Greystorm: Never Le Conquérant

Greystorm: Never Le Conquérant

In questi giorni ho letto “Greystorm” (2009-2010), un fumetto della Bonelli che non avevo seguito, complice la clausura forzata e un amico che me l’aveva passato prima del lockdown. Si tratta indubbiamente di un fumetto molto interessante, anche per l’innovazione introdotta: per la prima volta il protagonista di una serie Bonelli è un personaggio negativo. Non solo un antieroe sbruffone, ma proprio quello che, in una normale serie popolare, sarebbe stato il villain, con la sua ossessione di vendetta nei confronti del mondo. Naturalmente, rendendolo il protagonista, gli autori hanno modo di indagarne la psicologia e le ragioni: ma resta la sua natura negativa. Una operazione innovativa in ambito bonelliano, che apre la strada a una miniserie quale quella dedicata da Recchioni alla Juric, in Orfani (con testi della Barbato), e in futuro, pare, una riscrittura del personaggio di Skotos, l’avversario di Nathan Never.

Se vogliamo, un antesignano potrebbe essere lo stesso fondamento della Bonelli, il ranger Tex Willer (1948) che in origine era un bounty killer molto più spietato (e il nome inizialmente pensato, Tex Killer, venne edulcorato nell’iniziale del cognome per attenuarne lo scandalo in un’era di forti censure contro il fumetto). Ma Tex venne, naturalmente, poi sviluppato in modo radicalmente diverso.

L’operazione di Serra su Greystorm ha un solido fondamento nella letteratura popolare, come vedremo: tramite la figura, apertamente citata, di Robur le Conquérant, personaggio ideato da Jules Verne nel 1886 (Robur era addirittura il titolo di lavorazione della serie, e i nomi dei romanzi verniani vengono riprese nelle raccolte da libreria). Il riferimento colto, ben sviluppato nel corso dell’opera, non deve stupire: Antonio Serra (creatore del personaggio e autore del soggetto di tutta la miniserie, affiancato da Ostini e Vietti in due episodi per la sceneggiatura) è infatti il creatore di Nathan Never, che nel 1991 aveva sdoganato la fantascienza in Bonelli, e che nei progetti iniziali avrebbe dovuto chiamarsi Nathan Nemo, con rimando al Capitano Nemo di Verne (apertamente citato più volte nelle storie del personaggio).

La fantascienza bonelliana

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Nathan Never aprì le porte a una notevole fortuna della fantascienza bonelliana negli anni seguenti, a partire da Legs Weaver (1995) e Agenzia Alfa (1997) come veri spin-off, per seguire con serie autonome come il future weird di Brandon (1998), i multiversi di Gea (1999), il futuro tecnomagico di Jonathan Steele (1999). Lo stesso Serra sarebbe tornato sulla fantascienza in un gusto apertamente retrò con Gregory Hunter (2001), che si ispira a una golden age fantascientifica dagli anni ’40 in giù. E a un “futuro passato” (quello della fantascienza paranoide degli anni ’50) guarda anche Brad Barron di Tito Faraci, nel 2005, mentre Lilith di Enoch (2008), dopo la chiusura di Gea, guarda ai viaggi nel tempo.

In quello stesso 2009, oltre all’esperimento di Serra, vi fu anche “Caravan” di Michele Medda, altro padre nobile neveriano (assieme al terzo della cosiddetta “banda dei sardi”, Bepi Vigna), che esplorò i territori di una fantascienza di stampo “cospirazionista”. Esperimenti che anticipano la grande novità degli “Orfani” (2013-2018) di Roberto Recchioni, con cui venne introdotta la novità del colore, e la serie nuova attualmente in corso, “Odessa” (2019) di Davide Rigamonti, che si affianca alla “ammiraglia spaziale” di Nathan Never, tuttora in edicola.

Un rapido excursus introduttivo per dire dell’importanza del genere in Bonelli, che dalla sua apparizione ha costituito uno dei pilastri più interessanti delle nuove proposte (a fianco di numerose variazioni sul fantastico che, invece, rimandano alla diade costituita da Martin Mystere e Dylan Dog).

La scelta di questo “retrofuturo” è quindi significativa. Siamo in un periodo in cui vi era un notevole successo dello steampunk, nato nel 1990 con “The difference engine” (“La macchina della realtà”) di Gibson e Sterling, che nei primi anni ’80 avevano tenuto a battesimo il cyberpunk, ormai incalzato dal suo avverarsi nella vita reale (curiosamente, la nascita dello steampunk coincise con la nascita di Nathan Never nel fumetto italiano: e se il rimando era anche all’estetica “cyber”, il nome non scelto indicava una volontà di recupero degli elementi “steam” che affioreranno in alcune storie fuori dalla città tentacolare centro degli accadimenti del personaggio).

Nel 1999, inoltre, lo steampunk era stato introdotto nei fumetti americani da un’opera affascinante come “La Lega degli Straordinari Gentlemen” di Alan Moore, che prosegue tuttora (nel 2003 vi era stato anche un film, poco fedele all’opera, che aveva contribuito alla sua notorietà). Molto più complessa che un semplice adattamento steampunk, ne conserva molti elementi, e ritorna anche qui (dopo Never, va detto, anche se in modo probabilmente indipendente) il recupero del Capitano Nemo come figura centrale in questi “superuomini dell’Ottocento”. Anche Robur fa una apparizione nella serie, ma molto marginale, all’interno del citazionismo sterminato di Moore su ogni aspetto della cultura popolare del periodo.

A tale proposito, appare interessante osservare che Robur era apparso a fumetti già nel 1961, nei Classic Illustrated, nello stesso anno in cui fa la sua apparizione in un film con Vincent Price nei panni dell’eroe. Appare anche, dal 2003 al 2005, in una meno nota graphic novel dei Lofficier dedicata a una rielaborazione del mondo verniano (dubito sia una possibile fonte per Serra, comunque).

Viene il dubbio che una possibile motivazione dell’operazione di Serra sia anche quella di trovare un punto d’incontro tra i gusti del “nuovo pubblico bonelliano”, intercettato negli anni ’80 e ’90 e volto al fantastico/fantascientifico, e quelli del pubblico classico, ispirato dall’avventura tradizionale (dove da sempre, fin da Tex – 1948 – e in modo sistematico in Zagor – 1961 – appaiono elementi fantascientifici che sono, giocoforza, di impianto steampunk “ante-litteram”).

Robur le Conquérant e Greystorm: scelte grafiche.

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In ogni caso, appare ammirevole l’eleganza dell’operazione condotta da Serra, col supporto dei detti sceneggiatori Vietti e Ostini, e di una nutrita squadra di disegnatori che, in modo piuttosto innovativo, vede una preminenza femminile. Il primo numero è ad opera di Simona Denna (matite) e Francesca Palomba (chine); in seguito affiancheranno la Denna alle chine Antonella Vicari, Silvia Corbetta, Anna Lazzarini. Uno staff che si alternerà ad Alessandro Bignamini nella realizzazione delle storie, garantendo così una certa omogeneità del segno.

Segno che, appunto, è molto importante: se la griglia utilizzata resta la classica gabbia bonelliana 2X3, usata in modo piuttosto tradizionale (anche se con la maestria narrativa indiscussa di Serra), il segno si giova costantemente di una trama fitta di tratteggi a indicare le ombre e le sfumature che richiama dichiaratamente le incisioni ottocentesche (solitamente in acquaforte) che illustravano i grandi classici di quell’epoca.

Un saggio di Eleonora Brandigi, “L’archeologia del graphic novel” (2013), ha esaminato come – in un ambito realistico – i Promessi Sposi di Manzoni, usciti nell’edizione del 1840 con un ricchissimo apparato incisorio di Francesco Gonin di perfetto gusto popolare, abbiano avuto una funzione ad avvicinare il pubblico al gusto di una narrazione fortemente intersecata tra testo e immagine. Non siamo – né qui, né negli equivalenti di stampo fantascientifico e fantastico, soprattutto di Oltralpe – nemmeno nel protofumetto. Eppure c’è indubbiamente una “funzione preparatoria”, che stabilisce un rapporto profondo che, in qualche modo, qui viene indagato.

Da un lato, il linguaggio di Serra e dei disegnatori è strettamente fumettistico, nella forma anzi pienamente leggibile propria del popolare: ma, al tempo stesso, richiama la grande illustrazione verniana non solo per il segno, ma anche tramite i rimandi nelle copertine, negli eleganti frontespizi e, all’interno del testo, nelle rare quadruple che, usate con parsimonia, sono di solito dedicate all’apparizione di qualche “prodigio della tecnica e della scienza”, una nuova macchina infernale sviluppata da Graystorm o qualche scoperta incredibile da lui effettuata.

In qualche modo, sono usate appunto come viene usata l’illustrazione ottocentesca, e richiamandola anche per la sua retorica visuale dell’apparizione del sorprendente. Non si usa la splash page, fedeli al bonelliano classico (anche se la splash, così come le retinature, erano state introdotte da Serra e gli altri su Nathan Never, dal n.1 in poi). Ma, se la si usasse, tale parallelo sarebbe forse ancor più evidente.

Nemo / Robur, Never / Greystorm.

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L’operazione risulta particolarmente interessante e, a suo modo, postmoderna se consideriamo che Robur è considerato, in qualche modo, una riscrittura del più celebre Nemo, l’eroe verniano più celebre, nei due romanzi del 1870 e 1874. Robur è innanzitutto un “Nemo volante”, che usa l’Albatross e poi l’Épouvante come l’altro usa il Nautilus: come lui, è incupito e incattivito nei confronti del mondo, ma sono anche profondamente differenti.

Nemo ha delle plausibili motivazioni nel suo odio contro l’Inghilterra, e rientra piuttosto in un tipo di cattivo “esotico” che usa la tecnologia, ma non è identificato tout court con essa. Robur il Conquistatore incarna invece davvero lo spirito tecnocratico che va nascendo, e che diventa se possibile ancora più palese nel secondo volume che Verne gli dedica nel 1904, l’ultima sua opera importante (l’autore scomparì nel 1905). E proprio su questo crinale tra XIX e XX secolo, carico di valenza simbolica, Serra colloca ovviamente il suo Greystorm.

Nemo, in latino “Nessuno”, rimanda ovviamente a Ulisse e alla sua maledizione che lo intrappola sui mari; Robur invece richiama nel nome la forza, ovviamente quella della scienza “oscura” (e Umberto Eco, ne “Il pendolo di Foucault”, associò con ironia il suo nome R.C. alla presenza metastorica del grande piano dei Rosa+Croce). Si tratta in fondo della prima autorevole evoluzione del personaggio del “mad doc”, introdotto da Mary Shelley nel “Frankenstein” (1818), e basato ancor più profondamente sull’archetipo del Faust, il magus rinascimentale disposto a un “patto col diavolo” vero o metaforico per la conoscenza (e la Shelley sarà citata apertamente nello speciale “Ex vitro vita”). Se lo scienziato pazzo mirava alla conoscenza a qualsiasi costo, il “tecnocrate folle” stima su tutto la conoscenza, ma non disdegna il potere. I due scopi si unificano in un’ossessione delirante che diviene se possibile ancor più pericolosa.

Appare ovviamente interessante, quindi, che Nathan Never riprenda Nemo: come lui, è un eroe cupo e disgustato (a ragione) dalla società corrotta che lo circonda, per una causa remota che dovremo conoscere nel corso della serie, legata al suo passato. Ma, in sostanza, è un personaggio etico. Greystorm, come Robur, è un personaggio che ha, certo, del buono in lui (la sua malvagità perderebbe di interesse psicologico, se fosse aconflittuale), ma che cede nettamente al lato oscuro, anche se mai in modo totale (giocando anche in questo caso sul nome del personaggio, potremmo dire che è Greystorm, “tempesta grigia”, e non Darkstorm).

A margine, un elemento interessante e originale, e che merita di menzionare, è che Greystorm è anche il primo eroe bonelliano omosessuale maschio (il tema dell’omosessualità era inserito da Serra – e gli altri – in Nathan Never tramite la metafora robotica e alcuni personaggi, e in Legs Weaver tramite l’eroina). Il tema merita però più ampia indagine, che qui non abbiamo spazio di condurre, e rimandiamo dunque alla sitografia per alcuni approfondimenti.

L’elemento che più dispiace è che le avventure del personaggio vedano una conclusione un po’ tronca, un po’ sottotono, nell’impressione di diversi recensori e lettori, rispetto alle possibilità narrative che in teoria si aprivano col pieno ottenimento del potere tecnologico. In teoria, l’editore aveva ai tempi escluso una ripresa della miniserie. Ma chissà che in questi tempi di multiverso bonelliano Greystorm non possa fare una qualche forma di ritorno (qualche riapparizione del personaggio in singoli speciali vi è già stata), magari sviluppando meglio il dispiegarsi della sua potenza tecnocratica che nella serie originale è solo accennata. Se al servizio del bene o al servizio del male, del resto, solo gli autori potrebbero dirlo, per l’ambiguità che rende affascinante – e a suo modo unico – questo eroe bonelliano.

Bibliografia e sitografia

https://it.wikipedia.org/wiki/Robur_il_conquistatore
https://en.wikipedia.org/wiki/Robur_the_Conqueror
http://www.treccani.it/enciclopedia/jules-verne/
https://www.larousse.fr/encyclopedie/personnage/Jules_Verne/148630
https://www.britannica.com/biography/Jules-Verne

https://it.wikipedia.org/wiki/Greystorm
https://nathannever.forumfree.it/?t=33996650
https://www.lospaziobianco.it/etichetta/greystorm/
https://www.lospaziobianco.it/greystorm-moderno-prometeo-mistero-creazione/
https://www.lospaziobianco.it/greystorm-bilancio-finale/
https://www.lospaziobianco.it/greystorm-verne-bonelli/
https://www.ubcfumetti.com/bonelli/?21725
https://www.youtube.com/watch?v=Mx3b7T5eRrc
https://www.nerdgate.it/greystorm-ex-vitro-vita-recensione/

http://barberist.blogspot.com/2018/10/nathan-never-steampunk.html
http://barberist.blogspot.com/2018/08/un-canone-per-la-bonelli-gli-anni-00.html

https://www.fumettologica.it/2015/05/fumetto-popolare-omosessualita-intervista-antonio-serra/
https://www.culturagay.it/recensione/1351

Eleonora Brandigi, “L’archeologia del graphic novel” (2013)
AA.VV., “Greystorm”, 1-12 (2009-2010)