Sono passati pochi mesi da quando è uscita The Studio 
Scritta e diretta da Seth Rogen e dal suo partner creativo di sempre Evan Goldberg, e interpretata dallo stesso Rogen. Ricordiamoci che si tratta del dynamic duo alla base di Superbad, Sausage Party, The Disaster Artist, Preacher.
The Studio, miniserie in 10 episodi, è quasi interamente girata negli studios di Hollywood, spesso e volentieri in piani sequenza. Rogen interpreta Matt Remick, il neo-promosso capo di un fittizio studio cinematografico chiamato Continental (il cui CEO è interpretato dal sempre favoloso Bryan Cranston).

Il risultato è che il malcapitato protagonista si trova spesso e volentieri in situazioni scabrose, che i gggiovani definirebbero cringe, in cui si rende sempre più ridicolo. Imbranato e costantemente fuori luogo, finisce per combinare disastri terrificanti sui set, ai Golden Globes e ovunque metta piede.

Il risultato è una serie semplicemente esilarante. Non ridevo così dai tempi di 30 Rock e non facevo binge watching dai tempi di Dexter.
The Studio mette in scena molte follie di Hollywood ma non solo: uno degli aspetti più in evidenza è l’enorme ipocrisia generalizzata che produce situazioni paradossali e tossiche. In questo senso uno degli episodi migliori è senz’altro The Cast, dove alla Continental si spaccano il cervello per poter rendere un film il più “inclusivo” possibile, aritmeticamente, senza davvero avere a cuore il carattere sociale di certe scelte, e in maniera totalmente avulsa dalla realtà, in un’escalation di ipocrisie e assurdità che portano il loro film a deragliare totalmente dal vero senso di inclusività. Molti episodi portano quindi lo spettatore a riflettere su cosa succede quando i dirigenti delle aziende fanno delle scelte senza davvero conoscere la realtà là fuori e credono che riempire qualche casellina e seguire formulette buone per i social network basti a farci sopra miliardi di dollari, il che risulta l’unico vero mantra che li accomuna tutti quanti: fare più soldi possibili.

La serie è impreziosita da una serie di partecipazioni eccellenti: esilarante la scena in cui Martin Scorsese piange tra le braccia di Charlize Theron o in cui Olivia Wilde dà i numeri (non dico altro per non rovinarvi l’episodio).
Il piano sequenza viene usato spesso, in maniera non eccessivamente intransigente, ma è un utile strumento narrativo, che dà a diverse sequenze un’impressione di realtà e di urgenza perfette per stabilire in maniera credibile le escalation di guai generate dai protagonisti, che a volte sembrano non avere mai fine.

In particolare, mi sembra evidente una semplificazione forse eccessiva della dinamica tra il protagonista e i propri “sottoposti”. Matt Remick viene costantemente rifiutato, osteggiato, deriso un po’ da tutti: produttori, registi, attori. Trovo la cosa poco credibile: dubito che attori e registi si permettano di maltrattare in quel modo ad esempio il capo di Universal o Paramount. E dubito che un personaggio del genere, per quanto pavido e insicuro quale è il nostro Remick, si faccia trattare in quel modo sapendo di quale tipo di potere è detentore. Anzi: di solito questo genere di personaggi è molto vendicativo, proprio per mancanza di vere qualità umane.

La montagna di difetti di Matt Remick, praticamente mai bilanciata da alcun aspetto positivo se non nel finale dell’ultimo episodio, ha rischiato in qualche momento di farmi interrompere la visione: stavo cominciando a odiare sinceramente il protagonista e non c’era nessun personaggio per cui fare il tifo (all’inizio c’è la giovane executive Quinn Hackett che sembra meritare il nostro affetto, ma poi si dimostra stupida e cinica quanto gli altri). In quei frangenti, è stata la gran quantità di gag esilaranti e di colpi di scena a farmi proseguire la visione, e non me ne sono pentito, ma pur essendo un prodotto di alta qualità (altissima, visto il generale affanno che sembrano vivere le commedie al momento), resta ugualmente un gradino più in basso rispetto a capolavori quali ad esempio il succitato 30 Rock.
In definitiva, se avete Apple TV+ (magari vi siete iscritti per Ted Lasso o per quel capolavoro di Severance), vi consiglio assolutamente di premere Play su The Studio. Sono abbastanza convinto che mi ringrazierete.
