3, 2, 1... Azione! Non si sfugge agli anni '90

3, 2, 1… Azione! Non si sfugge agli anni ’90

Comincia qui Comics Calling. Potrei stare a spiegarvi tutti i miei fantastici piani su questo nuovo Blog all’interno de Lo Spazio Bianco ma, conoscendomi, so già che li smentirei tutti in maniera goffa e imbarazzante. Per cui partiamo subito in quarta o, come direbbe il buon René Ferretti “alla c…”

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Circa sette mesi fa Warren Ellis si è preso sulle spalle il difficile compito di rinnovare il marchio Wildstorm, operazione tentata più volte in passato anche tramite l’integrazione dei personaggi WS nell’universo DC. Come sta procedendo?

Una premessa:

I fumetti di supereroi sono fumetti d’azione.
Si possono sollevare eccezioni, fare distinguo e portare avanti esempi eccellenti di come alcuni autori abbiano fatto anche altro ma alla fin fine siamo sempre di fronte a questa forma di intrattenimento.

Ovviamente negli anni il modo di rappresentare l’azione è cambiato ed è stato declinato con mille sfumature differenti da centinaia di autori. L’intenzione dell’excursus qui sotto è quella di vedere cosa è rimasto di un modo di intendere il fumetto che negli anni 90 ha messo l’azione al centro di tutto.

“…i fumetti Image cominciarono a somigliare a cataloghi di pin-up. Liefeld sviluppò uno stile narrativo ipercinetico per cui nuovi supergruppi erano introdotti quasi a ogni doppia pagina […] i supereroi della Image guidavano l’orda urlante in modo pittoresco, perennemente ringhianti e con occhi stretti a fessura […] galoppavano in passaggi artistici assurdamente non naturalistici, guizzando con muscoli in mostra e atteggiamenti steroidei. […] con il suo cappello da baseball e la sua candida passione per la cultura trash, Liefeld era portavoce di una nuova generazione di ragazzini americani […] appartenevano alla generazione X […] l’entusiastico e arrogante dilettantismo di Liefeld infiammò una generazione di giovani disegnatori. Se Rob riusciva a cavarsela con personaggi vagamente originali, una tormenta di linee tratteggiate, gambe muscolose che si assottigliavano in minuscoli piedi a cacciavite e un’innumerevole serie di nuovi muscoli inventati anche solo per un avambraccio, allora poteva farcela chiunque. Tutti lo prendevano in giro ma il suo era uno stile personale” (Grant Morrison – Supergods)

Quanto scritto da Grant Morrison qui sopra potrebbe essere una sintesi efficace e corretta nella descrizione di quello che viene comunemente percepito come il fumetto supereroistico anni ’90.

Tanto s’è scritto e detto su Rob Liefeld però che vale la pena parlare di altri interpreti di questa filosofia per vedere se e come l’industria del fumetto si sia affrancata da questo modo di intendere il fumetto.

Cominciamo parlando di chi questo “stile personale” l’ha tradotto al cinema:

Il movimento, l’enfasi, sempre e comunque, senza pause, senza decidere quale inquadratura o sequenza richieda di essere sottolineata da un layout più complesso o da una splash-page. No. Tutto sparato in faccia come una band metal che conosce solo due registri: “suono distorto” e “suono ancora più distorto”.

A oggi, il più strenuo difensore di questa corrente è Brett Booth attuale penciler dei Titans.

In una tavola con due persone che parlano è davvero necessario o funzionale questo layout? È necessario sbilanciare il tutto per dare una parvenza di azione a una scena che non ne prevede? Che lo sia o meno sembra evidente che Booth, così come avrebbero fatto anche Liefeld e Bay, se ne frega.

Tutto questo per arrivare a colui che forse questo “stile personale” di cui parlava Morrison l’ha utilizzato con maggior consapevolezza. Il mentore di Booth e co-fondatore della Image: Jim Lee.

Nel primo numero di WildC.A.T.s (Agosto 1992) Lee utilizza tutto l’armamentario classico dello “stile Image” cosciente dell’effetto che vuole ottenere: l’uso esagerato della prospettiva nella prima vignetta, i personaggi che fuoriescono dal layout, le linee cinetiche mutuate dal fumetto giapponese, le vignette di destra che tremano in concomitanza con l’impatto di Maul al suolo. Tutto concorre a enfatizzare l’entrata in scena dei nostri eroi.

25 anni dopo, per rilanciare il marchio Wildstorm lo stesso Lee ha ingaggiato Warren Ellis che a sua volta decide di percorrere una strada totalmente diversa: sceglie come penciller Jon Davis-Hunt e lo “blocca” in una griglia fissa da sei o nove vignette.

Come si sviluppa l’azione quindi? All’interno delle vignette giocando con il tempo e le inquadrature delle stesse.

Innanzitutto il tempo:

La prima vignetta serve a darci l’unità di misura del tempo, la seconda (esageratamente descrittiva) serve invece a dilatarlo facendo soffermare l’occhio del lettore, le successive mostrano il contrasto tra quanto spazio copra il nostro protagonista in contrasto con i poveri peones che risultano praticamente fermi a confronto. Nella seconda tavola siamo già coscienti di questa differenza di velocità tra i personaggi e il tempo viene frazionato in una griglia ancor più regolare e meno invasiva dove tutto quello che conta è all’interno delle vignette. Nessun dialogo, sfondi ridotti al massimo e neanche un’onomatopea, siamo nel più classico degli slow-motion tanto amati da John Woo ed epigoni.

Ma non finisce qui. In pieno bullet time Ellis e Hunt decidono di disorientare il lettore ribaltando la prima inquadratura e facendola successivamente ruotare in senso antiorario.

Abbiamo un John Colt sottosopra che, in maniera molto coreografica e acrobatica, uccide i tre malcapitati in un lasso di tempo che ormai sappiamo essere ridottissimo. Il movimento viene accentuato dalla differenza nella velocità a cui ruotano il protagonista e l’inquadratura, creando così un effetto stratificato dalla doppia rotazione che aumenta la percezione del movimento pur rimanendo nella più ortodossa delle griglie ortogonali (perdonate l’allitterazione).

Sarà questa la volta buona per una rinascita della Wildstorm?