Nevio Zeccara e il Lovecraft del “Giornalino”
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Nevio Zeccara e il Lovecraft del “Giornalino”

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Su questo blog, dove mi occupo del rapporto tra letteratura e fumetto, mi è capitato spesso di parlare di H.P. Lovecraft (vedi qui). Il “solitario di Providence”, infatti, ha avuto un’influenza enorme sulla cultura pop degli anni seguenti, influenzando profondamente anche il fumetto. Numerosi gli adattamenti delle sue opere, così come le citazioni e l’influsso più sfumato. In particolare, sono stati “Neonomicon” e “Providence” di Alan Moore a costituire una meta-riflessione sull’influenza di Lovecraft e anche sulle sue contraddizioni.

Ma le storie di questo volume di Nevio Zeccara, meritoriamente edito da Allagalla (qui la scheda-opera sul sito dell’editore)hanno un valore particolare, e non solo perché, per me come per molti della mia generazione, hanno la valenza di una “madaleine” proustiana dalla nostra infanzia e adolescenza. Le storie di Zeccara sono infatti apparse sul “Giornalino” delle Edizioni Paoline, gloriosa testata del fumetto italiano sorta nel 1924 e tutt’ora edita, per quanto oggi in una forte decadenza di vendite e di valorizzazione, che vede anche sostanzialmente ignorato un centenario importante, anche a partire dall’editrice stessa.

Le Edizioni Paoline, come noto, costituiscono la principale realtà editoriale italiana di ambito cattolico, editore anche di “Famiglia Cristiana”, oggi forse meno rilevante di un tempo nel progressivo declino del mondo confessionale nella sfera pubblica, ma un tempo assolutamente centrale.

Non può quindi che colpire, a un primo livello, la pubblicazione di un’opera di Lovecraft, che indubbiamente non sembrerebbe rientrare nelle letture più vicine al mondo cattolico, almeno nella sua percezione immediata nell’immaginario collettivo. Lovecraft è infatti autore segnato da un lucido nichilismo: il suo cosmo è notoriamente un universo disperante, dominato da divinità aliene totalmente estranee all’umano, prossime a risvegliarsi con conseguenze devastanti per l’umanità, finora vissuta in una beata ignoranza.

Proprio questa visione, sviluppata magistralmente, rende l’orrore cosmico di Lovecraft assolutamente innovativo alla sua apparizione, dagli anni ‘10 agli anni ‘30, dove si muove su Weird Tales e dintorni fino alla morte precoce nel 1937. Uno scrittore di primo piano come il francese Houellebecq, di posizioni dichiaratamente anticlericali secondo una lunga tradizione di ruvido illuminismo francese, ha riconosciuto nei suoi scritti l’importanza di Lovecraft tra i maggiori autori del ‘900, sottostimato dalla critica per una sostanziale, generale sottovalutazione del fantastico che ancora perdura.

La pubblicazione di Lovecraft sul Giornalino dei Paolini è quindi un caso estremamente interessante sotto il profilo della storia editoriale, che si giustifica, come vedremo, sia per l’apertura mentale dei Paolini, sia per le accurate e intelligenti scelte di Nevio Zeccara qui autore completo.

 

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I Paolini

Come detto, i Paolini vennero fondati da don Giacomo Alberione, sacerdote cuneese nato a Fossano nel 1884, vissuto e operante tra Bra, Cherasco, Alba e Narzole, nell’area delle Langhe. Ordinato nel 1907, si volge al giornalismo come nuova incarnazione della predicazione alle genti di San Paolo, cui dedica il suo ordine. Fonda le prime riviste nel 1912, la società di San Paolo nel 1914, e nel 1924 (prima di Famiglia Cristiana, del 1931) appare il primo numero de “Il Giornalino”. Sono, curiosamente, gli stessi anni in cui Lovecraft, classe 1890, muove i suoi passi nelle riviste del weird americano, in primis Weird Tales, con i suoi primi potenti racconti. Nel 1913 le sue prime lettere alle riviste pulp, con interventi critici sul genere, che conducono poi ai primi racconti, composti dal 1904 in poi nelle loro prime versioni (del 1917 il celebre Dagon, che inizia il ciclo di Chtulhu). Nel 1924, quando nasce il Giornalino, Lovecraft si sposa con Sonia Greene, si sposta a New York, che odierà, e pone le basi del primo nucleo del “Lovecraft Circle”, un gruppo di corrispondenti letterari, molti dei quali poi a loro volta scrittori, che ne fonderà la ricca eredità letteraria.

 

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Il Giornalino

La data di nascita del “Giornalino” nel 1924, un secolo fa, è legata anche al particolare momento storico. Il fascismo ha preso il potere nel 1922 con la Marcia su Roma, nel 1923 con la riforma Gentile ha iniziato il suo controllo sulla scuola, e iniziato anche la pubblicazione de “Il Balilla” (1923) per i giovani. Il Giornalino nasce per contrastare questa concorrenza nell’educazione giovanile, prima saldamente nelle mani della chiesa. All’inizio la matrice è molto confessionale, ma nel 1937 ha un primo restyling che lo avvicina al Corriere dei Piccoli, l’ammiraglia laica delle testate per ragazzi. Nello stesso anno apre anche il Vittorioso delle Edizioni Ave, in ambito cattolico, rivolto al pubblico adolescenziale. Lo stesso anno, Lovecraft convola nel nulla cosmico.

Nel dopoguerra il Giornalino inizia a dare sempre più spazio ai fumetti, e negli anni ‘60 aumenta la foliazione e negli anni ‘70 introduce numerosi fumetti avventurosi, cercando di fare una concorrenza più serrata alle testate laiche, assorbendo anche numerosi autori de Il Vittorioso, la testata cattolica giunta a chiusura nel 1970. Nel 2013 tuttavia, per molti fattori, incluso un calo di successo della testata nel contesto della generale crisi del fumetto popolare italiano, avviene un restyling che rende il Giornalino una testata rivolta al pubblico infantile, e non più adolescenziale come era divenuto nei ‘70.

Ma quando Zeccara pubblica le sue storie la testata è ancora al massimo del suo successo. Il successo del Giornalino si fondava, andando in modo necessariamente sintetico, su tre grandi filoni molto articolati tra loro: serie umoristiche di tipo prevalentemente comico-avventuroso, di cui l’ammiraglia era indubbiamente Pinky (1973) di Mattioli, membro dell’avanguardia Cannibale con Pazienza, Tamburini, Liberatore e Scozzari. La serie, divertentemente surreale, mostrava già questo elemento di laicità propria della testata nella sua fase anni ‘70 e oltre. Anche Jacovitti, l’autore iconico del Vittorioso, vi portò il suo Zorry Kid. Inoltre, molte serie del fumetto franco-belga, collocabili in un ambito comico-avventuroso, potevano rientrare in questo filone, come Asterix, Lucky Luke, i Puffi.

Altro filone erano le serie avventurose, che andavano a occupare tutti i potenziali generi del fumetto, replicando in rivista lo stile de “Il genere attraverso i generi” proprio di Bonelli, ma applicato alla rivista. Abbiamo quindi Larry Yuma (1970) di Nizzi e Boscarato che va a occupare il western, guardando a Sergio Leone più che a Tex; il poliziesco “Rosco e Sonny”, ben prima del Nick Raider bonelliano, e così via. Esistevano anche storie autoconclusive, ma naturalmente il personaggio ricorrente ha una notevole forza attrattiva maggiore, nel fumetto popolare. Curiosamente, per la laicità del Giornalino, fumetti di tema religioso erano presenti ma con relativa discrezione, con storie della Bibbia o biografie religiose inserite in modo tutto sommato sporadico, e sempre cercando un taglio originale e “laico”.

Infine, un terzo filone importante era quello degli adattamenti letterari. Infatti, fin dagli anni ‘40 americani, con la serie “Classics Illustrated”, essi hanno il duplice vantaggio di recuperare una storia di sicura presa, dal romanzo popolare (come “I tre moschettieri”, o le opere di Verne, e così via) ma allo stesso tempo di “nobilitare” il medium fumetto, presentandolo agli occhi degli educatori come un veicolo istruttivo. Ciò era particolarmente importante, in Italia, per riviste “educative” come “Il Corriere dei Piccoli” e ora “Il Giornalino” (che beneficiava inoltre di un importante canale di vendita diretta in parrocchia).

In questi due filoni si inserirà con grande successo Zeccara, disegnatore dal segno realistico, andando a coprire alcuni ambiti “strategici” per il Giornalino d’allora.

 

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Zeccara

Nevio Zeccara era nato a Rovigo nel 1924, nell’anno del Giornalino; negli anni ‘40 aveva lavorato per lo studio Boccasile, rinomato e autore anche delle più note immagini di propaganda del regime fascista. Nel 1947 l’esordio sul Vittorioso, dove nel 1952 si specializza in storie d’aviazione. Dal 1961 lavora per il mercato straniero realizzando tra l’altro serie prestigiose come quelle di Star Trek e The Twilight Zone. Nel 1971 inizia a collaborare col Giornalino, con “Gli Astrostoppisti”, su sceneggiatura di Alfredo Castelli, il grande decano del fumetto italiano da poco scomparso. Da notare che il fumetto anticipa, con temi pressoché identici, “Guida galattica per autostoppisti”, che è del 1979. Sua è anche “Kriss Boyd”, del 1976, come autore completo, con una fantascienza matura di ambientazione spaziale. Nel 1985 è la volta de “I fuggiaschi”, storia di fantascienza profondamente matura nel suo tema anti-totalitario. In sostanza, Zeccara, nel suo tempo, si trova a “coprire” un filone importante, quello fantascientifico, di cui le sue opere sono le più iconiche (ci sono grandi eccezioni come, poco dopo, “Paulus” di De Luca, che però va in una complessa direzione di opera apologetica – rara nel Giornalino, contrariamente a quanto si potrebbe pensare – in chiave fantascientifica). Sono gli anni di enorme successo nell’immaginario popolare, soprattutto giovanile, della fantascienza di Star Wars (1977) e delle serie giapponesi dei mecha (arrivati in Italia nel 1978); quindi le serie sci-fi sono indubbiamente importanti come richiamo per il Giornalino.

Zeccara si occupa anche di storie del filone letterario: e anche in questo caso fa riferimento all’ambito fantascientifico. Nel 1984 per l’appunto adatta “Robur Le Conquerant” di Jules Verne, opera su una complessa figura di eroe positivistico ma tormentato. In seguito si occuperà anche del Mondo Perduto di Conan Doyle.

 

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E, appunto, queste opere di Lovecraft. La città sotto i ghiacci (1989), Il miraggio dello sconosciuto Kadath (1990), La casa nella nebbia, I gatti di Ulthar e Il colore venuto dallo spazio (1998)

Come spiegano Roberto Guarino e Matteo Pollone nell’introduzione, il culto di Lovecraft datava per il Zeccara artista fin dagli anni ‘50, con tentativi di adattare “The Festival” del 1923 (un anno prima della nascita sua e del Giornalino). Una passione privata, accolta con relativo scetticismo dalle riviste, come conferma anche il figlio Paolo Zeccara nel suo intervento. Egli ipotizza addirittura che, tra virgolette, il padre abbia in qualche modo “ricattato” l’editore, usando la sua lunga e preziosa collaborazione come leva per imporre un autore che, in effetti, è lontano dalla sensibilità del Giornalino, pur nelle aperture di quegli anni.

E che la cosa derivi da una ossessione – sottilmente lovecraftiana già in sé, forse… – di Zeccara è confermato dall’essere Lovecraft autore difficilissimo a trasporre. Verboso, concettoso, privo quasi di dialoghi, basato su una seduzione incentrata in modo riconosciuto da tutti sul concetto di “indicibile”, la traduzione in immagini è difficile. Specie se, prima difficoltà, si va a operare su una testata di fumetto cattolico dove, naturalmente, non si può ricorrere alla seduzione dell’orrore visivo più esplicito. Ad esempio, pur in un’opera comunque riuscita, è il trucco cui ricorre con generosità Alan Moore – e Jacen Burrows, il disegnatore – nel ciclo del Neonomicon, dove l’orrore lovecraftiano è corroborato da Moore, in un opera derivata e non in un adattamento, da un orrore “veristico” di sette depravate, riti osceni, incesti e quant’altro, giocando su un non-detto inquietante (Moore è comunque magistrale) ma in qualche modo deviando (anche volutamente) dal fulcro dell’orrore lovecraftiano, che è sempre puramente cosmico (ci sono orrori concreti, come omicidi rituali e simili, ma è vistoso al lettore che non sono il punto cruciale).

 

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Altra difficoltà per Zeccara è il dover comunque adottare un linguaggio di grande leggibilità, in una testata popolare per ragazzi: quindi il segno deve mediare, da solo, l’inquietudine di Lovecraft, ma al tempo stesso non può farsi troppo ostico, troppo oltranzista. Come riconosce anche Stefano Franceschini nella sua introduzione, l’operazione è riuscita, e Zeccara “dimostra la virtuosa capacità nel tradurre in immagini il catalogo di strategie letterarie che Lovecraft impiega per dare voce al nichilismo cosmico caratteristico delle sue storie.”

Per paradosso, potremmo dire che Zeccara riesce non nonostante, ma proprio perché gioca con un braccio legato dietro la schiena: le difficoltà oggettive dell’adattamento stimolano soluzioni non banali, sottili come l’angoscia che Lovecraft deve trasmettere.

Non è forse un caso che si inizi con “La città sotto i ghiacci” (1989), che è quello ancora più incasellabile nella fantascienza d’antan, anche se l’esplorazione labirintica del sottosuolo ghiacciato restituisce perfettamente le sensazioni del racconto originario in un procedere claustrofobico della narrazione.

Il Miraggio dello sconosciuto Kadath, tuttavia, è apertamente onirico, e un onirico non certo rasserenante. La penetrazione di Zeccara nelle sorprendenti invenzioni di Lovecraft rende particolarmente vivida questo viaggio mentale – ma concretissimo – del protagonista. Il suo Nyarlathothep, il Caos Strisciante di Lovecraft, è reso più inquietante dall’essere all’apparenza un araldo non malevolo, azzurro-vestito come convenzionalmente il Virgilio dantesco. Ciò rende per paradosso sottilmente più disturbante il viaggio inquieto di Randolph Carter, “l’uomo sognatore che ambisce a raggiungere il sommo bene”, nell’introduzione, in modo direi cautelativo (rinforzando il parallelo col pellegrino dantesco). Anche il fatto che l’orrore resti sullo sfondo è più inquietante. Moore in Neonomicon ci mostra i “riti innominabili”, e per quanto sia il massimo narratore esoterico dei nostri tempi, narrandoli gli toglie qualcosa della loro inquietudine (cosa che in lui ha un che di intenzionale, per desacralizzare Lovecraft che gli è inviso politicamente, non del tutto a torto naturalmente). Invece, il passaggio dei due viandanti davanti agli altari sacrificali di pagina 75 crea un brivido particolare nel lettore, proprio perché a lui spetta immaginare il sacrificio che hanno chiaramente ospitato “nello spazio bianco” del fumetto.

 

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La casa nella nebbia” è forse l’unico che sfugge a questa equazione: uno dei racconti meno cupi di Lovecraft già in partenza, incentrato su un fantastico benevolo. L’edulcorazione inoltre appare più forte, in una serenità del segno e del colore che volgono la storia nei puri reami del fiabesco.

Ma I Gatti di Ulthar tirano invece qualche ulteriore sgraffiata. Il setting medioevaleggiante fa si che la scelta di colori luminosi e leggeri siano in qualche modo meno rassicuranti, anche perché interrotti da qualche vignetta più cupa che contrappunta. A p.100, quando il ragazzo prega, e non è chiaro “a chi” sia rivolta la preghiera, appare un elemento forte di cupezza, rinforzato dal carro pagano dei girovaghi che lascia Ulthar a 101. E il monumento a p. 106, che non è puramente egizio, ma di un altrove pagano ed alieno, alla Lovecraft appunto, è la giusta chiusa della narrazione.

Il colore venuto dallo spazio” chiude adeguatamente questa serie, breve ma non brevissima, con uno dei racconti più inquietanti del maestro di Providence, che fin dal titolo evoca l’incidibilità del visitatore extraterrestre. Di nuovo, valide le annotazioni di Franceschini, che spiega come qui le censure di Zeccara si facciano più forti, a suo avviso per mantenere una maggiore credibilità e per la difficoltà della narrazione di rendere “l’indicibile”. Ma anche, probabilmente, per il contesto cattolico, dove il racconto è particolarmente vicino all’horror.

Chiudono la bella pubblicazione alcune illustrazioni, l’incompleta e meravigliosa “La celebrazione”, e la breve “L’evocazione”, non del ciclo del Giornalino ma con omaggio lovecraftiano evidente.

Insomma, una raccolta di pregio che ci presenta quello che è, a mio avviso, sicuramente un unicum nel fumetto italiano, un Lovecraft che penetra nel sacrario del Giornalino cattolico, amalgamandosi benissimo. È un peccato che Zeccara non abbia – o non abbia potuto – adattare storie col Necronomicon, perché sarebbe stato bello poter acquisire, da bambino, una copia spuria (come tutte) del più pericoloso testo esoterico di tutti i tempi con la benedizione del parroco, nel distributore al fondo della chiesa.

 

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Abbiamo parlato di:

Storie di H.P. Lovecraft

30,00

Disegnatore: Nevio Zeccara

Dimensioni: 21×29,7 cm

Copertina: cartonata

Pagine: 168a colori

Rilegatura: filo refe

Prima ed.: 2024

ISBN: 9788896457719

5 thoughts on “Nevio Zeccara e il Lovecraft del “Giornalino”

  1. Ringrazio infinitamente Lorenzo Barberis per questo suo appassionato ed erudito contributo alla conoscenza di un autore, Nevio Zeccara, a me ignoto fino a un quarto d’ora fa. Oltre tutto su un tema a me così caro come l’opera del Maestro HPL. Mi permetto solo quasi sottovoce che non ho trovato cenno, anche nella rilettura, d ll’editore da lodare per una così meritoria operazione, apprendendo da internet che si tratta di Allagalla. Auspico un suo inserimento grazie alla facilità con cui l’online ci consente di effettuarlo. Ciò detto, ancora ringrazio di cuore

      1. Lorenzo, il vecchio giornalista ringrazia di cuore. Ho già messo l’articolo nel personale archivio del Graal. E complimenti a voi tutti dello Spazio Bianco. Mio figlio Giacomo mi ha confermato tutto il bene che avevo intravisto di voi

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