Corto Maltese, l'esoterismo e il fascismo: Favola di Venezia.

Corto Maltese, l’esoterismo e il fascismo: Favola di Venezia.

“Favola di Venezia” è tra le più belle delle già bellissime avventure del Corto Maltese di Hugo Pratt. Si svolge tra il 10 aprile e il 25 aprile 1921, come si deduce da indizi interni (siamo a un anno dalla fine della spagnola, 1918-1920, che risparmia – fisicamente – Hipazia) e come conferma “Corto Maltese – Memorie”: un secolo esatto fa.

È anche, tra l’altro, una delle avventure dove è più evidente il sostrato esoterico. Un rimando esoterico intessuto di raffinati riferimenti letterari – che ci spingono a parlarne in questo blog che tratta di letteratura e fumetto – ma anche rilevante per i rapporti dell’autore con le sue radici veneziane, e anche l’opera in cui è più evidente una riflessione (come ogni aspetto in Pratt, riflessione poledrica, sfuggente, in definitiva indecidibile) sul fascismo.

L’invito alla lettura è dunque qualcosa più che scontato: per un appassionato di fumetti – non solo italiano – è come invitare a leggere Dante Alighieri se si è laureati in Lettere, per dire. In ogni caso, per chi non conoscesse l’opera, se la recuperi in qualche modo e poi torni qui: di qui in poi, come si suol dire, spoiler alert.

 

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Il titolo, “Sirat Al Bunduquiyyah” significa “Favola di Venezia”, ma Pratt propone come titolo alternativo “Abra Cadabra con Eia Eia Alalà”. Nella storia dichiaratamente veneziana di Corto (per quanto Venezia appaia fin dall’inizio nelle storie di Pratt, a partire dagli aborigeni della Polinesia che parlano veneziano a mille piccole citazioni) si affronta apertamente il tema dell’esoterismo occidentale, massonico in specie, e del fascismo.

I temi non si connettono casualmente alle origini famigliari: il nonno e il padre di Pratt – Eugenio Genero e Rolando Prat – furono sia massoni, sia fascisti eminenti: tra i fondatori del fascismo veneziano il primo (Pratt lo cita in Corto Maltese, ma come “poeta veneziano”) e creatore della “Serenissima”, una delle squadre fasciste veneziane, che appare anche in quest’opera. Il secondo fece parte della “Serenissima” e partecipò alla Marcia su Roma. In questo articolo si danno informazioni interessanti, ma è un tema diffusamente trattato.

Pratt, classe 1927, da giovane aveva aderito ovviamente alle organizzazioni giovanili del fascismo, e aveva invece aderito alla massoneria nel 1976, proprio nella loggia che appare all’inizio del fumetto. Nel 1977 sarà promosso al grado di Maestro (non so se abbia inciso nella promozione di grado, che spesso è comunque una forma d’automatismo specie per un nome prestigioso come Pratt, ma certamente questo fumetto è un notevole opus “muratorio”).

Va detto che, sebbene la famiglia di Pratt aderisse al regime, era anche un perfetto esempio di melange culturale (lo stesso melange tra tradizioni – esoteriche, ma anche non – che appare centrale nelle opere prattiane) e con un potente filone ebraico. Cosa che, agli inizi del fascismo, non è una controindicazione, come mostra bene un capolavoro della letteratura italiana come “Il giardino dei Finzi Contini” di Giorgio Bassani, dove il protagonista, ebreo, è figlio di un medico fascista della prima ora, che fino all’ultimo aspetta il colpo d’ala di un Mussolini “buono” che penserà a salvarli.

Tornando a Pratt, il nonno paterno, Joseph Pratt, insegnante di francese in una scuola ebraica a Venezia, è originario di Lione, ma i suoi antenati scapparono dall’Inghilterra nel 1745; la nonna paterna è Ernesta Quadrelli de’Barbanti di Urbino. Il nonno materno è il poeta Eugenio Genero, discendente illegittimo della ricca famiglia di ebrei convertiti Zeno-Toledano, da bambino affidato ai Genero, ebrei “marrani” (spagnoli) di più modesta condizione; la nonna materna, musulmana, appartiene alla famiglia Azim-Greggyo, che arrivò a Murano nel 1390 dalla Turchia. Pratt quindi ha ascendenze nelle varie tradizioni iniziatiche a cui si richiama. Anche il titolo in arabo di questo fumetto acquisisce maggior spessore, se vogliamo, e si collega a una generale idea di integrazione tra esoterismo cristiano – ovvio, essendo in occidente – ebraico – molto sottolineato in quest’opera – e arabo – presente, in modo discreto, e reso evidente dal titolo. Un’idea diffusa nell’esoterismo dall’Umanesimo in poi: vedi un’altra famosa favola iniziatica, la “Favola dei tre anelli” narrata da Boccaccio nel Decameron (1353)  e ripresa dall’illuminista Lessing nel suo “Nathan il Saggio” (1779).

 

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La storia dunque inizia “con un colpo di maglio”: è tutta una eclettica sessione massonica, forse. Subito un “libero marinaio” fa il suo tumultuoso ingresso tra i “liberi massoni”, esattamente come Pratt aveva fatto ingresso da poco in massoneria. Si sta discutendo di problemi relativi a problemi causati dai “nuovi iniziati”, in modo che non viene mai chiarito. Appare evidente una duplice ironia: il problema, nel 1921, è sicuramente legato al tumultuoso rapporto con il fascismo internamente alla massoneria, come ben ricostruito ad esempio da Aldo Mola nei suoi studi (con rimando probabile al nonno e il padre di Pratt), ma anche a quanto avveniva in quella fine di anni ’70 con “nuovi iniziati” come Gelli e i suoi. Pratt, come suo solito, allude ma non dà alcun elemento anche indiretto per definire con certezza la cosa. Vi sono invece degli omaggi a dei compagni di loggia: in particolare, il nome del “Fratello Svedesin” è chiaramente ispirato a Luigi Danesin, veneziano, che sarà poi Gran Maestro della Gran Loggia d’Italia dal 2001 al 2007. Appaiono anche, con probabili mascheramenti simili, i massoni Doromé e Scarpetton.

La loggia è la Hermes, ma nella seconda tavola notiamo che sulla sua sede vi è un rimando ad Abraxas (a cui si lega l’Abra Cadabra come incantesimo, evocato nel titolo: al solito, Pratt sempre fare citazioni ironiche svagate, “abracadabra” per dire magia, ma poi è sottilmente precisissimo). Abraxas tornerà sulla dimora di Theone, che della loggia è il Maestro Segreto, e di Hipazia, figura centrale del romanzo.

 

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Curioso notare al fondo della seconda pagina la mezzaluna e la stella di David in due vignette affiancate, probabilmente non casuale. La mezzaluna e la stella a sei punte ricorrono in tutta l’opera come elementi sapienziali, a cui rimanda il segreto della Clavicula Salomonis (il sigillo di Salomone, ovvero la stella a sei punte simbolo dell’ebraismo) che Corto insegue, su criptiche indicazioni d Baron Corvo, scrittore scomparso a Venezia nel 1913. Frderick Rolfe, questo il suo nome, aveva indubbi interessi esoterici – frequenti del resto in un certo tipo di intellettuale decadente in cui possiamo collocare anche lui. A Pratt probabilmente affascina inserirlo per essere anche lui un personaggio complesso e “indecidibile”: con tratti di tradizionalismo, e addirittura una fascinazione per il cattolicesimo e velleità di ordinazione religiosa, ma al tempo stesso notoriamente omosessuale. In ogni caso, la cosa più rilevante è che il filone esoterico passa per un letterato: la tradizione esoterica, in Pratt, è più quella dei letterati (anche della “letteratura disegnata” a lui cara) che quella degli iniziati “stretti” e ortodossi. Liberi marinai, non liberi muratori, appunto.

 

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Appare subito anche il sotto-tema “politico”: Corto si è scontrato con degli squadristi perché ha rifiutato di gridare “Viva Qualcuno” (Mussolini, qui è chiaro dal contesto). Del resto, col suo giaccone da marinaio inglese e berretto da ufficiale russo appare evidente che non possa che stimolare la provocazione degli squadristi. Coi massoni invece Corto è relativamente garbato, mostra di conoscerne e rispettarne tutto sommato i rituali. Li avverte anche che alcuni di “quelli che lo inseguivano” sono infiltrati nella Pitagora e nell’Hermes, e potrebbero dare loro problemi. Il fatto di parlare dei fascisti in massoneria come una serpe in seno potrebbe sembrare come una potenziale presa di distanza dalla sua tradizione famigliare: è il ruolo che in quegli stessi identici anni hanno a Venezia il nonno e il padre di Pratt, massoni (fino al 1925, se – come pare – la loro fede fascista era autentica: difficile abbiano partecipato alla “fase latomica” che segue fino al 1945) e fascisti.

 

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A questo punto Corto viene accompagnato da Bepi Faliero, che “non ha niente a che fare” con il famigerato doge traditore Marino Faliero (che, nei giochi di specchi di Pratt, è un modo di dirci che è invece un nome parlante. A margine, di Faliero esiste il noto ritratto “fumettistico” di qui sopra). Lo scontro con i fascisti di Stevani (dato “meno stupido” della media degli squadristi: lui stesso dice a Corto, pur minacciandolo, di non credere a quelle fesserie come “Chi non è con noi è contro di noi”) è, a posteriori, un teatrino agli occhi di Corto per convincerlo che sono rivali – probabile che il marinaio, a differenza del lettore, ci creda con beneficio di inventario. Nel pezzo che avevo citato di Elena Frasca Odorizzi si cita una “dissacrazione” massonica compiuta dal padre di Pratt nel 1922 (e, pare, sanata da Pratt al suo ingresso in loggia), sottraendo una spada rituale. Quindi Stevani, che vuol profanare l’esoterismo – brigando con infiltrati massonici, cercando la Clavicula Salomonis di cui non è certo degno – ha ulteriori, sfumati, punti di contatto.

A segnare una svolta, arriva il Poeta, Gabriele D’Annunzio (tra il resto, massone di grado 33) che allontana i riluttanti sottoposti in nome della fratellanza spirituale che lo lega, quasi più per intuizione che per conoscenza, a Corto e Faliero (Stevani gli rimprovera il manierismo pirandelliano di “Forse che sì, forse che no”, del 1910). Notare che D’Annunzio non è “solo poeta”: il citarlo in questa forma (come avveniva di Genero), in modo insistito, pare avere un significato di precisare in che dimensione avviene l’omaggio.

 

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“Come fanno D’Annunzio e Stevani a essere amici?” si domanda Corto Maltese, ed è evidente la suggestione simbolica per il lettore: nel fascismo convivono lo squadrista opportunista (Stevani, che vuol solo mettere le mani sullo “smeraldo”, interpretato nella chiave grettamente materialista che spesso spetta – però, con simpatia – a Rasputin) ma anche un poeta del calibro di D’Annunzio, che Pratt presenta in chiave di positività indiscussa. La presenza di D’Annunzio, a parte il rimando alla Spagnola di cui dissi prima, conferma la datazione al 1921: è conclusa l’impresa di Fiume, se il poeta si trova qua (Pratt gioca tra le pieghe della storia, ma non la contraddice mai in un’ucronia) ed evidentemente il fascismo è “sul punto di” prendere il potere, ma non è ancora avvenuta la marcia su Roma del 1922. Sembra di poter dire che D’Annunzio è per Pratt una figura di aderente al fascismo positiva, in quanto fascista sì, ma prima ancora iniziato (sul D’Annunzio esoterico ho scritto qui).

 

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Corto è intanto introdotto a Hipazia e Theone e nel loro tempio si rivede il simbolo dell’Abraxas, oltre che numerose divinità mesopotamiche spesso con natura parzialmente serpentina (si riconosce Dagon, l’uomo-pesce tanto caro anche a Lovecraft, Marduk e altre). Corto sottolinea la bellezza della “Luna turca” che splende in cielo, confermandone la valenza simbolica: la luce iniziatica dell’Islam e quella dell’ebraismo illuminano tutta questa storia. Non sto qui a ricostruire nei minimi dettagli la raffinata sarabanda esoterica che Pratt crea nel fare la storia dello smeraldo della Clavicula Salomonis, anche perché è un elemento palese della trama, che non richiede decrittazione. Sottolineo solo come tutto ne evidenzi il ruolo simbolico di una tradizione iniziatica che parte dall’ebraismo – ma quello più eclettico ed esoterico – e arriva alla massoneria.

Lo smeraldo (il suo verde è naturaliter serpentino; e in alcune interpretazioni del mito è il Graal cristiano, che Corto cercherà nelle Elvetiche, a essere uno smeraldo invece che una coppa) è stato donato da Satana a Lilith, compagna poi di Adamo e di Caino, e serviva a riconquistare il paradiso perduto. Passa poi a Salomone e quindi a Hiram, da cui arriva a Simon Mago, che la perde in favore di Simon Pietro, che la dà a San Marco (segnando il legame con Venezia). Marco poi lo perde e lo recuperano gli gnostici ofitici; torna quindi a Venezia con le reliquie del Santo e, naturalmente, ci hanno poi a che fare i templari. L’elemento della tradizione ebraica è qui molto insistito, e soprattutto la sua connessione con la massoneria: oltre all’insistita ripetizione del simbolo del Sigillo di Salomone, una menorah appare sia nella loggia Hermes, sia in casa del rabbino Melkisedech (le due tradizioni si abbeverano alla stessa “luce”, che illumina anche cristianesimo e islam che qui vi sono intrecciati). Chiaro che si tratta di simboli ricorrenti: ma come noto lo stile visivo di Pratt è icastico, essenziale, e quindi la loro raffigurazione, come di ogni oggetto di scena, raramente è solo decorativa.

Naturalmente, il fatto che questi segreti passino per Theone e Hipazia non è affatto neutro, in quanto si tratta degli ultimi custodi della sapienza classica di Alessandria d’Egitto poi distrutta dai cristiani (e, in seguito, dall’islam). Questo costituisce un’altra anticipazione del finale drammatico e l’inevitabile rogo di quella tradizione sapienziale (anche con un senso simbolico più ampio del mero piano della storia: i segreti di cui Pratt tratta hanno una continuità che, all’inizio del ‘900, si spezza). Nell’aspetto, Hipazia è, pare, ispirata a Patty Pravo. Ma, in questo caso, non saprei se la cosa ha un significato simbolico.

 

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Faliero e Stevani si incontrano, e capiamo così chi è il massone traditore: quando Stevani è ucciso Corto è giunto sul posto per trattare con lui (non lo stima per nulla, ma non aborrisce di averci a che fare) e viene qui trovato dagli squadristi della Serenissima. Corto combatte con loro, e lo scontro è citato spesso come segno di un “Pratt antifascista”. In realtà però la lotta è causata dalla necessità: gli uomini di Stevani lo credono l’omicida e, da squadristi che sono, decidono di farlo fuori. Non è una lotta di carattere ideologico (un istante prima Corto stava recandosi a trattare con il loro capo).

Significativo anche l’incontro che avviene, nell’albo, con Louise Brookszowyc, evidente maschera di Louise Brooks e naturalmente rimando alla Valentina di Crepax, ispirata all’autrice. Tramite questa figura di avventuriera ebrea polacca passa la supercontinuity del fumetto italiano d’autore (per cui la Valentina di Guido Crepax sarebbe discendente di Corto Maltese): tre anni dopo, infatti, Corto andrà a cercare in Argentina Louise e la figlia di tre anni, che si implica possa essere sua.

 

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Inutile soffermarci sugli aspetti giallistici del finale. Interessante notare come si confermi che Faliero è però in possesso di un alto grado massonico, di collegamento tra le logge esteriori e quelle “iniziatiche” e segrete non note. Appare evidente così che il suo agire come mestatore risponde ai piani di alcuni “Superiori sconosciuti” che ovviamente – siamo in Pratt – non vengono ulteriormente palesati. Una metafora di Licio Gelli “before it was cool”? (ma quando già in massoneria, sicuramente, si sapeva del suo agire). O addirittura un criptico rimando all’agire del nonno e del padre? O, naturalmente, un puro espediente narrativo classico: in Pratt la nebbia è sempre sufficientemente spessa, tra le calli veneziane, per credere quel che si vuole. In generale, il tema politico e delle “radici” prattiane non viene, ovviamente, risolto: il fascismo appare qui presentato da Pratt come un porto di mare non dissimile dalla tradizione massonica o da altri ambiti strutturati, dove si incrociano picchiatori, spie, avventurieri ma anche letterati e iniziati di vaglia come D’Annunzio, esponenti della “cavalleria spirituale” cui anche Corto appartiene.

Sottilmente, se vogliamo, appare un atteggiamento non così critico verso il fascismo “pre-1938” (simile, come dicevo all’inizio, al Bassani dei Finzi Contini, che parla di un fascismo emiliano “generoso” degli anni ’20, mentre è poi giustamente durissimo sulle responsabilità nella Shoah) mentre l’insistito omaggio alla tradizione ebraica come fondante dell’esoterismo occidentale (omaggio iniziaticamente corretto e presente altrove in Pratt, che aveva come detto significative radici ebraiche egli stesso: ma qui particolarmente insistito) può non essere casuale. Naturalmente, è chiaro, in Pratt siamo comunque sempre molto distanti, agli antipodi, da un’opera a tesi.

 

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Anche la storia esoterica alla fine si rivela una brillantissima charade: significativo che alla fine la stella esagonale del Sigillo di Salomone divenga le losanghe del vestito di Arlecchino. Certo, “non è un vero veneziano”, come ironizza Corto, sempre strafottente anche dinnanzi al sacer; ma certo Hellequeen – Alichino ha una memoria “diabolica” che, se non passa magari per tutta la tradizione “ofitica” che qui Pratt ricostruisce, ben si presta a raccoglierne l’eredità. E tutti i personaggi appaiono quindi in scena, come in uno spettacolo teatrale, per l’ultimo applauso del pubblico. Alla fine, anche lo Smeraldo gli salta fuori in tasca, incastonato di serpenti, ma è vistosamente uno smeraldo onirico, simbolo dell’acquisita tradizione cui l’ha guidato Baron Corvo: nella realtà, solo una lettera lo attende.

E a Corto va bene così: intanto, è già andato oltre, entrando in una nuova storia, in Corte Sconta Detta Arcana. Il suo mistero resta sempre parimenti fitto, e se magari abbiamo tratto diletto dal rimirare meglio le sfaccettature di questa sua gemma, alla fine, da non iniziati, restiamo sempre nella Sala dei Passi Perduti dei suoi segreti.

 

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