Questo è Tom Ellis. Sì, anche quelli della Fox hanno Photoshop.

Lucifer: a case study

20 Maggio 2016
Durante la crisi del virus criptante che ha distrutto il mio vecchio computer, tra una formattazione, una bestemmia e un tentativo disperato di salvare qualcosa, ho letto Lucifer. Per fare bella figura dovrei dire che l’ho riletto, ma non sarebbe vero. In tutti questi anni ho letto “tutto attorno” a Lucifer, senza mai toccarlo. Bisogna che faccia un riassunto per chi non sa di che cosa stia parlando, gli altri possono saltare i prossimi paragrafi. Tra la fine degli anni ’80 e dei ’90 la DC comics iniziò a produrre con vero impegno fumetti per un pubblico “maturo” (Non “per

Durante la crisi del virus criptante che ha distrutto il mio vecchio computer, tra una formattazione, una bestemmia e un tentativo disperato di salvare qualcosa, ho letto Lucifer.

Per fare bella figura dovrei dire che l’ho riletto, ma non sarebbe vero. In tutti questi anni ho letto “tutto attorno” a Lucifer, senza mai toccarlo.

Bisogna che faccia un riassunto per chi non sa di che cosa stia parlando, gli altri possono saltare i prossimi paragrafi.

Tra la fine degli anni ’80 e dei ’90 la DC comics iniziò a produrre con vero impegno fumetti per un pubblico “maturo” (Non “per adulti”. Cioè, non erano porno). Tra questi una serie che ha cambiato la letteratura a fumetti e pure la letteratura in generale: The Sandman di Neil Gaiman.

Ora, se non avete mai letto The Sandman è un problema serio, ma sono sicura che l’avete letto tutti. Dato che l’avete letto saprete che l’universo narrativo creato da Gaiman era così grande, così pieno di suggestioni e implicazioni che…

Be’, qua le opinioni differiscono. Secondo la DC, era così grande, così pieno di suggestioni e implicazioni che la serie The Sandman non bastava a contenerlo. Secondo il resto del mondo magari bastava anche, ma tutti sapevano che la DC non si sarebbe mai lasciata sfuggire l’opportunità di sfruttarlo fino al midollo.

Da The Sandman, così, nacquero delle altre serie. A volte degli spin-off, a volte delle serie solo marginalmente ispirate a quanto fatto da Gaiman (che a sua volta poggiava su quanto fatto da altri). Così a memoria mi viene in mente un House of Mystery, un House of Secrets, un The Corinthian, The Dreaming, The Dead Boy Detectives… (qua un elenco completo, e impressionante).

Ma torniamo a Lucifer.

Che Lucifero sia un gran bel personaggio se ne sono accorti tutti. Con Yahweh come protagonista puoi scrivere un best-seller (ma che best-seller), con Lucifero ne puoi scrivere infiniti. Anche perché Lucifero è un personaggio moderno, pieno di conflitti, affascinante e malleabile. Che venga dipinto come Satana o come un semplice angelo caduto, la sua storia è piena di pathos. E il suo rapporto combattuto con papà è il predecessore di ogni rivolta generazionale di questo mondo.

Lucifero è da tempo un personaggio DC, ma in The Sandman si stanca irreparabilmente dell’inferno. Ossia, ne ha le palle gonfie da qualche millennio, ma in The Sandman arriva al punto di rottura. Quindi prende e se ne va.

Adieu.

Voi capite che immedesimarsi è facile, anche senza aver mai letto Dante, Milton o Bulgakov.

Quindi, Lucifero molla il lavoro, si fa tagliare le ali da Morfeo e apre un night club a Los Angeles. In effetti… perché no?

Ovviamente le cose non sono così facili e quello che segue viene raccontato in Lucifer di Mike Carey e artisti vari (il solito Peter Gross e un fantastico Dean Ormston su tutti) per i 75 numeri della serie più uno speciale.

Il Lucifero di Carey, come quello di Gaiman, è tutto miltoniano. Per forza, dato che il Lucifero di Milton è il Lucifero più fico e moderno che ci sia. Poi Gaiman ha pensato pure di dargli l’aspetto di David Bowie. In pratica, nato per essere smaccatamente irresistibile.

Come dicevo, non avevo mai letto la serie, anche se credo di aver letto più o meno tutto il resto del materiale “sandmaniano” in circolazione.

Quand’è uscito, semplicemente, avevo paura.

Avevo paura che per sfruttare il personaggio la DC l’avesse distrutto, rendendolo il protagonista di una serie leggerina, d’azione.

Poi sono cresciuta e ho capito che nelle serie leggerine e d’azione non c’è niente di male, se sono fatte bene. Ma a quel punto io e Carey ci eravamo incontrati su The Unwritten… e avevamo un problema di natura personale.

A scanso di equivoci, The Unwritten è una gran serie. Tradotta benissimo, tra l’altro, e un po’ satanica anche lei, dato che la versione italiana è scritta con le lacrime e con il sangue della vostra amabile telegrafista. Questo perché Carey, sant’uomo, ci ha messo dentro tutto quello che poteva per farsi odiare da un traduttore, dalle citazioni quasi-parola-per-parola di brani letterari (cercali su Google, ora), alle poesie in rima in acrostici (nel primissimo numero), dai personaggi che parlano in endecasillabi bisdruccioli (non sto scherzando), alle filastrocche (quello era il meno), dalle finte pagine web (pubblicità comprese), ai finti telegiornali (ah, la banda delle breaking news che ruotano, quanti ricordi) e, insomma, a tutto quello che fa godere un lettore onnivoro e rende indispensabile che il traduttore lo sia, per beccare a naso i riferimenti infiniti alla letteratura degli ultimi cinque secoli. Chissà quanti me ne sono sfuggiti. Chissà quanti ne hanno colti i lettori.

Comunque.

Io Carey lo odiavo. Pure adesso che The Unwritten è finito, non penso che vorrei incontrarlo di persona. Sono divisa tra l’ammirazione e quella sottile e struggente voglia di strappargli un orecchio a morsi.

Ma ormai ho superato il trauma a sufficienza da essermi messa a leggere Lucifer. Mi è piaciuto un sacco.

Questa è la mia recensione completa, per inciso, “mi è piaciuto un sacco”, perché ovviamente sono fuori tempo massimo per dire qualsiasi altra cosa.

Stavo giusto finendo l’ultimo volume quando il mondo esterno mi ha informata che i soliti americani avevano da poco fatto anche una serie TV.

(In generale non sono troppo favorevole alle riproposizioni televisive o anche filmiche, ma qualche eccezione nella vita va fatta.)

Di primo acchito, senza ancora saper nulla, non ero molto ottimista.

Se il Lucifero di Gaiman era Bowie, quello di Carey era fatto così:

Dalla cover del num 16, di Christopher Moeller.
Dalla cover del num 16, di Christopher Moeller.

Capite da soli che c’era un alto rischio di trovarsi qualcosa del genere:

Questo è un attore di Baywatch, non mi ricordo il nome. Gli ho photoshoppato gli occhi per renderlo più luciferino.
Questo è un attore di Baywatch, non mi ricordo il nome. Gli ho photoshoppato gli occhi per renderlo più luciferino.

Non che io abbia qualcosa contro i manzi palestrati, ma in qualche modo sentivo che una scelta del genere non sarebbe riuscita a rendere le molteplici sfumature del personaggio. Quando guardi gli addominali di un tizio è difficile concentrarsi sul resto del telefilm.

Per fortuna il mondo esterno mi ha informata che il Lucifero della serie tv era questo:

Questo è Tom Ellis. Sì, anche quelli della Fox hanno Photoshop.
Questo è Tom Ellis. Sì, anche quelli della Fox hanno Photoshop.

Dal mio punto di vista di lettrice spaventata un attore brutto meno attraente della sua controparte cartacea era già una buona notizia. Il mondo esterno mi ha detto che il tizio, lì, era gallese e personalmente non ho nulla contro i gallesi.

Poi ho scoperto gli altri problemi della serie.

Certo, leggendo l’articolo non si ha l’impressione che chi l’ha scritto abbia letto il fumetto, ma ho sempre pensato che un prodotto derivato, per quanto derivato, debba essere in grado di convincere anche e soprattutto se preso a sé stante.

(Questo è un altro dei motivi per cui in genere non sono un’appassionata di adattamenti.)

Per farla breve, ho visto la prima puntata.

Ehm.

No, okay, ho visto i primi dieci minuti di un telefilm imbarazzante, con un buffone dall’accento britannico circondato da comprimari tutti del tipo dell’interprete di Baywatch, là sopra, ma senza gli occhi photoshoppati.

Perché Marco Villa, l’autore dell’articolo su Wired, probabilmente Lucifer non l’ha letto, altrimenti non avrebbe parlato così bene della serie tv.

Infatti c’è una cosa da dire: niente è peggio che vedere tradito un personaggio amato. Puoi sopportare un brutto adattamento, un adattamento fatto al risparmio, con degli errori di sceneggiatura, con una regia sciatta o incomprensibile, con una pessima fotografia e persino con degli stravolgimenti nella trama, ma quando senti che il fraintendimento dei protagonisti è totale nulla può dare una seconda chance a quel prodotto.

Milton la vedrebbe come me, ne sono sicura. Sorriderebbe degli “adattamenti” di Gaiman e di Carey e avrebbe un mancamento di fronte alla serie tv.

(Per fortuna è morto. Gaiman no e ha sentito il dovere di difendere lo show televisivo dalle accuse bigotte dell’associazione One Million Moms. Il che dimostra che il termine “sbagliato” ha tanti possibili livelli e ciò che è sbagliato in un senso può essere giusto in un altro. Che io sappia Carey ha mantenuto un dignitoso silenzio, anche se senza dubbio avrebbe potuto rispondere in distici elegiaci, giusto per farsi una risata.)

Ma per quanto mi riguarda la domanda è un’altra: che senso hanno gli adattamenti?

Per una volta non è una domanda provocatoria – non proprio.

Ha senso tradurre una serie a fumetti in una serie tv, un libro in un film, un romanzo in un fumetto e così via?

Ora mi riferisco ai buoni adattamenti, non a quelli mal riusciti. Coppola che adatta Dracula per il grande schermo e Mignola che adatta il film di Coppola a fumetti, per intenderci.

Forse, ma è solo una mia ipotesi, un buon adattamento deve aggiungere una nuova dimensione, un nuovo punto di vista, all’opera originale, non essere semplicemente un bignami per chi non ha voglia di leggere il libro.

Come dicevamo, accompagnarci in un passo laterale, non lasciarci dove siamo.

PS. Avevo scritto un altro pezzo, che è sano e salvo sul server dello Spazio Bianco nonostante l’armageddon che ha colpito il mio computer. Ma è stata una settimana pesante e ho pensato che avessimo diritto a un po’ di pausa dai post seri, quindi lo pubblicherò la prossima volta.

Susanna Raule

Susanna Raule

Psicologa e psicoterapeuta, è nata alla Spezia del 1981.
Nel 2005 vince il Lucca Project Contest con il suo fumetto Ford Ravenstock – specialista in suicidi, per i disegni di Armando Rossi. In seguito Ford Ravenstock è finalista al Premio Micheluzzi. Lavora come sceneggiatrice per vari editori, nazionali e internazionali, su titoli come “Inside”, “Ford Ravenstock”, “Dampyr” e altri. Affianca a questa attività quella di traduttrice.
Nel 2010 è tra i finalisti del torneo letterario IoScrittore e l’anno successivo esce il suo primo romanzo, L’ombra del commissario Sensi.
Nel 2012 viene pubblicato il secondo romanzo della serie, Satanisti perbene – Un nuovo caso per il commissario Sensi.
Nel 2014 esce il romanzo Il Club dei Cantanti Morti e la graphic novel Inferno.
Del 2015 il nuovo capitolo della serie del commissario Sensi: L'architettura segreta del mondo, nel 2017 la raccolta di racconti Perduti Sensi, nel 2018 il romanzo con il commissario Sensi I ricordi degli specchi.
Nel 2019 ha inizio una trilogia urban fantasy a partire dalla riedizione de Il club dei cantanti morti. Scrive per Esquire e Wired.
Il suo sito è: susannaraule.com

4 Comments Commenta

  1. A me tendenzialmente piace sempre l’idea dell’adattamento di un’opera in un altro medium. Per me sono due le regole auree per un buon adattamento:
    – Essere il più fedele possibile all’originale
    – Aggiungere magari UN elemento in più.
    Insomma, cambiare qualcosina ma tutto il resto dev’essere molto fedele.

    Poi vabbe’, ci sono casi eccezionali di adattamenti diversi dagli originali che sono comunque vincenti, ad esempio alcuni film di Kubrick.

    • Ecco, credo che sia davvero che ognuno ha i suoi gusti. Io non capisco a che cosa serva una trasposizione fedele in tutto e per tutto. Non mi dice molto. Alcune volte persino mi scoccia, se va a disturbare l’immagine che mi ero fatta di un personaggio (parlo proprio dell’aspetto fisico). Mentre se offre un punto di vista diverso mi interessa di più. Ma forse il mio atteggiamento è anche dovuto al fatto che spesso le trasposizioni più comuni, cioè dalla carta allo schermo, finiscono per banalizzare il contenuto dell’opera…

  2. In certi casi basta il fascino di vedere trasposto qualcosa in qualcos’altro (es: l’effetto di vedere i supereroi al cinema, o Il signore degli anelli, o Harry Potter… o -GLOM- Twilight). Insomma può anche essere un prodotto studiato per i fan, come può essere una maglietta, un portamatite, una cover di un telefono. Altrettanto “inutili” se vogliamo, nel senso che non aggiungono in realtà nulla di che, ma non per questo non possono essere sfiziosi, piacevoli.

    Ancora, possono essere fedeli esercizi di stile, quindi sfruttare una storia per mettere in mostra la tecnica.

    Certo, se la trasposizione offre un diverso punto di vista, lì si aggiunge uno strato più interessante, arricchente. Ma può anche invece stravolgere l’origine e allo stesso tempo fare un’opera di merda, e lì chiaramente si scontentano tutti, i fan integralisti, quelli possibilisti, quelli che non gli frega nulla dell’originale…

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