Voices - Raccontare il Nuovo Umanesimo Supereroico [Parlov, Sorrentino, Vitti]

Voices – Raccontare il Nuovo Umanesimo Supereroico [Parlov, Sorrentino, Vitti]

Alessandro Vitti

Lo scorso aprile, durante il Pescara Comix, ho avuto il modo di scambiare quattro chiacchiere con tre dei disegnatori nostrani (Goran Parlov è croato ma vista la sua lunga militanza Bonelli lo sentiamo comunque nostro) più affermati negli USA: Alessandro Vitti, Andrea Sorrentino e Goran Parlov.

Ho provato a far loro delle domande un po’ diverse dal solito, più in linea con i contenuti di questo blog e sono uscite delle riflessioni molto interessanti su tematiche e narrazione sequenziale.

Ma prima si comincia con la prima reazione di Alessandro Vitti mentre sfoglia Comics Calling Director’s Cut

 

Io, di base, ai miei allievi a scuola dico che, prima di diventare disegnatori bisogna preoccuparsi della priorità principale del fumetto: deve essere letto. Ci sono delle regole di base, delle soluzioni grafiche che bisogna utilizzare per spingere il lettore ad arrivare alla migliore fruizione possibile

C’è l’impressione che il fumetto americano si trovi a un punto di svolta, un momento in cui c’è maggiore attenzione all’uomo più che al supereroe. La persona oltre la maschera. In un recente articolo su Fumo di China (QUI la versione in Inglese) si parla di un Nuovo Umanesimo Supereroico.  È così anche per voi? E nel caso come influisce questo sul vostro lavoro? [a questa domanda Parlov non risponde per via di un bisogno fisiologico di nicotina – era fuori a fumare.]

New X-Men di Morrison e Quitely

 

Andrea Sorrentino

Sorrentino:Credo che il primo vero cambiamento negli Stati Uniti sia avvenuto all’inizio degli anni 2000, in coincidenza dello sgonfiamento della bolla degli anni ’90 in cui non esisteva praticamente la storia, esisteva il disegno caricato all’estremo, e con l’arrivo di autori britannici come Grant Morrison e Garth Ennis. Sono autori che hanno portato un po’ più di sostanza facendo capire a tutti che il fumetto poteva avere altri contenuti. In questi ultimi anni poi credo che molto abbia influito la Image, insegnando alla gente (come già aveva fatto la Vertigo qualche anno prima) che si poteva narrare anche qualcosa di diverso dalle tematiche più strettamente per ragazzini. Che si potesse leggere tra le righe qualcosa di più complesso. Da questa esperienza sono nati autori che hanno portato nei comics la propria esperienza personale.

Quello che trovi, per esempio, nelle storie di Jeff [Lemire] è proprio lui: il modo semplice di approcciare determinati argomenti, la vena malinconica – Essex County è spesso commovente – fa parte di Lemire. È proprio lui.

Ci sono in giro sempre più autori, forse anche grazie alla possibilità di lavorare a serie creator-owned, che mettono sé stessi nei propri fumetti. Credo che sia questo il fattore che porta a quest’evoluzione – molto positiva – portatrice di tematiche che oltrepassano il classico approccio supereroistico e virano sul lato umano. Proprio in virtù del fatto che gli autori inseriscono la propria umanità nei loro lavori.”

Vitti: “Si avverte effettivamente questa tendenza, sia dal punto di vista narrativo che artistico, e a me fa molto piacere. Senza nulla togliere al mio passato da lettore di fumetti di supereroi anni ’90”

Sorrentino: “Io ho cominciato a leggere i fumetti americani tardi, con Authority, saltando tutta la parte degli anni ’90”

 

Green Arrow di Jeff Lemire e Andrea Sorrentino

Vitti: “L’arrivo degli scrittori inglesi ha condizionato tantissimo la narrazione e la loro influenza è visibile. Authority secondo me è stato l’apice di quel cambiamento di cui parlavi.”

Sorrentino: “Come anche i New X-Men di Morrison, dove un artista del calibro di Frank Quitely ha introdotto un’estetica nuova, magari ostica all’inizio, ma totalmente diversa e affascinante.”

Vitti: “Credo però che ci sia un altro punto: noi avvertiamo il cambiamento ma spesso molte cose sono pianificate a monte, organizzate e programmate durante le riunioni editoriali – a cui ho potuto assistere qualche volta. Credo che molto si basi anche sul mercato stesso”

Red Lanterns di Alessandro Vitti

Sorrentino: “È cambiata anche l’utenza, è più ricettiva.”

 È anche un’utenza anagraficamente più vecchia, no?

Sorrentino: “Sì, ci sono molti più adulti che si avvicinano al fumetto”

Vitti: “Sì, ma c’è anche un’altra fetta di mercato, più giovane, che è molto legata al prodotto giapponese. Questo, nella maggior parte delle storie trattate, è molto più legato all’emotività e all’intimità dei personaggi. Pur affrontando tematiche di tipo supereroistico raccontano molto del piccolo, del personale, che porta molti ragazzi ad immedesimarsi. Credo che tutte queste cause siano confluite, volontariamente o casualmente – ma comunque organizzate e strutturate – in questa nuova tendenza, che soddisfa le diverse esigenze del pubblico.”

In merito allo storytelling, i disegnatori si approcciano alla narrazione con metodi differenti e spesso diametralmente opposti tra loro. C’è che parte dal dettaglio e chi invece, come ad esempio Cristian Ward che comincia dal colore, parte dalla costruzione più generale dell’albo. Voi come costruite la vostra narrazione?

Le sequenze cinematografiche di Sorrentino su Old Man Logan

Sorrentino: “Io ho bisogno di visualizzare prima la scena. Per cui, prima di disegnare le singole vignette, ho bisogno di leggere l’intera sceneggiatura, almeno tre pagine in sequenza e, lontano da questa, immaginarmi come potrebbe essere quella scena in un film. Ho bisogno di creare una consequenzialità tra le varie scene: mi dà fastidio l’idea di dover ‘staccare’, finire una pagina per poi scoprire di dover fare una cosa completamente diversa in quella successiva. Molto spesso mi capita di dover aggiungere vignette proprio per riuscire a dare alle varie scene un maggior senso di continuità.

Per me la narrazione è sostanzialmente questo: visualizzare tutto come fosse una scena continua, una sequenza,  per poi spezzarla nei suoi momenti chiave, i più rappresentativi.

Parlov: “Io non leggo mai la sceneggiatura in anticipo, leggo pagina per pagina come un lettore qualunque e così ogni pagina mi sorprende. Non so come finirà l’episodio, anche perché non ho voglia di leggere la sceneggiatura [risate], ma la ragione principale è che quando leggo quella pagina mi emoziona, con Garth [Ennis] è spesso un orrore, oppure mi diverte. Allora voglio sfruttare questa prima sensazione, questa emozione. Se leggessi prima tutta la sceneggiatura mi divertirei, mi spaventerei ecc… ma poi, quando torno su quelle pagine, non ho più quella carica, non è più la stessa cosa: ricordo l’emozione provata leggendo ma non c’è più la stessa intensità.

Io invece voglio vivere la storia in quel momento e buttarla subito sulla carta.

È un processo nato quasi per caso: spesso ricevo sceneggiature in lingue che non conosco per niente, le prime sceneggiature di Ken Parker mi venivano mandate da Berardi sotto forma di storyboard, disegnate, visto che non parlavo per niente l’italiano. Successivamente, in Bonelli, ricevevo invece 94 pagine di sceneggiatura completa e leggerle tutte, dall’inizio alla fine, era troppo faticoso per me per cui disegnavo mentre leggevo. È stato così che ho capito che questo sistema funziona meglio per me. Tutt’oggi faccio così, a volte ho problemi con editor e supervisori quando mi chiedono se ho letto la sceneggiatura ma il mio metodo ormai è questo, non posso cambiarlo”

[durante la conferenza Goran Parlov ha raccontato che l’uso dello sfondo nero e delle vignette in cinemascope sono state una precisa richiesta dell’Editore. In modo da richiamare lo schermo cinematografico]

Vitti: “All’inizio, quando ho cominciato questo lavoro, prendevo tutti i suggerimenti che mi venivano dati; tra questi c’erano quelli di una persona a cui devo moltissimo, e che devo sempre ringraziare per il fatto che faccio questo lavoro, che è Davide Fabbri. Lui mi diceva sempre ‘leggi la sceneggiatura, tutta, poi la rileggi suddividendola in sequenze e fai i layout’. Infatti all’inizio ho fatto così, poi ho cominciato ad adottare lo stesso metodo che descriveva Goran Parlov e, sinceramente, mi ha aiutato ad aumentare la partecipazione alle storie poiché vivevo le stesse sorprese che vive il lettore. Ad esempio di Suiciders conoscevo già la storia, Lee Bermejo mi aveva girato la sinossi, ma, mentre disegnavo, non ricordavo del destino riservato al protagonista; me ne sono ricordato solo al momento in cui ho disegnato la pagina in cui questo destino si compie [qui ho modificato un po’ il testo in modo da non fare spoiler e non rischiare il linciaggio]. Ero arrivato a quel momento pienamente affezionato al personaggio, ero coinvolto in prima persona nella narrazione. Per cui credo che questo sia un metodo che rende: non so se sia pigrizia o altro ma sicuramente mi ha aiutato a caricare emotivamente il mio lavoro”

Suiciders di Bermejo/Vitti