Kalporz Awards Album 2021

Kalporz Awards Album 2021
[KALPORZ] Gli album musicali più belli del 2021 secondo la Redazione di Kalporz.

Sulla qualità musicale di un anno si può discutere, ma sulla quantità del 2021 c’è poco da dire: tutti gli artisti che avevano magari tentennato a far uscire i loro lavori nel 2020, per via dello scontro con la novità della pandemia che aveva reso evidente che non si sarebbe potuti partire per i tour, hanno pubblicato quanto dovevano, capendo che – purtroppo – thenewnormal non era solo il motto del Primavera Sound di qualche anno fa ma anche lo slogan di una nuova normalità fatta di live spezzettati, contingentati, rinviati, fatti per il rotto della cuffia sfuggendo alla prossima ondata incombente. Per cui ci si è trovati di fronte a una produzione gargantuesca che, è la legge dei grandi numeri, per alcuni album si è materializzata anche in opere veramente belle.

Come sempre da quando esiste l’era dello streaming non ci può essere un solo mattatore, ma questa volta un album pluripremiato c’è stato: l’artista che ha messo d’accordo quasi tutti è stata Little Simz, prima per Popmatters, Albumism, BBC Radio 6 Music, NBHAP, Exclaim!, l’olandese OOR, The Skinny nonché seconda per NME. E se secondo “sensazioni social” avrebbero dovuto spopolare i Black Country, New Road, in realtà solo primi per Loud And Quiet anche se presenti in più di una lista in posti d’onore, un disco non semplice come quello di Floating Points, Pharoah Sanders & The London Symphony Orchestra ha invece “vinto” per Mojo, Paste Magazine, TIME e The Vinyl Factory, mentre scelte meno generalizzate sono state quelle di Pitchfork (Jazmine Sullivan, condivisa peraltro da Entertainment Weekly e NPR Music), di Consequence Of Sound (Tyler, the Creator) e di Crack Magazine (John Glacier).

Tutti questi dischi, peraltro (ALERT SPOILER), sono contenuti anche nel nostro listone, mentre scelte che non troverete qui su Kalporz sono quelle di The Quietus The Bug (a cui peraltro abbiamo dedicato la copertina di Settembre), di Uncut con The Weather Station, Far Out Magazine con Dry Cleaning e NME che ha invece premiato Sam Fender.

E per noi di Kalporz? Vi lasciamo “scrollare” qui sotto, dicendovi che per la seconda volta nella nostra più che ventennale vita una band vince dopo essersi già aggiudicata in passato i Kalporz Awards: era già accaduto per i Radiohead, raggiunti quest’anno da una band speciale.
Ma abbiamo già parlato anche troppo: via alla classifica.

 

20. DAMON ALBARN, “The Nearer The Mountain, More Pure The Stream Flows”


Forse dovremmo fare tutti come Albarn, soprattutto in questi tempi: andarcene in Islanda e guardare la neve e i vulcani da una vetrata della finestra di casa nostra. Ma noi siamo qui, e almeno possiamo ascoltare questo suo secondo album solista che si è fatto ispirare in quella maniera così intima con la natura.


19. FLOATING POINTS, PHAROAH SANDERS & THE LONDON SYMPHONY ORCHESTRA, “Promises”

Il percorso elettronico jazzistico di Floating Points va avanti ormai da anni, riuscendo a sfornare risultati interessanti come l’ottimo debutto “Aelenia ” del 2015. In questa uscita riesce a collaborare con un gigante della musica come Pharaoah Sanders, e senza snaturarsi regalano un LP che probabilmente verrà continuato a suonare nei nostri impianti per ancora diverso tempo.


18. TIRZAH, “Colourgrade”


Dai tempi dell’esordio, l’autrice inglese è una delle voci preferite dalla redazione di Kalporz. Se già “Devotion” aveva fatto alzare varie sopracciglia per la maturità e la bontà delle composizioni presenti, “Colourgrade” ha fatto sì che riuscisse a superarsi. Applausi per la classe di Tirzah.


17. SNAIL MAIL, “Valentine”


Con “Valentine”, il sophomore di Snail Mail, la maturazione compiuta da Lindsey Jordan è totale: il suo talento di compositrice emerge in modo evidente ovunque, dalle laceranti scariche di elettricità del brano che dà il titolo all’album alla furtiva “Ben Franklin”, dal romanticismo poetico di “Light Blue” e di “Mia” al rock liberatorio di “Madonna” e di “Automate”. È un disco che parla di cuori infranti e lo fa con grinta e con rabbia.


16. GENESIS OWUSU, “Smiling with No Teeth”


Album di debutto tra gli LP più divertenti dell’anno per lo stralunato Kofi Owusu-Ansah aka Genesis Owusu, ventitreenne ghanese di stanza a Canberra che con “Smiling With No Teeth” si è inserito senza timori reverenziali nell’immortale filone funk/R&B che ha impiegato troppo tempo per avere un suo nome di riferimento anche nell’ineffabile Australia del nuovo secolo.

15. SUFJAN STEVENS & ANGELO DE AUGUSTINE, “A Beginner’s Mind”


La delicatezza di Sufjan ha modo di ricrearsi in tutta la sua bellezza cristallina con la collaborazione di Angelo De Augustine, e si fa anche più leggera: non difficili temi personali ma la rappresentazione in musica di istantanee filmiche. Un’evasione consapevole.


14. FOR THOSE I LOVE, “For Those I Love”


For Those I Love è il progetto del dublinese David Balfe, che nell’esordio omonimo tratta tematiche di amore e perdita (quella di Paul Curran dei Burnt Out, il suo migliore amico e poeta come lui, già omaggiato dai Murder Capital) su basi elettroniche e hip-hop con samples di Smokey Robinson, Barbara Mason e Sampha. Profondo come “Automatic For The ”, ballabile come “Original Pirate Material” di The Streets.


13. ALTIN GÜN, “Yol”


Ai tempi del primo album (“On” del 2018) la formula presentava ancora qualche leggerissima forzatura. Per giunta che, già con il secondo album, l’effetto sorpresa – per quanto non esaurito – si era di certo ridotto. E invece il nuovo album viaggia sorprendentemente bene. Spinge ancora di più sulla strada dello sposalizio turco tra una luccicante signora disco e un folkeggiante signore piuttosto ruvido. “Yol” è fatto di coerenza, tensione emotiva e valorizzazione di un patrimonio inestimabile – quello turco e mediterraneo – che sembra non finire mai.


12. JAZMINE SULLIVAN, “Heaux Tales”


In un genere come l’R&B sembra impossibile inventarsi qualcosa di nuovo. Ma quando c’è la voce, testi che non lasciano indifferenti e la qualità delle composizioni si può ancora stupire. I”Heaux Tales” segna il grande e sorprendente ritorno di Jazmine Sullivan. Un hit dopo l’altra e non è un’iperbole.


11. JOHN GLACIER, “Shiloh. Lost for Words”


La ventiseienne rapper londinese di origini giamaicane ma cresciute in uno dei “place to be” di artisti e creativi – Hackney – in “Shiloh. Lost For Words” riesce a condensare le migliori sonorità dell’underground inglese in tracce nebbiose tra grime e R&B.


10. TURNSTILE, “GLOW ON”


Sembra quasi di essere tornati all’epopea crossover di fine anni 80/inizi 90, se non fosse che “GLOW ON” ha invece un linguaggio contemporaneo, figlio di un melodico ma che si evidenzia in un pop fulmineo, allo stesso tempo devastante e esteticamente ineccepibile.


9. SEGA BODEGA, “Romeo”


Con il suo lavoro per Shygirl il producer di casa NUXXE ha definito uno dei sound più potenti ascoltati negli scorsi anni, mentre il suo progetto solista ha presentato un songwriting ibrido, in costante evoluzione e convincente. “Romeo”, proprio per questo, è un tassello decisivo nella carriera di uno dei musicisti più talentuosi di questi tempi.


8. TYLER, THE CREATOR, “CALL ME IF YOU GET LOST”


Tyler regala un compendio di sonorità e suggestioni che svariano più che mai dal gangsta-rap alla trap, dall’R&B contemporaneo al nu-jazz in una sequenza di almeno dieci potenziali singoli che fanno di “CALL ME IF YOU GET LOST” un lavoro maturo, coeso nelle sue innumerevoli angolature sonore. Idee, flow, composizioni al servizio di un talento innato che non smette di stupire dieci anni dopo.


7. HELADO NEGRO, “Far In”


Non era semplice dare un seguito all’ottimo “This Is How You Smile”, pubblicato nel 2019, ma “Far In” è una vittoria: Roberto Carlos Lange confeziona un disco che, nel riprendere temi e suoni del suo predecessore, rende la propria esperienza creativa alla stregua di un rituale collettivo. Attraverso suoni caldi e familiari e collaborazioni di spicco, Lange ci invita a guardare dentro noi stessi per provare a capire qualcosa di più del mondo che ci circonda.


6. THE NOTWIST, “ Days”


A testimonianza di una sua forza intrinseca, “ Days” compila un insieme di canzoni che si susseguono come un’unica entità e le liriche come un poema. Sulle problematiche del mondo, le nostre lotte quotidiane e l’annullamento della distanza. Sette anni di attesa non sono stati vani.


5. L’RAIN, “Fatigue”


C’era un periodo quando tutte le uscite più originali e difficilmente etichettabili erano Made in Brooklyn. Non ce ne siamo accorti, ma è già passato un decennio e grazie ad artiste come Taja Cheek quella golden age ci sembra un passato meno remoto: pop psichedelico, soul, incursioni jazzy e un gusto molto contemporaneo.


4. SHAME, “Drunk Tank Pink”


Il secondo lavoro del quintetto londinese, prodotto da James Ford (Arctic Monkeys), fotografa alienazione e depressione giovanili al tempo della pandemia con maggiore ardore e spigolosità che in “Songs Of Praise”: highlights “Born In Luton”, punk-funk a servizio dell’incubo, e “Snow Day” con un’interpretazione vocale di Charlie Steen tra chitarre stridenti da levare il fiato.


3. BLACK COUNTRY, NEW ROAD, “For The First Time”


Prima dell’album si sono aggiudicati con poco più di un brano il titolo di “migliore band del mondo” secondo il web-magazine inglese The Quietus. Con “For The First Time” i Black Country, New Road si dimostrano una band che ha ancora tanto da suonare, ma che, per la prima volta, è capace di dare vita a un sound nuovo e degno delle sue influenze. Il 2021 appartiene a loro.


2. LITTLE SIMZ, “Sometimes I Might Be Introvert”


E’ un il disco variegato e coinvolgente, la cui ampia durata permette, a chi ancora non conosce Little Simz, di scandagliare con sguardo attento l’arte della giovane rapper quasi in ogni suo aspetto: dalle fonti d’ispirazione al virtuosismo dei testi, dalla sua voce magnetica ai ritmi coinvolgenti e ipnotici.


1. LOW, “HEY WHAT”


Un’opera ambiziosa e frizzante: con sussurri di chitarra appena accennati, fragori improvvisi, ritmiche incerte e paesaggi lunari i Low provano da sempre a dare una forma al vuoto. Un album conscio del fatto che ciò che si crea non possa che essere fragile, frammentato e zoppicante.


(la Redazione)

KALPORZ AWARDS HISTORY (ex Musikàl Awards):
Kalporz Awards 2020 (Yves Tumor)
Kalporz Awards 2019 (Tyler, The Creator)
Kalporz Awards 2018 (Idles)
Kalporz Awards 2017 (Kendrick Lamar)
Kalporz Awards 2016 (David Bowie)
Kalporz Awards 2015 (Sufjan Stevens)
Kalporz Awards 2014 (The War On Drugs)
Kalporz Awards 2013 (Kurt Vile)
Kalporz Awards 2012 (Tame Impala)
Kalporz Awards 2011 (Fleet Foxes)
Kalporz Awards 2010 (Arcade Fire)
Kalporz Awards 2009 (The Flaming Lips)
Kalporz Awards 2008 (Portishead)
Kalporz Awards 2007 (Radiohead)
Kalporz Awards 2006 (The Lemonheads)
Kalporz Awards 2005 (Low)
Kalporz Awards 2004 (Blonde Redhead, Divine Comedy, Franz Ferdinand, Wilco)
Kalporz Awards 2003 (Radiohead)
Kalporz Awards 2002 (Oneida)
Kalporz Awards 2001 (Ed Harcourt)

Pubblicato originariamente su www.kalporz.com/2021/12/kalporz-awards-album-2021

Perché questo articolo? Leggi qua!

logo_300_wordpressKalporz scrive di musica, con una propria visione, dal 2000. E’ da sempre attenta alle novità, alle tendenze, alle scene emergenti, e gli piace raccontarle in modo originale, senza filtri e con cura. In particolare la sua curiosità musicale è alla ricerca delle “cose belle”, al di là dei generi.

 

Clicca per commentare

Rispondi

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Torna su