Raccontare il genere umano: intervista a Joshua Dysart

Raccontare il genere umano: intervista a Joshua Dysart
In occasione dell’uscita italiana di “Urgenza Livello 3” abbiamo intervistato  Joshua Dysart, parlando tra le altre cose di ciò che lo spinge a raccontare storie.

Attivo da circa  vent’anni nel panorama del fumetto statunitense, Joshua Dysart si colloca come un artista peculiare nel mainstream americano: fin dal suo esordio si è focalizzato su storie che raccontano la realtà del nostro mondo, soprattutto quella dei luoghi più afflitti da povertà e guerre, quelli di cui in pochi parlano con cognizione di causa. Unknown Soldier, Harbinger, Imperium, The Life and Death of Toyo Harada, fino ad arrivare a Living Level 3: un filo rosso accompagna queste storie, un filo rosso che viaggia nei paesi più disagiati del nostro mondo, dall’Iraq all’Uganda, dalla Somalia al Sud Sudan. In occasione dell’uscita italiana di Urgenza Livello 3 abbiamo parlato con Dysart della sua carriera, delle sue ispirazioni e di ciò che lo spinge a raccontare storie.

Harbinger_DysartCiao Joshua, grazie per il tempo che ci dedichi.
Vorrei cominciare questa intervista con una domanda su com’è iniziata la tua carriera: quali sono stati i primi passi che ti hanno portato poi a scrivere fumetti?
Mi sono sempre piaciuti i fumetti, ma la mia carriera è iniziata quando una mia amica, Jan Utstein, per la quale avevo revisionato alcune sceneggiature, si innamorò di un fumettista, Bill O’Neill. Conoscendo il mio amore per i fumetti, mi contattò e mi chiese se avessi voglia di scrivere qualcosa e di farlo illustrare dal suo ragazzo. Qualcosa che avremmo potuto pubblicare insieme. Fino a quel momento, Jan era una produttrice cinematografica e una production designer; ora invece lavora come amministratrice di produzione per i film Marvel. Bill mi aveva proposto come soggetto Batman incontra Il silenzio degli innocenti. L’idea non mi era piaciuta granché, così feci un po’ di resistenza prima di iniziare a scrivere. Era il 1994, se non sbaglio. Alla fine del ’94 sono partito per un viaggio in Messico. Sono arrivato nel paese proprio alcuni mesi dopo l’assassinio di Luis Donaldo Colosio Murrieta, candidato del PRI alle presidenziali. Era un momento politico sensazionale: furono soprattutto le insurrezioni nel Chiapas a risvegliare l’attivista politico che era in me. Sono poi tornato negli Stati Uniti, nel ’95, e quel viaggio mi aveva lasciato completamente al verde. Allora ho richiamato Jan e Bill e – indovinate un po’! – mi avevano aspettato. Così ho ripreso il soggetto e l’ho rielaborato, trasformandolo in qualcosa che mi interessasse davvero. E da lì è nato Violent Messiahs. Inizialmente lo abbiamo pubblicato in bianco e nero nel 1996, con i disegni di Bill, ma è uscito un solo numero. Il mercato ci aveva schiacciati. Solo più tardi, quando Tone Rodriguez ha cominciato a collaborare con noi come artista e abbiamo pubblicato la versione di Image Comics, nel 2000, la mia carriera è decollata. Certo, c’erano ancora tante difficoltà: sono rimasto al verde per quasi tutta la mia vita, ma è stato in quel momento che tutto è iniziato.

UnknownSoldier_DysartChi o cosa ti ha influenzato maggiormente durante il tuo percorso artistico?
Ce ne sarebbero di cose da dire per rispondere a questa domanda. Mi hanno influenzato, e continuano a influenzarmi, tantissime cose. Il primo fumetto a svezzarmi fu una ristampa di Zap di Robert Crumb, che trovai nella pila di giornaletti Playboy che mio padre aveva lasciato a casa dei miei genitori prima del loro divorzio. Così Crumb divenne il primo artista di cui riconoscevo lo stile, anche perché mia madre teneva in salotto pile di dischi e Crumb aveva disegnato la copertina di un album dei Big Brother and the Holding Company registrato insieme a Janis Joplin. Adoravo quando mia mamma metteva su quel disco. Quando trovai Zap, tra le donne nude, avevo già riletto un bel po’ di volte la copertina dell’album dei Big Brother e cercavo di riconoscere una storia in quelle “vignette”, sviluppando una certa tolleranza nei confronti di quanto è assurdo, sconnesso e visivamente d’impatto. Così l’idea che stavo cominciando a farmi dei fumetti venne contaminata dal sesso e dal rock ‘n’ roll, molto prima che questi due elementi avessero presa sul mio corpo e sul mio spirito. I fumetti non hanno mai rappresentato l’innocenza o la spensieratezza per me. Rappresentavano piuttosto la dissonanza e il conflitto.
Dopo aver scoperto il mio primo fumetto, cominciai a comprare quelli in esposizione al negozio all’angolo. Più tardi, aprì il primo negozio di fumetti in città e lì ci trovai una vera e propria cricca di appassionati. Non passava una settimana senza che chiedessi a mia madre di portarmici. È stato il primo posto in cui ho posato gli occhi anche sui giochi di ruolo, che rappresentano una parte fondamentale dello sviluppo del mio potenziale creativo.
A parte questo, da bambino leggevo principalmente fantascienza e horror. Ne leggevo un sacco. E proprio attraverso alcuni scrittori di fantascienza, come Le Guin, Herbert, Clarke, Bradbury, Heinlein, Dick, Butler, Banks, mi sono affacciato ai principali dogmi e alle principali filosofie dell’umanismo. Anche i film sono stati una grande fonte di ispirazione per me: avevo un cugino che era la cosa più simile a un padre che potessi avere e, fin da giovane, mi ha fatto conoscere tantissimi film stranieri e il cinema d’essai. Ancora prima di saper leggere i sottotitoli, rimanevo stregato da quelle immagini. Ma ero pur sempre un bambino e mi piacevano le cose mollicce e disgustose. Da questo punto di vista, John Carpenter è stato sicuramente uno di quelli che hanno esercitato più influenza su di me, ma ero anche un fan sfegatato di Mad Max. Lo adoravo, molto più di Star Wars (che comunque amavo).
Anche la musica ha giocato un ruolo importante nel mio sviluppo creativo. In casa mia circolava un sacco di classic rock e di musica soul, ma anche molta outlaw country texana, perché mio zio, che viveva con noi, era un musicista honky tonk. Più tardi, il mio amore per la musica si è trasformato in una vera e propria ossessione per il metal e per il punk, e poi per tutti gli altri generi musicali. La musica è la voce di Dio. Il diavolo non conosce la musica.
Per quel che riguarda i fumetti, sono davvero un figlio degli anni ’80. C’era stato il boom del bianco e nero (Love and Rockets, Cerebus, ecc.), ma naturalmente compravo anche Watchmen e Il cavaliere oscuro man mano che uscivano, e leggevo le prime edizioni americane di Afrika. Adoravo Nexus, Badger e Ronin ( quest’ultimo è stato davvero una figata per me). Adoravo 2000 AD, e per un po’ ho anche giocato a un gioco di ruolo sul Giudice Dredd. Era un gran bel periodo per i fumetti.Infine, la vita, le persone, la complessità dell’umanità e il modo in cui interagisce con l’universo che la circonda… Sono gli elementi che mi hanno influenzato maggiormente. Mi affascinano i nostri meccanismi di difesa, le imperfezioni della nostra personalità, la capacità di stupirsi, i costrutti religiosi, le ambizioni, i fallimenti, le istituzioni che creiamo per supportare, esprimere e, più spesso, sopprimere tutto questo. Se il mio lavoro sembra stonare un po’ con quello di altri, probabilmente è perché cerco continuamente di prendere ispirazione dalla vita reale piuttosto che da altri artisti.
Non è facile parlare di ciò che mi influenza, perché è un’evoluzione continua. Traggo ispirazione da qualcosa ogni giorno.

Una delle tue opere più conosciute è Unknown Soldier, realizzato insieme ad Alberto Ponticelli e Pat Masioni. Ha ricevuto una nomination per gli Eisner Award, oltre a diversi commenti positivi dalla critica e dai fan. Si tratta di una storia che, ancora oggi, suona come tremendamente attuale e innovativa, nel contesto della produzione fumettistica statunitense. Che cosa puoi dirci di quell’esperienza, e che cosa ha rappresentato per te?
Be’, quel libro è sicuramente una parte significativa della mia carriera e della mia vita. Le esperienze che ho vissuto mentre raccoglievo il materiale per scriverlo sono state fantastiche. Sono stato in una zona di guerra nell’Africa orientale. Ho viaggiato con bambini-soldato Acholi. È stata una delle cose più importanti che abbia mai fatto. Il viaggio che ho fatto per condurre le ricerche su quel libro, e il modo in cui mi ha cambiato, è, per molti aspetti, di gran lunga più importante del libro stesso. Non è semplice parlarne in poche battute. Non ci sono parole per descriverlo, ma quel viaggio mi ha cambiato definitivamente.

UrgenzaLiv3Unknown Soldier ci permette di parlare anche di un altro fumetto, che hai realizzato sempre con Ponticelli e Masioni, vale a dire Urgenza Livello 3. Il libro parla del WFP (World Food Programme) e ti ha dato la possibilità di raccontare, ancora una volta, come la guerra e la violenza devastino interi paesi. Com’è nato questo fumetto, e com’è stato per te lavorare al di fuori delle logiche di produzione dell’industria fumettistica?
Avevo sentito dire da un mio amico che il WFP stava cercando un fumettista da portare con sé nelle aree più instabili, così da poter ricorrere al mezzo del fumetto per fare luce su quello che il WFP stava effettivamente facendo e sulle popolazioni che stava aiutando. Volevo quel lavoro con tutto me stesso. Erano passati circa sei o sette anni dalla mia esperienza con il popolo degli Acholi, in Uganda, e in quel periodo stavo lavorando principalmente a fumetti “supereroistici” per Valiant. Avevo fame di storie significative e profondamente umane, da osservare e raccontare. Avevo voglia di mettere qualcun altro che non fossi io al centro della mia consapevolezza. Ero stufo della finzione. Così mi sono impegnato per quell’ingaggio, e l’ho ottenuto.
Se devo essere sincero, non lavorare per un editore di fumetti si è rivelato piuttosto frustrante. Da un lato, il materiale non era – e non è – interessante per gli editori americani. Sto tentando di trovare un editore americano che pubblichi il lavoro su un supporto fisico, ma a nessuno sembra interessare. Dall’altro lato, avere a che fare con la politica interna del WFP – necessaria per mantenere la loro posizione di totale neutralità – è stata una bella rottura. Direi un vero e proprio incubo. A un certo punto, ci siamo addirittura trovati a discutere se potessi menzionare o meno il fatto che l’Isis stava perpetrando le violenze nel nord dell’Iraq (questa me l’hanno data vinta). Un’altra volta, mi è stato detto che non potevo usare i titoli di “Presidente” e “Vicepresidente” in una storia che spiegava i problemi del Sudan del Sud, perché era stato proprio un conflitto tra il Presidente e il Vicepresidente a causare molti di quei problemi (questa non me l’hanno data vinta). Spesso facevano cambiamenti all’ultimo minuto, anche dopo che il mio lavoro era finito, e mi capitava di dover rivedere completamente le sceneggiature affinché fossero educative, ma non risultassero politicamente scorrette per quella gente che, a essere sinceri, era già abbastanza scorretta. Capivo il perché di tutto questo. È un’organizzazione politica con persone che si trovano in alcune delle zone più in difficoltà del mondo. La loro sicurezza e la loro missione sono molto più importanti di uno stupido fumetto. Ma ciò non toglie che fosse comunque dura.
Ma, in realtà, quello che era davvero frustrante era che il WFP non aveva la rete di distribuzione di una grande casa editrice. Quel lavoro è finito per lo più nel dimenticatoio negli Stati Uniti perché scelsero piattaforme di distribuzione temporanee, come Huffington Post e Mashable, siti molto visitati ma che non venivano presi molto sul serio. Abbiamo cercato anche di suscitare l’interesse del New York Times, del The New Yorker e di altre piattaforme meno rischiose, ma non si sono dimostrati molto interessati, forse perché il lavoro si presenta più come un racconto, anche se era il modo che avevamo scelto per renderlo più accessibile. Ma c’erano già tante altre opere di non-fiction su questi eventi (anche se l’emergenza fame nel Sudan del Sud era tristemente sottovalutata quando LL3: South Sudan uscì).

È stata una tua idea quella di coinvolgere Ponticelli e Masioni? Qual è il legame che vi unisce, e perché, secondo te, loro sono le persone più adatte per raccontare questo tipo di storie?
Sì, ho deciso io di coinvolgerli. Ci siamo conosciuti con Unknown Soldier e, secondo me, Alberto e Pat hanno, ciascuno a modo proprio, una loro prospettiva globale sullo storytelling sequenziale (essendo Alberto un italiano e Pat un congolese che vive a Parigi) che rende il lavoro più universale e stratificato. Anch’io devo essere un cittadino del mondo quando lavoro con loro. È qualcosa che mi aiuta anche a essere più consapevole della vastità e della profondità dell’umanità, che è anche il fulcro di lavori come questo. Abbiamo poi inserito una donna nel nostro team, la fantastica Giulia Brusco, per Goodnight Paradise (NdR: serie di Dysart e Ponticelli pubblicata per TKO studios).
Ma, al tempo stesso, posso dire di aver allontanato Alberto dal suo campo d’azione. Se non fosse stato per me, non credo avrebbe mai lavorato a fumetti di realismo sociale, quindi gli sono davvero riconoscente per essere stato mio collaboratore per più di dieci anni. La prossima volta che Alberto ed io lavoreremo insieme – e siamo già all’opera, quindi state all’erta – sarà su qualcosa di completamente diverso. Sempre denso di umanismo e profondità, ma ben lontano dal realismo sociale. Voglio aiutare Alberto a esprimere la sua voce proprio come lui ha fatto con me. Dovete capire che, per me, Alberto è come una famiglia. Un fratello non di sangue. Gli offrirò tutto quello di cui ha bisogno per sentirsi la persona più determinata e completa che possa essere. Senza nemmeno provarci, lui lo ha fatto per me innumerevoli volte.

LifeDeathHarada_DysartNegli ultimi otto anni, hai scritto principalmente per : nel 2012, sei stato uno degli autori principali che ha aiutato a rilanciare la casa editrice, prima con Harbinger e poi contribuendo allo sviluppo di Toyo Harada, sia in Imperium che in The life and death of Toyo Harada. Com’è stata la tua esperienza con questa casa editrice fino a ora?
È stato magico iniziare con un editore completamente rinnovato ed essere parte di quella forza trainante che si nasconde dietro a quelle storie. Sono davvero grato a tutte quelle persone, dalla sezione marketing alla redazione, dall’amministrazione alla sezione creativa. Quest’esperienza mi ha davvero segnato nel primo decennio degli anni 2000. Ma adesso mi piace l’idea di cominciare cose nuove, di andare verso nuove direzioni. Quindi non penso che farò altro per Valiant tanto presto. Lavorare per loro mi fa sentire come se stessi facendo qualche passo indietro. Ma, sì, sono stato davvero fortunato a lavorare per loro. E, con tutta probabilità, il “Psiot Cycle” (Harbinger, Harbinger Omegas, Imperium, e The life and death of Toyo Harada) è la cosa più lunga alla quale mi capiterà mai di lavorare, almeno per quanto riguarda i fumetti. Sono davvero in debito con Dinesh (Shamdasani, ex CEO & Chief Creative Officer di Valiant e oggi co-fondatore e Partner dello studio di produzione HIVEMIND) e Warren (Simmons, ex EiC Valiant e oggi fondatore, insieme a Shamdasani, di Bad Idea) per aver creduto in me e avermi permesso di raccontare quella storia.

Toyo Harada è, secondo me, uno dei personaggi più affascinanti e sfaccettati dell’intero panorama fumettistico statunitense degli ultimi anni: è controverso, radicale, attrae e respinge il lettore allo stesso tempo. Non sai deciderti se vuoi vederlo trionfare o soccombere. Chi è Toyo Harada per te? Chi rappresenta, e come sei arrivato a svilupparlo in quel modo?
Wow, è fantastico, grazie. Harada rappresenta la personificazione della mia rabbia per il fatto che permettiamo che le persone soffrano. Tutti i nostri “ismi”, i nostri sistemi, la nostra apatia, le nostre ambizioni rendono il mondo più vulnerabile. Sembra impossibile fare progressi senza generare sofferenza. L’umanità è un groviglio perennemente in conflitto, fatto di liti, sofferenza ed egoismo. Siamo schiacciati tra un nuovo principio della coscienza morale che sta nascendo e i nostri sordidi istinti animali. La povertà quasi imposta, le guerre di interesse, le menzogne volute… Tutto questo solo per l’avidità degli uomini. Volevo gridare contro tutto questo e volevo farlo attraverso una storia, un personaggio. Al tempo stesso, sapevo che sarebbe stato necessario un potere enorme per cambiare le sorti dell’umanità. E di solito il potere non è qualcosa di cui potersi fidare. Il potere fa paura. Harada lotta per la parità di tutti gli uomini, ma anche lui dispone di poteri e privilegi al di là della ragione umana. È proprio da qui che emerge la potente contraddizione del personaggio. Lui è la soluzione e il problema al tempo stesso. Per me, tutto questo è espressione del conflitto interiore umano.

Imperium_DysartC’è un fil rouge che collega tutti i tuoi lavori, vale a dire l’impegno politico e sociale, volto soprattutto a mostrare la situazione delle zone del mondo che versano nelle condizioni più critiche. Pensi che i fumetti, e l’arte in generale, abbiano il dovere di parlare di questi temi e di portarli all’attenzione delle persone? Quale potrebbe essere il contributo dei fumetti e cosa si potrebbe fare di più?
No, non si tratta di un dovere. Dovrebbe esserci spazio per tutti i tipi di arte e storytelling, da quelli di evasione (anche se una cosa del genere non esiste, perché non si può evadere, ma le persone possono sempre provarci), a quelli più nichilisti, a quelli più impegnati e umanisti. Ma io lo avverto come un mio dovere personale. E questo mi riporta a quando mi hai chiesto quali sono le cose che mi hanno influenzato e ho risposto che gli esseri umani hanno la più grande influenza su di me. Non saprei dire perché. Forse è per tutto quello che ho visto viaggiando in quattro zone di guerriglia, in due mega-baraccopoli e in una zona su cui si abbatte l’emergenza della fame. O, forse, sono andato in quei posti spinto dal bisogno di vedere e capire. Tutto quello che so è che mi sento più a mio agio a raccontare storie di persone che sono impotenti in questo mondo e aiutare i lettori a trovare il posto di quei personaggi nel loro cuore. Perché vorrei che il mio lavoro sprigionasse empatia. Vorrei andarmene sapendo di aver reso il mondo un posto migliore – anche se in piccolissima misura – rispetto a come l’ho trovato.
Il problema è il pubblico, soprattutto qui negli Stati Uniti, ma anche a livello mondiale. C’è davvero poco interesse per le storie sulla condizione degli uomini. Forse perché fanno sentire il pubblico impotente, oppure per mancanza di empatia; o perché intaccano i loro sogni di ricchezza. Non so perché. Ma se non fosse per la mia soddisfazione personale, spesso mi sentirei come se stessi sprecando il mio tempo a raccontare questo tipo di storie. Unknown Soldier è praticamente fuori stampa; Living Level-3 non riesce a trovare un editore; Goodnight Paradise è uscito appena un anno fa e sembra già incomprensibile alla maggior parte dei lettori. Non posso cambiare chi sono, o le cose che mi ispirano, ma di recente mi sono trovato a domandarmi se non abbia sbagliato a dedicare la mia vita ai fumetti, piuttosto che fare giornalismo o girare documentari.

Veniamo all’ultima domanda di rito: a cosa stai lavorando, ora? Ci sono altri progetti su queste serie sul WFP? 
Abbiamo annunciato la nascita di una nuova casa editrice chiamata Bad Idea, che è stata fondata insieme ad alcuni dei vecchi collaboratori di Valiant. Annunceremo molto presto il mio prossimo libro con loro, quindi state all’erta, sarà fantastico.
Arriverà anche il mio primo lavoro in prosa a breve, un racconto horror. Non è ancora stato annunciato, ma sta per arrivare. E sono molto emozionato.
C’è poi un graphic novel chiamato Helmet Girls, disegnato dalla mia co-creatrice Camilla D’Errico proprio in questo periodo, che sarà pubblicato da Ten Speed Press molto presto.
Anche se per ora c’è solo la versione inglese, penso che presto verrà realizzata anche la versione francese del fumetto a cui ho lavorato con Alberto Ponticelli e Giulia Brusco, Goodnight Paradise, che parla di un misterioso omicidio nella comunità dei senzatetto di Venice Beach, in California. Ho vissuto a Venice Beach per circa 17 anni e ho passato molto tempo lavorando a contatto con – e imparando a conoscere – la comunità dei senzatetto. Perciò questo lavoro mi sta davvero a cuore. Ne vado molto fiero. Se sapete l’inglese, dateci un’occhiata. C’è un capitolo gratis sul sito della TKO (https://tkopresents.com/products/goodnight-paradise?_pos=1&_sid=dc5dd0a51&_ss=r). Non sto lavorando ad altri fumetti sul WFP in questo momento. E, a essere sincero, non so davvero come spronare le persone a continuare a interessarsi a questo tipo di storie. Forse è arrivato il momento per me di provare a esprimere le mie preoccupazioni per l’umanità proponendo forme di evasione. Non so proprio cosa fare. Sono ancora impegnato con i miei colleghi del Pakistan in Comics For Peace. Anche se, ora come ora, stiamo rallentando un po’ sul progetto. Spero di tornare presto in Pakistan e di lavorare di più lì, sia come partner del progetto Comics For Peace, sia come un semplice artista in Pakistan con altri artisti del posto. Vedremo un po’ cosa ci riserva il futuro.

E con Toyo Harada? La tua storia con lui è davvero finita dopoThe life and death of Toyo Harada?
Mai dire mai, ma per il momento direi di sì, la mia storia con Toyo Harada è finita. Ora tocca a qualcun altro.

Grazie Joshua per il tuo tempo e per la tua disponibilità!

Intervista realizzata via mail nel febbraio 2020
Traduzione di Annalisa Zignani

 Joshua Dysart

JoshuaDysart

Classe 1971, Joshua Dysart è attivo nel fumetto americano professionista dal 1997, quando insieme a William O’Neil pubblica Violent Messiah per Image Comics. Dal 2008 al 2011 ha realizzato per l’acclamata Unknown Soldier, insieme ad Alberto Ponticelli e Pat Masioni. La serie ha ricevuto una nomination agli Eisner Awards. Dal 2012 è stato tra i protagonisti del rilancio Valiant con Harbinger, Harbinger Wars, Imperium, The Life and Death of Toyo Harada.
Nel corso della sua carriera ha lavorato su
Swamp Thing e Hellboy, collaborando con moltissimi artisti quali Mike Mignola, Richard Corben, John Totleben, Igor Kordey, Enrique Breccia, Rick Veitch, Fábio Moon & Gabriel Bá e Eric Powell. Oltre a questo, nella sua carriera ha insegnato in varie università e istituti, quali Ohio Aesthetics Technology Lab, The University of Miami and The Minneapolis Institute of Art.

www.joshuadysart.com/wp/about/

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