ritagliate da riviste o prese da internet e rielaborate graficamente, per assemblarle sul momento improvvisando una storia.
























Il commento di Cajelli
Acca24 – Il commento di Diego Cajelli
(06/10/2005 – 10.00)Di alcune esperienze, è lo sguardo a conservarne la memoria.
In questo modo, quando incontri qualcuno che ha vissuto una situazione analoga, trasmetti con gli occhi la consapevolezza di quell’evento, senza aver bisogno di parlare.
Perché gli eroi si riconoscono tra loro dai riflessi che hanno nelle pupille, il senso di appartenenza, lo spirito di unione, deriva dal riconoscere le luci della propria memoria nell’occhio di un altro.Da oggi, mi si perdoni il paragone azzardato, ma tra gli sguardi rivolti al chilometro, con nelle pupille i riflessi di Heartbreak Ridge, si aggiungono gli sguardi eroici dei reduci di via Savona, Ottobre 2005.
Tutti quelli che non c’erano diranno sicuramente che sto esagerando; è vero, questa mattina la mia tastiera ha dei toni piuttosto lirici, ma enfasi cajellosa a parte, rimane il fatto che loro non c’erano e non possono sapere.
Un manipolo di diciannove campioni, in ordine fotografico: Leomacs, Rosenzweig, Di Modica, Raffaele, Buscaglia, Ponticelli, Di Giandomenico, Burchielli, Gerasi, Giacon, Toffolo, Akab, Faraci, Riboldi, Castelli, Cajelli, Bertelè, Recchioni, Simon, ai quali si aggiunge, con tutti gli onori del caso, un ventesimo eroe, Matteo Cremona, che passava di lì solo per fare vedere le sue tavole di John Doe a Roberto Recchioni.La domanda, ovvia, da manuale Pulitzer per il giornalismo è: “Perché avete deciso di partecipare al 24HIC, che cosa vi ha spinto a chiudervi in venti in due aule per realizzare ventiquattro tavole di fumetto in ventiquattro ore?”
L’unica risposta possibile è legata al muoversi, quella strana agitazione dell’intimo, che nei fumettisti viaggia veloce tra la testa, il cuore e lo stomaco, tanto difficile da descrivere quanto presente in tutti noi, nessuno escluso.
E’ come una nausea da ascensore, diceva uno importante, è un mood interno, frutto di una musica che nessun’altro può ballare, se non chi quella musica la genera, con la propria testa, il proprio cuore e il proprio stomaco.
Voglia di raccontare?
Forse.
Voglia di mettersi in discussione?
Forse, oppure voglia di mettere in discussione la discussione stessa.Quella di McCloud non è una sfida, è una domanda, una domanda alla quale la nostra intima agitazione imponeva di rispondere, con cosa?
Con la testa, il cuore e lo stomaco, ovviamente.E’ stato un On The Road immobile, un cammino statico, e come nella migliore tradizione del romanzo di viaggio, arrivi a destinazione diverso da come sei partito, impari qualcosa del mondo e di te stesso, ti leghi ai tuoi compagni e con chi quel viaggio lo ha organizzato e gestito.
Io, personalmente, parlando da sceneggiatore, ho imparato molto.
Ho imparato che soltanto per squadrare ventiquattro tavole ci ho impiegato due ore.
Questo, vi assicuro, cambierà indelebilmente il mio rapporto con i disegnatori con cui lavoro.
Quella cazzata che mi sono inventato per partecipare, le foto/fotocopie, si sono infilate a forza nel mio elenco di cose da fare, e credo proprio che porterò avanti quell’esperienza, trasformandomi in un “autore completo” part time.Ma la cosa che mi rende più orgoglioso, l’elemento che custodisco come un tesoro, è la forza aggregante del ricordo comune.
Domani, quando in una fiera o in un’altra occasione, incontrerò di nuovo i miei compagni di avventura, qualcuno degli autori o qualcuno dello spettacolare staff organizzativo, basterà uno sguardo per riconoscerci.
C’eravamo, diranno i nostri occhi, e con la schiena dritta che contraddistingue quelli che hanno le palle per rispondere a certe domande, stupiremo i presenti con le nostre memorie di eroi.Diego Cajelli
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