Incontrarsi a Napoli: intervista a Claudio Acciari

Milano, Monaco, Los Angeles, ripercorriamo la carriera di Claudio Acciari, animatore che ha esordito con "Meka Chan", graphic novel ispirato agli anime

Claudio Acciari dà l’idea di essere una persona molto schiva, ma appena riesci a rompere il ghiaccio capisci che in realtà è solo molto riservato e riflessivo. Non gli piace dare risposte preconfezionate ma è invece diretto e senza peli sulla lingua. Lo abbiamo incontrato al Napoli Comicon, dove presentava Meka Chan, il suo graphic novel d’esordio. Un’opera molto singolare per il mercato editoriale italiano, realizzata come lo storyboard di un cartone giapponese degli anni ’70.
Tanto quanto nel suo lavoro anche nella vita all’autore piace essere fuori dagli schemi, come ci ha confessato nel pieno marasma della fiera napoletana: “
Non lo capisco questo divismo nel fumetto. Per me Meka Chan o un qualunque altro fumetto sono dei prodotti che vado a comprare in edicola, in libreria e mi piace leggere, ma finisce qui. Non capisco queste file, le foto. Da giovane mi piaceva leggere il Topolino di Giorgio Cavazzano ma non mi interessava sapere chi era, non mi interessava incontrarlo. Mi rendo conto che nell’epoca dei like, sono fuori dal mondo”.
Abbiamo provato a capire qualcosa in più sulla produzione di Meka Chan.

Incontrarsi a Napoli: intervista a Claudio AcciariQuali sono state le tue influenze e le tue letture?
Sono un consumatore normale di fumetti, da giovane leggevo i classici come Topolino, Peanuts, Asterix (quando c’era Goscinny), mentre mi reputo più un appassionato di cartoni animati, un appassionato con un duplice interesse: uno per il versante giapponese e l’altro per quello statunitense. Del primo ricordo ancora lo shock per la prima puntata di Goldrake su Raidue, era il 1978 e per me sembrava che fossero sbarcati gli alieni! Per quanto riguarda il secondo ho sempre apprezzato invece la gradevolezza superficiale, il senso della magia dei classici Disney. Parlo di film come Fantasia o Red e Toby; di quest’ultimo mi piaceva la storia, molto anomala per essere disneyana perché non c’erano principesse ma c’erano due nemici che finivano per diventare amici. Proprio a questo tema si ricollegano le storie giapponesi che toccavano argomenti e sfumature psicologiche più mature rispetto a ciò che eravamo abituati a vedere, ed era l’aspetto che più mi ha affascinato. Detto questo, non mi sono mai interessati i crossover, non mi interessa mischiare le carte, mi piace che ci sia una netta divisione tra due immaginari differenti che esprimono una diversità di espressione.

Tu sei stato anche animatore per la Dreamworks, hai lavorato a Il Principe d’Egitto
Professionalmente ho iniziato nel 1994 nello studio di animazione di Giuseppe Laganà (scomparso di recente) e dopo pochi mesi ho avuto l’opportunità di trasferirmi in Germania, a Monaco, dove ho lavorato sul lungometraggio di animazione La banda del Rock – I musicanti di Brema, che nella versione italiana aveva la voce tra gli altri di Zucchero Fornaciari. Grazie a quel lavoro ho avuto un contatto con un supervisore della Disney che mi ha invitato a Los Angeles dove sono andato a mostrare il mio lavoro come animatore. Ma mentre ero lì una mia amica che lavorava in DreamWorks mi ha convinto a presentare i miei lavori anche a loro e così è nata la mia esperienza in America.

E poi dall’America al mondo degli anime…
Parallelamente alla produzione in America, ho sempre continuato a vedere i cartoni animati giapponesi e mi rendevo sempre più conto che amavo la loro sintesi piuttosto che la ricchezza del movimento che era invece la caratteristica dell’animazione americana dell’epoca. E mentre continuavo a disegnare, essendomi sempre più avvicinato ai prodotti giapponesi, ho capito che quel mondo era l’unico in cui mi ritrovavo davvero e che mi permetteva di realizzare opere più personali.

L’ideazione di Meka Chan è essa stessa artistica e creativa perché nasce come sigla televisiva per un fantomatico cartone che in realtà non è mai esistito…
Intorno al 2005, grazie a Internet, ho rivisto le sigle televisive dei cartoni giapponesi; alcune di queste sigle non le avevo nemmeno mai viste. È stata l’opportunità per rituffarmi nel passato e soprattutto per apprezzare quei lavori, quella sorta di commistione tra la produzione giapponese e il rifacimento in italiano. In quel periodo infatti si adattavano le sigle per farle capire maggiormente dal pubblico italiano, dando vita ad un genere musicale interessantissimo, anche perché i musicisti avevano una grande libertà espressiva. Ho pensato quanto fosse interessante immaginarsi come poteva essere un cartone animato solo attraverso la visione della sigla. E da lì è nato quello che per me è un giochino. La sigla come un fine piuttosto che un mezzo, per presentare un cartone animato inesistente ma che sarebbe potuto esistere. Questo era lo spirito a cui mi sono ispirato per quello che ho fatto. È un lavoro che va al di là dell’essere un omaggio tout court, lo vedrei piuttosto come un falso d’autore. Così grazie all’aiuto di un paio di amici musicisti ho scritto il testo, ispirandomi alle atmosfere di Conan e Peline e abbiamo suonato le parti strumentali.

Meka Chan è stata la prima sigla che hai composto e disegnato?
No. La prima sigla è stata Jack che si rifaceva alle serie robotiche, poi ho fatto Ciro, il campione di ping pong, perché in quel periodo avevo appena visto la serie di Jenny la tennista e volevo fare una serie su uno sport più popolare e meno d’elite rispetto al tennis. E mentre realizzavo queste sigle, immaginavo un’ipotetica storia e il suo sviluppo, che però lasciavo sempre in sospeso. In ogni sigla c’è comunque una coerenza interna, anche se non viene esplicitata oggettivamente. Infine nel 2009 ho fatto Meka Chan.

Perchè poi è stata Meka Chan e non le altre sigle a diventare un fumetto?
In realtà l’idea di farne un fumetto è nata grazie ad un editore francese che mi ha contattato dopo aver visto su internet le sigle che avevo realizzato e mi ha proposto di farne una trasposizione in un fumetto. La scelta di Meka Chan piuttosto che un’altra sigla è stata la sua, perché secondo lui un personaggio femminile funzionava di più. Per me sono tutti figli uguali.

Alla fine hai dovuto scriverla veramente la storia…
All’inizio ho sviluppato una storia che c’entrava poco con la sigla, era una storia più leggera, ambientata addirittura negli anni ‘90, ma l’editore mi ha detto che aveva immaginato una storia e un’ambientazione alla Conan. E così ho fatto un procedimento inverso rispetto al solito, mi dovevo ispirare alla sigla quando di solito la sigla si fa in funzione della storia e di un progetto definitivo. E secondo me è proprio questo l’aspetto più interessante dal punto di vista artistico.

Una sorta di indagine investigativa! Nella sigla metti degli indizi e poi cerchi di risolverli, diventi l’investigatore dell’omicidio che hai fatto stesso tu.
Esatto. Come se avessi compiuto un omicidio e dopo aver perduto la memoria mettessi i panni da Sherlock Holmes per risalire al mio crimine.

Incontrarsi a Napoli: intervista a Claudio Acciari

Quindi dicevi che Meka Chan dal punto di vista editoriale nasce prima in Francia.
In teoria sì. Io avevo abbozzato lo storyboard della storia, ma per vari motivi la collaborazione con l’editore francese non ha più visto la luce, così mi sono trovato tra le mani questa storia che non volevo che diventasse un fumetto in senso classico ma che amavo come storyboard. Sia perché mi ricordava la struttura degli album di figurine degli anni ’80, sia perché mi piaceva l’idea di una pagina con una struttura fissa e con le vignette rappresentate come uno schermo televisivo, con le voci che sono all’esterno del quadro. Il mio lavoro è molto cinematografico, è assimilabile ad un film muto con il testo che è come un sottotitolo. E allora ho detto a me stesso “Meka Chan deve essere uno storyboard!”. Sono andato da Michele Foschini della Bao Publishing, a cui è piaciuto il mio lavoro e ha abbracciato il progetto.

Ci puoi anticipare qualcosa sui tuoi progetti futuri?
Di solito quando dico “sto lavorando a qualcosa” poi per un motivo o un altro alla fine non si fa, per cui sono restio a sbilanciarmi. Mi sbilancio solo quando un progetto è quasi finito. Ti dico però che è da un po’ di tempo che sto lavorando ad un progetto di un album di figurine con una storia in cui le figurine mancanti hanno un ruolo. Provo a spiegarmi meglio. Quando nell’immagine non fornisco una testimonianza, i personaggi della storia hanno due visioni differenti e discordanti e le prove che metterebbero a tacere una delle due parti sono proprio nella figurina mancante. Così creo il dubbio anche nel lettore. Mi piace usare questa formula perché la trovo adatta per non fornire troppe testimonianze, e per rendere interessante e misteriosa la vicenda perché solo alla fine il lettore, quando avrà incollato le figurine mancanti, avrà capito il senso della storia.

In bocca al lupo.
Crepi.

Intervista svolta con l’autore a Napoli Comicon il 24 aprile 2016.

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