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The Studio

30 Luglio 2025
Sono passati pochi mesi da quando è uscita The Studio su Apple TV+. Sembrava da subito una di quelle serie che uno che fa il mio mestiere non può perdersi, e non mi sbagliavo. Scritta e diretta da Seth Rogen e dal suo partner creativo di sempre Evan Goldberg, e interpretata dallo stesso Rogen. Ricordiamoci che si tratta del dynamic duo alla base di Superbad, Sausage Party, The Disaster Artist, Preacher. The Studio, miniserie in 10 episodi, è quasi interamente girata negli studios di Hollywood, spesso e volentieri in piani sequenza. Rogen interpreta Matt Remick, il neo-promosso capo di un fittizio studio cinematografico

Sono passati pochi mesi da quando è uscita The Studio Thestudio01su Apple TV+. Sembrava da subito una di quelle serie che uno che fa il mio mestiere non può perdersi, e non mi sbagliavo.

Scritta e diretta da Seth Rogen e dal suo partner creativo di sempre Evan Goldberg, e interpretata dallo stesso Rogen. Ricordiamoci che si tratta del dynamic duo alla base di SuperbadSausage PartyThe Disaster ArtistPreacher.

The Studio, miniserie in 10 episodi, è quasi interamente girata negli studios di Hollywood, spesso e volentieri in piani sequenza. Rogen interpreta Matt Remick, il neo-promosso capo di un fittizio studio cinematografico chiamato Continental (il cui CEO è interpretato dal sempre favoloso Bryan Cranston).

Thestudio03Remick è un individuo insicuro, amante – non corrisposto – del cinema d’autore ma spesso costretto a produrre blockbuster dal valore infimo. Vorrebbe piacere agli artisti con cui lavora, cosa che non accade mai poiché gli unici motivi per cui questi gli si rivolgono è la sua possibilità di firmare assegni milionari. Matt considera se stesso un po’ un artista, vorrebbe esserlo, ma nessuno ovviamente lo considera tale.

Il risultato è che il malcapitato protagonista si trova spesso e volentieri in situazioni scabrose, che i gggiovani definirebbero cringe, in cui si rende sempre più ridicolo. Imbranato e costantemente fuori luogo, finisce per combinare disastri terrificanti sui set, ai Golden Globes e ovunque metta piede.

Thestudio02Il suo team di produttori ed esperti marketing non è da meno, tra cocainomani e semplici psicopatici.

Il risultato è una serie semplicemente esilarante. Non ridevo così dai tempi di 30 Rock e non facevo binge watching dai tempi di Dexter.

The Studio mette in scena molte follie di Hollywood ma non solo: uno degli aspetti più in evidenza è l’enorme ipocrisia generalizzata che produce situazioni paradossali e tossiche. In questo senso uno degli episodi migliori è senz’altro The Cast, dove alla Continental si spaccano il cervello per poter rendere un film il più “inclusivo” possibile, aritmeticamente, senza davvero avere a cuore il carattere sociale di certe scelte, e in maniera totalmente avulsa dalla realtà, in un’escalation di ipocrisie e assurdità che portano il loro film a deragliare totalmente dal vero senso di inclusività. Molti episodi portano quindi lo spettatore a riflettere su cosa succede quando i dirigenti delle aziende fanno delle scelte senza davvero conoscere la realtà là fuori e credono che riempire qualche casellina e seguire formulette buone per i social network basti a farci sopra miliardi di dollari, il che risulta l’unico vero mantra che li accomuna tutti quanti: fare più soldi possibili.

Thestudio04L’ipocrisia è generalizzata e la menzogna è il brodo primordiale in cui sguazzano tutti quanti. Emblematico che l’unico momento in cui i protagonisti dicono la verità – cioè quando sono sotto l’effetto di funghi psicoattivi – sia il momento in cui le cose nonostante tutto girano bene.

La serie è impreziosita da una serie di partecipazioni eccellenti: esilarante la scena in cui Martin Scorsese piange tra le braccia di Charlize Theron o in cui Olivia Wilde dà i numeri (non dico altro per non rovinarvi l’episodio).

Il piano sequenza viene usato spesso, in maniera non eccessivamente intransigente, ma è un utile strumento narrativo, che dà a diverse sequenze un’impressione di realtà e di urgenza perfette per stabilire in maniera credibile le escalation di guai generate dai protagonisti, che a volte sembrano non avere mai fine.

Thestudio06Ho parlato degli innumerevoli pregi di questa serie, che senz’altro consiglio, specialmente a chi è interessato ad avere uno sguardo sul dietro le quinte dell’industria cinematografica, ma qualche difetto va  ugualmente rilevato.

In particolare, mi sembra evidente una semplificazione forse eccessiva della dinamica tra il protagonista e i propri “sottoposti”. Matt Remick viene costantemente rifiutato, osteggiato, deriso un po’ da tutti: produttori, registi, attori. Trovo la cosa poco credibile: dubito che attori e registi si permettano di maltrattare in quel modo ad esempio il capo di Universal o Paramount. E dubito che un personaggio del genere, per quanto pavido e insicuro quale è il nostro Remick, si faccia trattare in quel modo sapendo di quale tipo di potere è detentore. Anzi: di solito questo genere di personaggi è molto vendicativo, proprio per mancanza di vere qualità umane.

Thestudio05Un altro difetto che riscontro è per l’appunto la quasi totale assenza di qualità umane nei protagonisti, soprattutto Remick. Imbranato, insicuro, ansioso, autoindulgente, fifone, bugiardo e vittimista, ma allo stesso tempo pretenzioso, credulone, illuso al limite della stupidità. Siamo stati abituati da una certa commedia statunitense a personaggi senza qualità (vedi nei Griffin o in South Park), ma personalmente ho sempre trovato il giochino a volte frusto e perfino stucchevole. I miei allievi di sceneggiatura sanno che per me Homer Simpson vince 10 a 0 su Peter Griffin, proprio per il fatto di covare vere qualità umane e un sistema di valori sotto quella scorza di stupidità, pigrizia ed egoismo.

La montagna di difetti di Matt Remick, praticamente mai bilanciata da alcun aspetto positivo se non nel finale dell’ultimo episodio, ha rischiato in qualche momento di farmi interrompere la visione: stavo cominciando a odiare sinceramente il protagonista e non c’era nessun personaggio per cui fare il tifo (all’inizio c’è la giovane executive Quinn Hackett che sembra meritare il nostro affetto, ma poi si dimostra stupida e cinica quanto gli altri). In quei frangenti, è stata la gran quantità di gag esilaranti e di colpi di scena a farmi proseguire la visione, e non me ne sono pentito, ma pur essendo un prodotto di alta qualità (altissima, visto il generale affanno che sembrano vivere le commedie al momento), resta ugualmente un gradino più in basso rispetto a capolavori quali ad esempio il succitato 30 Rock.

In definitiva, se avete Apple TV+ (magari vi siete iscritti per Ted Lasso o per quel capolavoro di Severance), vi consiglio assolutamente di premere Play su The Studio. Sono abbastanza convinto che mi ringrazierete.

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Giorgio Salati

Giorgio Salati

Nato a Milano nel 1978, più che sceneggiatore o scrittore, ama definirsi NARRATORE di mestiere.
Cresciuto a pane e FUMETTI, ha frequentato la SCUOLA DEL FUMETTO di Milano e ACCADEMIA DISNEY.

Nel 2003 ha iniziato a scrivere storie per TOPOLINO. Alcune sue storie degne di nota sono "Paperinik e l'amore nell'oblio", "Zio Paperone in fuga dal Natale", "Il principe Duckleto".

Ha scritto alcune GRAPHIC NOVEL per l'editore TUNUÉ: la serie per ragazzi sulla gatta BRINA (disegni di C. Cornia) e SOSPESO (disegni di A. Barducci).

Diverse le collaborazioni nel campo dell'ANIMAZIONE: 44 GATTI, POP-PIXIE, SUMMER & TODD, Huntik, Mia & Me (Rainbow), LE FANTASTICHE AVVENTURE DI JULES VERNE (Lux Vide), BU-BUM (Graphilm) e altre. Ha anche collaborato col programma tv per ragazzi L'ALBERO AZZURRO (Rai Due).

Ha scritto racconti per FOCUS PICO e redazionali per LA SETTIMANA ENIGMISTICA.

Insegna e coordina il corso di sceneggiatura e narrazione presso la SCUOLA INTERNAZIONALE DI COMICS di Milano. Insieme a L. Usai tiene anche un mini-corso di fumetto presso la LIBRERIA DEI RAGAZZI di Milano.

È il TRADUTTORE ufficiale di ATOMIC ROBO (ReNoir Comics).

Altre opere passate: LAW, miniserie legal thriller a fumetti per Star Comics (insieme a D. Caci e F. Ambu); BOOKBUGS, serie di strip umoristiche (insieme a D. Soffritti).

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