"Roberto Recchioni presenta" e l'attualizzazione del gothic novel.

“Roberto Recchioni presenta” e l’attualizzazione del gothic novel.

“Roberto Recchioni presenta” è una bella serie di adattamenti letterari di Star Comics, di cui non avevo avuto ancora modo di parlare su questo blog che si occupa del rapporto tra letteratura e fumetto. Con l’occasione del COVID-19, molte case editrici hanno messo a disposizione gratuitamente alcuni loro fumetti, tra cui appunto Star Comics (vedi qui per i loro fumetti resi disponibili): per me è stata l’occasione di un ampio aggiornamento ad ampio raggio e soprattutto sui temi che mi sono cari, e quindi colgo l’occasione per realizzare una scheda di lettura anche su alcune opere della collana, disponibili gratuitamente, e sulla collana stessa.

La collana, nata nel 2015, è curata ovviamente da Roberto Recchioni, come denota anche il “name above the title”, sul modello di Alfred Hitchcock (particolarmente appropriato per una serie che predilige temi “gotici”).
Recchioni, autore già prima rilevante, nel 2013 si era distinto per due incarichi importanti in Bonelli: la curatela di Orfani, prima serie a colori, di tema fantascientifico, e quella di Dylan Dog, la seconda ammiraglia di via Buonarroti, dopo Tex. Dylan Dog, come noto, nasceva nelle intenzioni di Sergio Bonelli – divenendo poi molto di più – come adattamento dei grandi classici dell’orrore (ne abbiamo parlato ampiamente su questo blog, in occasione del trentennale dylaniato del 2016). Questo elemento si è mantenuto nella serie, anche in tempi recenti, come su certi riusciti Color Fest (in mezzo ovviamente ai molti altri stimoli che ispirano il personaggio, parimenti rivisitati).Aveva quindi un senso (commerciale, ma anche in senso strettamente curatoriale) questa collana di adattamenti letterari sotto la sua egida. Recchioni, che è anche disegnatore, cura anche le copertine, con l’efficace stile iconico che lo contraddistingue.

I primi quattro classici ad essere adattati, nella prima serie “I maestri dell’orrore”, sono  Dracula di Bram Stocker, Frankenstein di Mary Shelley, Lo strano caso del Dottor Jekyll e Mr. Hyde di Stevenson e Le montagne della follia di Lovecraft. I primi tre, inevitabilmente, hanno ispirato tre noti albi classici di Dylan Dog; Lovecraft, unico nome novecentesco, ha invece un ruolo più marginale nel Dylan sclaviano (recuperato più da Recchioni curatore, ma più nel senso del ciclo di Chtulhu). Su Lo Spazio Bianco si trovano le recensioni di tre di questi volumi, quello di Lovecraft, Jekyll e Frankenstein. Con Dracula, offerto oggi gratuitamente, completiamo così le annotazioni del nostro sito su questa prima stagione della serie.

Il Dracula di Monteleone e Des Dorides.

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“Dracula”, con cui si è aperta l’intera serie, è stato sceneggiato da Michele Monteleone e disegnato da Fabrizio Des Dorides. Due nomi vicini a “Uno studio in rosso”, lo studio fumettistico di cui fa parte Recchioni assieme ad altri autori romani. Il testo si può leggere qui.  Inizialmente, per il “numero zero” della serie, vi era stata una copertina di LRNZ, di spettacolare bellezza. LRNZ viene dato come copertinista dell’intera serie, ma realizzerà invece solo quella del numero 0 (vedi qui sopra, a fianco di quella di Recchioni), legato appunto a un brano di questo Dracula. L’adattamento è molto classico nella fedeltà al testo originario, ma molto interpretativo nel suo adattamento. Il linguaggio della tavola è moderno, “americano”, come spesso negli autori di quella cerchia e, segnatamente, di Monteleone.

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La griglia è infatti teoricamente quella “bonelliana”, su tre strip, ma i moduli sono giocati molto liberamente e in certi casi (vedi sopra) si giunge a una totale frammentazione della tavola: soluzione centellinata con cura ma usata dove serve. Ovviamente, il disegno è in bianco e nero puro, cosa che qui non ha solo una valenza economica, ma è la scelta più ovvia per grandi classici orrorifici che si prestano perfettamente a cupi contrasti chiaroscurali. Des Dorides è molto bravo, come nelle sue prove su Dylan Dog e su Battaglia (vedi qui), a interpretare l’orrore con ampie pozze di neri da cui affiorano nitide figure spettrali. Michele Monteleone, dal canto suo, gli offre su un piatto d’argento le soluzioni di inquadratura più congeniali a mettere in luce situazioni orrorifiche: il testo di partenza, un classico immortale, fa il resto.

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Ecco: sarebbe interessante leggere la storia con lo sguardo “ingenuo” di un lettore preadolescenziale per cui diventi il primo approccio al Dracula originale, perché nel lettore adulto, ovviamente, un testo così iconico ci porta a concentrarci sul “come”, togliendo però qualcosa alla suspense. Per un lettore più giovane sarebbe probabilmente una lettura più potente, un’ottima introduzione alla discesa nell’orrore.

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Molto efficace, nei punti giusti, l’uso della “griglia a nove”, che permette una scansione più incalzante dei vari istanti di momenti di concitata e drammatica azione. Una griglia impostasi con la lezione di Moore su Watchmen, amata anche da Recchioni (che l’ha consolidata in Bonelli, se non – difficile – introdotta in assoluto) e ben padroneggiata anche da Monteleone/Des Dorides, qui anche con evidenti rimandi al contrasto nettissimo B/N del Frank Miller di Sin City (il vescovo Roark del resto è una sorta di “vampiro” del mondo reale…).

Molto interessanti anche le schede conclusive di Recchioni e Monteleone, che spiegano le loro rispettive scelte di curatore e sceneggiatore: Recchioni – ampliando i rimandi già contenuti nella prefazione – chiarisce di apprezzare in Dracula uno dei più potenti archetipi narrativi moderni, tessendo la rete delle sue significative influenze; simmetricamente Monteleone precisa il suo intento di recuperare “il Dracula di Bram Stoker”, sottraendolo alle incrostazioni dell’immaginario collettivo. E la sua opera restituisce, grazie appunto anche al segno elegante e nitido di Des Dorides, questa oscurità iniziale senza sfumature: Dracula come supremo predatore (che lui paragona allo Squalo spielberghiano, con bella – e, per i puristi, provocatoria – intuizione).

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I maestri dell’avventura: “Uno studio in rosso” di Conan Doyle

Nel 2016, con Recchioni magister al Comicon napoletano di quell’anno, la serie venne rilanciata con una seconda stagione, “I maestri dell’avventura”, con altri quattro grandi classici: l’Isola del tesoro, Cuore di tenebra, Ventimila leghe sotto i mari e Uno studio in rosso, l’avventura fondante di Sherlock Holmes. Recchioni firma di nuovo anche le copertine, sempre nel consueto stile iconico. Di nuovo, tre grandi classici tardo-ottocenteschi  con un esempio del primo ‘900 (l’opera di Conrad è del 1902, e in ogni caso nettamente moderna d’impostazione). L’opera propostaci è “Uno studio in rosso”, sceneggiata da Giulio Antonio Gualtieri e disegnata da Federico Rossi Endrighi, e si può leggere qui. Un’opera indubbiamente significativa, se vogliamo anche per la dedica del nome dello studio romano all’opera seminale di Sherlock Holmes. Del resto, Holmes è il modello dell’investigatore, e il fumetto popolare – bonelliano, ma non solo – ha nella figura dell’Investigatore come archetipo il suo fondamento, poi variamente declinato (Ricostruire tutti gli adattamenti fumettistici di Sherlock è un’opera improba che magari qualche giorno mi diletterò a fare, come ho compiuto per Pinocchio, Moby Dick e qualche altro tema: ma sono sicuramente sterminati).

Le scelte dei due autori, in questo caso, partono da una struttura comune agli altri numeri e alle precedenti annate, imposta dalle caratteristiche della serie: di nuovo, l’uso di una griglia bonelliana su tre strisce, in bianco e nero. Interessante notare però come la declinazione è profondamente diversa. Resta, certo, la fedeltà accurata all’opera originale (parte anche questa, appunto, dello spirito della serie). La gabbia viene qui però maggiormente rispettata, sia pure con occasionali variazioni. Il segno, invece, è estremamente volto alla sintesi, come tipico di Rossi Endrighi, con anche un accenno di intepretazione umoristica nell’espressione dei personaggi, coerente del resto al testo originario. I disegni privilegiano la luminosità del bianco, con l’uso occasionale di contrasti netti, sul modello della copertina, sempre nello stile ultra-iconico di Recchioni.

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Altrove, l’uso della splash page come sfondo di una serie di vignette più piccole avverrà con l’uso di vignette circolari. Spesso il bilanciamento della scena non è affidato al contrasto tra il bianco e le masse nere, ma con un tratteggio nervoso, rapido, efficace. Per quanto la storia funzioni bene anche così, piacerebbe in questo caso vedere le tavole colorate, magari non in un modo puramente realistico ma con scelte lievemente astrattizzanti, in grado di sposarsi bene alla spigolosità del segno di Rossi Endrighi.

Non manca anche l’uso della tavola a nove vignette, ma la soluzione più interessante, appunto, è quella delle vignette circolari su fondo di splash page per sintetizzare i momenti di ragionamento holmesiano. Molto efficace anche la doppia splash finale, dove la ricostruzione del caso diviene un abile partita a scacchi del detective contro il suo nemico.

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I maestri del mistero: “Il ritratto di Dorian Gray” di Masi e Ignazzi.

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Nel 2017 un nuovo quartetto chiude la serie di dodici adattamenti, con “I maestri del mistero”: Il ritratto di Dorian Gray, Il mastino dei Baskerville, Il giro di vite e I delitti della Rue Morgue e altri racconti di Edgar Allan Poe. In un punto di incontro tra i realismo della seconda serie e l’aperto fantastico della prima, troviamo il thrilling di Poe, il giallo apparentemente spettrale di Conan Doyle (ma si svela naturalmente la matrice umana del presunto fantasma), il simbolismo di Dorian Gray. Il Giro di vite di Henry James è ancora del 1898, ma è l’opera “novecentesca”, che inizia a decostruire il mistero classico con un noto ribaltamento interno.

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Qui ci viene proposto in lettura gratuita, invece, “Il ritratto di Dorian Gray”, di Giovanni Masi come sceneggiatore e Marianna Ignazzi come disegnatrice. Si tratta forse del più “classico” dei tre adattamenti che abbiamo analizzato, per sceneggiatura e soprattutto per impostazione di tavola e disegni. Ignazzi ha un segno preciso e pulito, che si sposa bene a una griglia tradizionale di stampo bonelliano, nel classico gioco di equilibrio di bianchi e neri. Frequenti sono delle belle splash pages, con tanto di cornicetta liberty adeguata allo stile decadente della narrazione di Wilde.

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Una triade interessante, dunque, che fornisce un saggio significativo di questa serie di nuovi “classic illustrated”. Il taglio moderno dell’adattamento, unitamente alla presenza di schede di approfondimento non banali, li rende a mio avviso piuttosto congeniali ad avvicinare un potenziale giovane lettore ai classici. Non tanto per la funzione “semplificatoria”; ma piuttosto per la capacità di mostrare la seminalità di questi classici per tanto horror e thrilling moderno nelle nuove arti maggiormente visuali: il fumetto, certo, ma anche il cinema e il videogame.

Non a caso, con maggiore libertà nella decostruzione, anche un recente successo della tv inglese come il Dracula di Gatiss e Moffat, si muove in questa direzione (e nelle due puntate originarie c’è anche una certa fedeltà all’originale, mentre è la terza che si dedica alla piena decostruzione). Ancor più fedele è il loro precedente “Sherlock”, che di nuovo unisce una certa fedeltà all’attualizzazione; e in precedenza il solo Moffat si era occupato di Jekyll (e Gatiss di Poirot, che qui non appare). Insomma: il ritorno ai classici – compresi a fondo – è una base fondamentale per le decostruzioni più moderne.

Su Lo Spazio Bianco, come detto, si trovano le altre tre recensioni dei volumi della quaterna originaria, oltre a Dracula che abbiamo esaminato qui: Lovecraft, Jekyll e Frankenstein. Magari in qualche futura puntata di “Come un romanzo” vedremo di dare conto delle altre tre opere dei “Maestri dell’avventura”. Per intanto, consiglio senz’altro di vedersi le proposte gratuite, che offrono una buona occasione di rispolverare questi grandi classici.