“Il divertimento è tutto”: intervista a Doug Braithwaite

“Il divertimento è tutto”: intervista a Doug Braithwaite
Doug Braithwaite era ospite di Star Comics a Lucca Comics & Games 2019, durante la quale ha presentato ai lettori italiani la serie Valiant “Incursion”. Abbiamo parlato con lui della sua carriera, della sua arte e dei suoi progetti futuri.

"Il divertimento è tutto": intervista a Doug Braithwaite_Interviste Dopo aver acquisito i diritti di pubblicazione della Valiant Entertainment per il mercato italiano, ha iniziato a pubblicare l’intero catalogo dell’editore americano e ha promosso le serie invitando negli ultimi anni molti importanti autori in occasione di Lucca Comics & Games. Nella recente edizione 2019 è stata la volta di Doug Braithwaite, artista pluripremiato con più di 30 anni di carriera alle spalle durante i quali ha lavorato per i più importanti editori statunitensi, prima di iniziare una stretta collaborazione con Valiant. Abbiamo parlato con lui della sua carriera, delle sue influenze e dei suoi progetti passati e presenti.

Ciao Doug, benvenuto su Lo Spazio Bianco e grazie per la tua disponibilità. Lavori nell’industria del fumetto da quasi trent’anni: quando e come è iniziata la tua carriera?
Fin da piccolo mi è sempre piaciuto disegnare fumetti, mi affascinavano. Già quando ero uno studente tutti mi incoraggiavano a disegnare, ma non ho mai pensato di farla diventare una carriera, era più una passione. Fortunatamente ero bravo sia nel disegno che nella pittura, e un giorno il mio insegnante di inglese vide le mie opere e mi disse che avrei davvero potuto provare a intraprendere una carriera in questo campo: era la prima volta che qualcuno mi apriva gli occhi su quel mondo. Riuscì a farmi ottenere alcuni incontri con delle case editrici, e una di queste fu Marvel UK; avevo quindici anni allora! L’incontro è stato fantastico, ho potuto vedere come vengono fatti i fumetti, come funzionano gli editori, e così ho deciso che era proprio quello che volevo fare. Ho frequentato un sacco di corsi scolastici serali e uno di questi era tenuto da David Lloyd. Compiuti sedici anni, ho messo insieme un portfolio e sono tornato alla Marvel, visto che durante il primo incontro mi ero reso conto di non essere pronto per loro. Dopo aver studiato duramente sono diventato più sicuro di me stesso e mi hanno affidato il mio primo lavoro e da allora continuo a fare questo, senza mai voltarmi indietro. Da allora i fumetti sono stati dentro e intorno alla mia vita, mi ritengo davvero fortunato per questo.

Il tuo stile è riconoscibile, realistico e scultoreo ma allo stesso tempo etereo: quale sono state le influenze che ti hanno portato a sviluppare questo modo di disegnare?
Amavo la classica quando ero giovane; a quel tempo nel Regno Unito uscivano ristampe di fumetti Marvel in bianco e nero, e così ho potuto ammirare il lavoro di Jack Kirby, John Buscema, Gil Kane. Quando ho iniziato a conoscere meglio il processo del disegno e l’anatomia, Buscema è stata una delle mie più grandi ispirazioni, era un grande narratore e il lavoro che ha fatto sul Silver Surfer è tra i miei preferiti di sempre. Crescendo, andando avanti nella mia carriera, ho iniziato a guardare a forme più sofisticate di illustrazione e narrazione. Lavorando anche nella pubblicità e nel cinema, ho cercato di portare elementi da questi nel fumetto. Ci sono anche altri artisti fantastici là fuori da cui sono ispirato, ma alla fine sono legato agli autori che amavo da bambino.

Come molti artisti britannici hai lavorato per 2000 AD, una fucina di talenti e idee. Che cosa ricordi di quell’esperienza e che cosa ti ha insegnato?
È divertente, perché prima di iniziare l’esperienza su 2000 AD stavo lavorando per la Marvel da circa un anno. Incontravo vari autori alle convention e agli incontri, come Dave Gibbons, David Lloyd e Alan Moore per esempio, e girava voce che fossi abbastanza bravo in quello che stavo facendo. Così qualcuno, non ricordo esattamente chi ma probabilmente Brendon McCarty, mi ha suggerito di andare a lavorare per 2000 AD. All’inizio non ero molto convinto, mi sentivo in qualche modo in debito con la Marvel, poi però mi sono deciso, ho incontrato gli editor e le persone che lavoravano per la rivista e ho mostrato loro il mio lavoro solo per vedere cosa ne pensavano. Quando me ne stavo per andare mi chiesero se avessi voluto realizzare una storia per loro, ed era una storia del Giudice Dredd! Ho accettato subito, perché non sono molti quelli che hanno avuto la possibilità di disegnare una storia di Judge Dredd al loro primo lavoro per 2000 AD, devi faticare per meritare di occuparti di un personaggio così iconico. Essendo un tipo corretto, sono tornato dal mio editor in Marvel, gli ho detto che avevo ottenuto quel lavoro anche se in quel momento non avevo alcun contratto esclusivo con la Marvel. È saltato sulla poltrona, dicendomi di rimanere e non andare a lavorare per altri, ma ho ribattuto che, anche se ero lusingato e apprezzavo il fatto che mi avessero permesso per primi di entrare nel mondo del fumetto, lavorare per 2000 AD mi avrebbe aiutato a maturare, a incontrare nuove persone, a crescere come disegnatore. Così ho iniziato, ho fatto un paio di storie di Judge Dredd, alcune copertine e altri racconti. In quel periodo ero in costante contatto con la DC Comics, David Lloyd mi aveva presentato loro in occasione di alcune convention quando avevo 16 anni e avevano manifestato un vivo interesse per il mio sviluppo artistico. Quando ho accumulato un po’ di esperienza professionale, Karen Berger (responsabile dell’etichetta Vertigo) mi ha offerto il mio primo lavoro americano – che era un Annual della Legion of Super Heroes e Doom Patrol scritta da Grant Morrison.

"Il divertimento è tutto": intervista a Doug Braithwaite_Interviste Tra le tante storie che hai disegnato, una delle più iconiche sono gli ultimi due capitoli della Trilogia X, Universe X e Paradise X: un istant classic, una visione monumentale degli ultimi giorni dell’universo Marvel. Che cosa ricordi di quel progetto e come hai accolto la notizia recente che la Marvel ha messo in cantiere un prequel della saga, Marvels X? Sarai in qualche modo coinvolto?
Non sapevo nulla di questo prequel, quindi non saprei che dire! È passato molto tempo dal mio lavoro su Universe X, ma ricordo come sono stato coinvolto, è stato piuttosto divertente. Ero andato a New York due o tre mesi prima di ricevere la proposta per quel lavoro, stavo parlando con diversi redattori e mi avevano offerto diversi lavori ma niente che mi entusiasmasse veramente. Erano sempre lo stesso tipo di storie, anche se con personaggi diversi, e io invece cercavo qualche nuova sfida. Contemporaneamente stavo ricevendo proposte di lavoro dal cinema e dalla pubblicità che erano molto interessanti e stimolanti, quindi probabilmente avrei finito per accettarle, se devo essere onesto. Stavo rientrando da New York nel mio studio a Londra, quindi non ero nello studio che condividevo con altri autori quanto arrivò una telefonata; fu uno dei miei colleghi a rispondere e al mio ritorno mi disse che c’era un tale Alex Ross che mi stava cercando: non avevano idea di chi fosse! Io pensavo ovviamente stesse scherzando, ma non era così! (Ride) Così l’ho richiamato, mi ha spiegato che amava il mio lavoro da anni e voleva avermi su quel progetto che stava andando in una direzione leggermente diversa da quella di Terra X. Ha menzionato la portata del progetto, il fatto che coinvolgeva quasi tutti i personaggi della Marvel, e questo era esattamente ciò che stavo cercando! Stavo per passare a lavorare nell’industria cinematografica ma per fortuna Alex e Jim (Krueger) mi hanno offerto qualcosa di diverso e mi hanno voluto a bordo. È stato divertente, ma anche un duro lavoro: non ho mai avuto così tanta documentazione da studiare, erano pile di volumi, niente internet come lo conosciamo oggi a quel tempo! (Ride) In ogni scena ho dovuto cercare il costume giusto per il personaggio, ed erano tutti leggermente diversi, modificati rispetto alle versioni classiche. Ma è stata una scelta giusta e un grande progetto, mi ha aiutato a maturare come artista e a pensare un po’ di più al modo in cui racconto le mie storie, perché amo le scene complicate e le sfide che pongono alla narrazione, e come devi lavorare su di esse per far arrivare la storia ai lettori nel modo appropriato. Quindi è stato un grande progetto e poi ho fatto anche il successivo (Paradise X, NdR). A ripensarci sono stato un folle, perché c’era un sacco di lavoro, anche più di Universo X! (Ride)

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Journey into Mistery #624 pag. 7

Un’altra serie Marvel molto elogiata è stata Journey into Mistery firmata da te e Kieron Gillen, che è venuta direttamente fuori dalla tua run su Thor. Sono un grande fan di quella storia e sono rimasto davvero impressionato dalla tua capacità di creare un’ambientazione fantasy convincente, sembrava che ti sentissi davvero a tuo agio in quel mondo. Sei un fan del fantasy? Quanta ricerca c’è dietro la creazione di quel mondo, che è una miscela di mitologia norrena e supereroi?
Posso cambiare il mio approccio a una storia a seconda del suo contenuto e amo il fantasy come tanti altri, non è un genere così distante dalla fantascienza. Ciò che mi ha incuriosito è che Journey into Mistery era un po’ diverso. Venivo da Thor che, sebbene fosse un fantasy barbarico, restava una classica storia del dio del tuono. Ma su Journey avevamo un Loki bambino, così come troll ed elfi e un sacco di inganni, come ci si aspetterebbe con il personaggio. Kieron è uno scrittore fantastico, mi è piaciuto lavorare con lui su Thor, e così quando mi ha parlato di questo nuovo progetto, con meno supereroi famosi e qualcos’altro in più, ho pensato che potesse essere veramente divertente. Penso che la Marvel non avesse molte aspettative su questa serie, stavano per lanciare la nuova serie di Thor così probabilmente hanno solo pensato di darci un paio di uscite prima di questo riavvio. Ma dopo qualche numero è venuto fuori che i lettori amavano la storia, le persone alle convention si vestivano come i nostri personaggi, quindi alla Marvel erano molto contenti. È stato molto divertente, l’umorismo di Kieron, la sua conoscenza della mitologia nordica e il suo gusto per il fantasy è venuto fuori in maniera evidente. E il modo in cui ha caratterizzato Loki era semplicemente fantastico!

Dopo aver fatto esperienza in Marvel e DC, da un paio di anni collabori con Valiant, dove hai iniziato a lavorare già subito dopo il suo rilancio nel 2012. Cosa significava per te e per la tua carriera iniziare a lavorare per un editore forte e ambizioso con una tipologia leggermente diversa di supereroi?
Lavorare su un concetto diverso di supereroi è stata una grande attrazione per me. Coloro che hanno rilevato i diritti Valiant, dopo che l’azienda era scomparsa alla fine degli anni ’90, hanno nuove idee e hanno voluto coinvolgere principalmente scrittori indipendenti, qualcuno con una visione diversa sulla narrazione. Sto parlando di autori come Matt Kindt, Jeff Lemire, Joshua Dysart. Per me questa decisione di usare una nuova prospettiva sul supereroico è stata vincente, davvero stimolante, inoltre mi piace lavorare con i migliori talenti che ci sono in giro. Sono stato coinvolto abbastanza presto, come hai detto, anche nello sviluppo dei personaggi. Per esempio, in Imperium ho dovuto creare i personaggi, immaginare il loro aspetto. Uno dei miei preferiti è Sunlight on the snow, perché è un robot senza volto ma è anche abbastanza umano e sensibile, quindi ho dovuto escogitare la maniera dir mostrare i suoi sentimenti, giocando con il modo in cui sta fermo e si muove, con le inquadrature e le luci per creare un chiaroscuro emotivo.

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Beh, devo dirti che mi è piaciuto molto Imperium: la storia, i personaggi, soprattutto Toyo Harada che è per lo più un personaggio simile al Dottor Destino; mi sono piaciuti l’impostazione e il fatto che sia abbastanza legato con problemi reali, come la guerra, la povertà, la corsa per tecnologie e le risorse, e sicuramente come il “sogno” alla base del capitalismo stia schiacciando il mondo.
Sì, penso che Imperium sia il lavoro di cui sono più orgoglioso tra le serie Valiant che ho realizzato. Mi è piaciuto molto creare i personaggi e farli interagire. E Joshua Dysart è un autore davvero talentuoso, fa un sacco di lavoro e ricerca sul campo, conosce i problemi e le situazioni di cui parla ed è in grado di trasporli in fumetti e creare grandi storie, con grandi caratterizzazioni e brillanti interazioni. Mette un sacco di passione e idee nel suo lavoro.

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Incursion #1 BW

Più di trent’anni anni di carriera: guardando indietro, come valuti la tua esperienza finora? Qual è il progetto che ti ha dato la più grande soddisfazione e qual è quello che, tornando indietro, non rifaresti mai?
Tutti i progetti menzionati (e anche quelli non) mi hanno dato grandi soddisfazioni: Universe/Paradise X, Il mio lavoro con Garth e Kieron e quello con gli scrittori in Valiant. Ma la mia collaborazione con Alex Ross su Justice è qualcosa a cui guarderò sempre con immenso piacere. Quando mi volto indietro, non ho rimpianti. Ho preso delle decisioni che mi sembravano le più giuste proprio nel momento in cui le ho prese. Penso che sia qualcosa che succede a tutti. Ho scelto i progetti che sentivo fossero quelli più adatti per me, mi sono divertito molto e ho avuto l’opportunità di lavorare con grandi autori. Non c’è niente nel passato che non rifarei, tutto mi ha aiutato a crescere nella mia carriera e a maturare nella mia vita. Tendo a fare un lavoro, apprezzarlo mentre lo sto facendo e poi a riporlo su uno scaffale quando è terminato per passare al progetto successivo. Non sto a guardarmi troppo indietro, ma quando lo faccio o quando qualcuno mi chiede dei miei lavori passati, di solito penso che mi sono divertito a farli, e se ai lettori piacciono e continuano ad apprezzarli, significa che ho fatto un buon lavoro.

Chiudiamo questa intervista guardando al futuro: che cosa c’è nella tua lista di progetti?
Al momento non posso dire cosa farò, sto valutando un paio di progetti e sto decidendo in quale direzione andare. Sto collaborando sia con Valiant che con altri editori, dal momento che non ho un contratto in esclusiva e posso permettermi di scegliere. L’unica cosa è che, come disegnatore, devi stare molto attento: uno scrittore può lavorare a più progetti contemporaneamente, mentre chi disegna deve concentrarsi su una cosa alla volta, altrimenti rischi di sovraccaricarti e la qualità ne risente. Quindi in questo momento sono nella fase decisionale, ma qualunque cosa farò so che sarà molto divertente e con grandi autori.

Quindi non vediamo l’ora di vedere quello che verrà fuori! Grazie ancora per il tuo tempo e la tua disponibilità.
Grazie a voi, soprattutto per non avermi fatto domande riguardo Justice: di solito mi chiedono per lo più di quel progetto, la gente sembra essere ossessionata da quel fumetto! (Ride)

Intervista realizzata il 1 novembre durante Lucca Comics and Games 2019
[Traduzione di David Padovani]

Doug Braithwaite

Iniziata la sua carriera a 16 anni nella Marvel UK, Doug Braithwaite lavora nei fumetti da oltre 30 anni. Il disegnatore britannico ha disegnato per 2000 AD e A1 prima di passare al mercato statunitense e collaborare con i più importanti editori nordamericani. All’inizio del 2000 è diventato famoso per il suo lavoro sui sequel di Earth X, Universe X e Paradise X (con Alex Ross e Jim Krueger), così come per The Punisher Kills the Marvel Universe e Punisher: MAX #13–18 con Garth Ennis. Dopo una breve pausa dalla Marvel, durante la quale si unisce nuovamente ad Alex Ross e Jim Krueger in DC Comics per disegnare la miniserie in dodici parti Justice, torna alla Marvel su Thor e Journey into the Mistery con lo scrittore Kieron Gillen, due lavori elogiati sia dai fan che dalla critica. Nel 2016 è entrato a far parte della , disegnando i personaggi più importanti dell’editore in serie come Bloodshot, X-O Manowar, Unity, Imperium, The Eternal Warrior (nella miniserie Incursion, recentemente pubblicata). Braithwaite è stato uno dei 62 creatori di fumetti che sono apparsi sul palco IGN alla convention Kapow! di Londra per stabilire due record da Guinness dei primati, la produzione più veloce di un fumetto realizzato dal maggior numero di disegnatori, impresa effettuata insieme a Mark Millar producendo una storia a fumetti in meno di 12 ore.

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