Aggretsuko: rabbia e pucciosità in un solo anime

Aggretsuko: rabbia e pucciosità in un solo anime
La serie animata Netflix coniuga miracolosamente dolcezza e death metal, ricordando quanto sia importante scegliere anziché subire le scelte di altri.

In giapponese l’aggettivo kawaii significa carino, grazioso, adorabile. Nel gergo di anime e manga però indica da tempo un vero e proprio sottogenere “estetico” fatto di personaggi tondeggianti, colorati, ineluttabilmente teneri. Un successo commerciale che ha dato vita a un vastissimo mercato e, soprattutto in Giappone, a una moda giovanile fatta di look, accessori e peluche tutti all’insegna del puccioso.
Se volessimo spiegare il fenomeno a un profano, l’esempio migliore sarebbe sicuramente Hello Kitty, la gattina famosa in tutto il mondo e dal merchandising sconfinato, prodotta dalla giapponese Sanrio, storica azienda di giocattoli e gadget che negli anni ha creato un vero e proprio “impero kawaii”.

Eppure anche l’idea di carineria si evolve fino ad arrivare al punto di saturazione e, come accade per i fiumi, superato un certo limite l’unica cosa che resta da fare è rompere gli argini.  Ecco allora che la Sanrio, con una mossa tanto azzardata quanto intelligente sforna l’ennesimo personaggio grazioso che però a ben vedere è anche una beffarda satira dello stesso stilema kawaii: Aggretsuko.

Inizialmente apparsa in una serie di 100 cortometraggi da un minuto trasmessi sulla TBS (Tokyo Broadcasting System) a partire dal 2016, il personaggio ha raggiunto una popolarità mondiale grazie alla serie anime prodotta da e recentemente arrivata alla terza stagione. 
La timida Retsuko è un panda rosso di 25 anni, segno scorpione, single. Il character design dell’artista nipponica Yeti è un vero e proprio manuale kawaii: colori pastello, testa grande e corpo piccolo, occhietti dolcissimi, guanciotte sempre pronte ad arrossire. Che succede però se un personaggio così tenero, invece di vivere in un contesto altrettanto batuffoloso, è inserito nell’infernale tran tran di una metropoli giapponese?

Retsuko infatti lavora come contabile in una società gestita e popolata da altri animali antropomorfi: il suo capo è un maiale, il presidente dell’azienda un elefante, e tra i colleghi ha una iena, un fennec e un ippopotamo. Vive in un minuscolo appartamento il cui affitto riesce a malapena a permettersi. La sua vita è fatta di alienante routine, di metropolitane affollate e di soprusi sul luogo di lavoro.Apparentemente Retsuko sopporta, tiene il musetto basso, non reagisce. Chiunque altro esploderebbe ma lei ha un segreto.

Dopo l’orario di lavoro infatti Retsuko se ne va al karaoke, si chiude in una sala privata e una volta completamente sola e lontana da tutti, impugna il microfono e canta.
Non le solite canzoni pop tanto care al mondo idol, ma violentissimi brani death metal, il cui testo improvvisato contiene di volta in volta invettive contro chi le ha rovinato la giornata. La remissiva Retsuko subisce in questi momenti una vera e propria trasfigurazione: gli occhi diventano bianchi e senza pupille, contornati da un trucco pesantemente dark, la bocca si spalanca mostrando dentini aguzzi mentre la sua voce sottile diventa una gutturale e minacciosa death voice. Sulla fronte le compare il kanji giapponese “Retsu” che significa “rabbia”. Se consideriamo che “ko” in giapponese significa “bambino”, possiamo tradurre il nome Retsuko come “bimba arrabbiata”, un nome decisamente appropriato a esprimere la sua doppia anima. Anche perché Retsuko è ancora piuttosto kawaii anche quando s’incattivisce.

Rarecho, co-creatore e regista di tutti gli episodi, riesce a ribaltare l’idea di kawaii alla sua radice. Già l’opening della serie chiarisce immediatamente che le intenzioni sono tutt’altro che buone, e anche se i disegni sono stilizzati e “carini”, non c’è dubbio che la vera protagonista della storia sia lei, la RABBIA. La prima cosa che vediamo sullo schermo è infatti il già citato kanji “Retsu”, con chitarre ultradistorte in sottofondo. Poco dopo, appare Retsuko con il suo completo da lavoro e l’espressione tranquilla di tutti i giorni. Non è la rabbia a inserirsi in un contesto kawaii, ma è la carineria a risultare weird, fuori posto, in un mondo dominato dalla rabbia. Dunque quale delle due versioni di Retsuko è la più autentica? Quale invece è la maschera?

Il ribaltamento dell’idea di kawaii e il suo inevitabile effetto comico sono però a ben guardare sono solo la punta dell’iceberg di un’operazione che va più a fondo, sia nel raccontare la società – giapponese ma non solo – sia nell’indagare psicologicamente una fase della vita piuttosto delicata.

Anche i colletti bianchi nel loro piccolo s’in***zano

La società in cui lavora Retsuko è lo stereotipo di ogni posto di lavoro impiegatizio, una versione più universale della Megaditta fantozziana, certo senza la grossolaneria tipica italiana, ma con gli stessi ruoli, le stesse strutture gerarchiche piramidali e gli stessi soprusi.

Com’è noto i giapponesi hanno un’etica del lavoro rigorosissima, fondata sul rispetto estremo degli organigrammi e dei ritmi produttivi, uno stile di vita da “chi si ferma è perduto” che molto spesso arriva a essere disumano, portando spesso dei seri scompensi psicologici in chi non riesce a stare al passo.
Considerata la sua indole, Retsuko appare piuttosto inadatta a questo mondo. È una brava contabile ma non ha particolari talenti e la sua timidezza la rende incapace di adulazione. La remissività la espone alle prepotenze dei capi e anche alla malignità di qualche collega, ostacoli a cui lei non reagisce, ma che pure percepisce, ingloba, assorbe, così che la rabbia monta nel corso della giornata, per poi finire scaricata ogni sera nel death metal.

Retsuko custodisce questa sua valvola di sfogo come un segreto inconfessabile, quasi fosse un crimine. Questo può apparire strano per noi occidentali, che pure se non siamo ossessionati dal karaoke come i giapponesi, sicuramente non consideriamo il cantare una cosa di cui vergognarsi. Però Retsuko è ben consapevole che il suo hobby è una reazione alle insoddisfazioni lavorative. E l’etica rigorosa giapponese non ammette lamentele da chi non se le può permettere. La vita va dedicata quasi interamente al lavoro e alla produttività e lamentarsene è semplicemente inaccettabile. Chi lo fa, deve farlo in privato.

Ecco allora una prima interessante chiave di lettura di Aggretsuko: se da un lato le gag da ufficio sono un vecchio cliché – tanto che lo stesso Rarecho in un’intervista si stupisce del loro successo – dall’altro raccontare lo sfogo di un’apparentemente innocua giovane contabile, va a colpire proprio quel rigore a cui i giapponesi tanto tengono, lo smaschera, rivelando che dietro precisione, straordinari massacranti e inchini, c’è molta competizione, molta cattiveria e una dose massiccia di frustrazione.

Metallum ergo sum

*ATTENZIONE: questo paragrafo contiene spoiler

Il registro predominante di Aggretsuko è sicuramente quello della comicità, giocata molto su equivoci, imbarazzi e buffi capovolgimenti. Eppure, nella leggerezza generale della narrazione, con episodi di 11-15 minuti ciascuno che scorrono via facilmente, è presente nemmeno tanto sotto traccia un’interessante riflessione generazionale
Retsuko ha 25 anni e si ritrova per la prima volta ad affrontare la vita adulta, quella con tutti i crismi, in cui ci si ritrova a vivere soli, lavorare, pagare l’affitto e si guarda con maggiore concretezza al proprio futuro, facendo i conti della serva sull’effettiva realizzabilità delle proprie aspirazioni.
Il passaggio dalla vita in famiglia a quella autonoma è quasi sempre uno shock e Retsuko non fa eccezione: si scontra con un mondo difficile, freddo, spesso ostile per le dinamiche lavorativo/fantozziane, dicevamo, ma non solo.

Il death metal, per quanto buffo come soluzione visiva e narrativa, rappresenta la valvola di sfogo attraverso cui sopravvivere all’amarezza della vita adulta. Ai soldi che sono sempre pochi, al lavoro alienante, a colleghi, amici e genitori invadenti, alla difficoltà nel trovarsi un partner degno di questo nome. Nessuno sa di questa sua abitudine, eppure sfogarsi quotidianamente le restituisce un qualcosa che gli altri non hanno. Un’indipendenza, una sicurezza di sé che passa sottopelle, non visibile, nascosta dall’atteggiamento sottomesso eppure presente.

Retsuko si ritrova ad essere, senza volerlo e senza neanche lontanamente rendersene conto, un personaggio carismatico per i suoi colleghi e per chi la circonda. Pur apparendo anonima e “sfigata”, i colleghi e i superiori più o meno benintenzionati non possono fare a meno di ronzarle attorno, d’impicciarsi negli affari suoi, di spettegolare su di lei. Ci sono ovviamente anche i risvolti positivi, come nel caso di Haida, un collega dalle fattezze di una iena, che finisce per prendersi una sbandata formidabile per lei, o le irraggiungibili Gori e Washimi – rispettivamente una gorilla e un uccello segretario, direttrice marketing l’una, segretaria del presidente della compagnia l’altra – che finiscono per diventare sue grandi amiche al punto che Retsuko svelerà loro il suo segreto.

Questa sorta di impercettibile equilibrio interiore le dona dunque uno strano magnetismo, una capacità di gestirsi che l’aiuta a crescere e a imporre la propria personalità e le proprie scelte. E non è un caso se ognuna delle tre stagioni finora realizzate – al momento non ci sono ancora notizie ufficiali su una eventuale quarta – si concludono tutte con dei no di Retsuko, dei no importanti, difficili eppure necessari.

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Nella prima stagione, Retsuko sembra aver trovato l’amore grazie a Resasuke, un panda rosso come lei, dolce, sognatore e apparentemente premuroso. Eppure, dopo una serie di eventi e piccole epifanie capisce, che Resasuke non può darle quello che sta cercando. E, pur sentendosi terribilmente sola, ritorna alla sua vita da single senza troppi ripensamenti.

Stessa sorte tocca, al termine della seconda stagione, a un’altra liaison di Retsuko, stavolta più importante, quella con Tadano, un asino apparentemente sfaccendato che si rivela un ricchissimo e straordinariamente intelligente magnate della tecnologia. Perfino uno come Tadano si lascia conquistare dalla piccola panda, ma viene anche lui allontanato quando le rivela di non avere intenzione di sposarsi o metter su famiglia. I sogni di Retsuko sono altri e non sarà certo il denaro a farle cambiare idea.

Ancora più clamoroso il no che chiude la terza e finora ultima stagione. Retsuko ha l’occasione che chiunque sognerebbe: trasformare la propria passione in un lavoro, scoprire che ciò che più le piace non deve necessariamente rimanere un segreto, ma che, anzi, può essere accettato e amato da molti. Diventa infatti parte di un gruppo di idol tutto al femminile: inizialmente è solo la contabile della band, ma poi, grazie alla bizzarra idea del produttore, assurge al ruolo di cantante solista, ovviamente metal. La commistione fra death e pop ha successo e Retsuko, inizialmente riluttante, si lascia molto prendere da questa nuova avventura anche se il suo rendimento in ufficio ne risente. È l’occasione per provare a cambiare vita e Retsuko comincia a pensarci sul serio. Ma l’aggressione da parte di un fan scontento la riporta coi piedi per terra. La vita da palco non le si addice, ancora una volta è un’illusione, una bolla, non è ciò che vuole. Torna quindi alla sua routine, una situazione che, pur non essendo piacevole, non la intrappola e le permette di ricominciare a cercare, a progettare il suo futuro. Un futuro costruito poco a poco e non subìto passivamente.

Da notare poi che in quest’ultima stagione anche i personaggi che le stanno intorno sembrano seguire il suo esempio: Gori prova finalmente a diventare imprenditrice in proprio con un’app per appuntamenti, mentre Haida, da sempre invaghito di Retsuko, rifiuta l’amore di una collega apparentemente perfetta per lui, per corteggiare con più tenacia, e meno imbarazzo, la ragazza che vuole davvero. E fa sorridere se pensiamo che ognuna di queste crescite, ognuna di queste “lezioni di vita”, prende le mosse da uno dei generi musicali più bistrattati di sempre, quel death metal considerato portatore di violenza, aggressività e insani principi.

L’ennesimo capovolgimento di Aggretsuko, una serie che somiglia tutta alla sua protagonista: graziosa, apparentemente leggerina, ma più tosta di quello che sembra.

Abbiamo parlato di:
Aggretsuko
Regia di Rerecho
Prodotto da Netflix
2018 – 2020

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