“Le tende bianche” di Cecilia Latella
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“Le tende bianche” di Cecilia Latella

Cover

“Il sogno di tutto un passato nella tua curva s’accampa:
non sorta sei da una stampa del Novelliere Illustrato?
Vedesti le case deserte di Parisina la bella
non forse? Non forse sei quella amata dal giovane Werther?”
(Gozzano, “L’amica di nonna Speranza”)

“Le tende bianche” è il nuovo graphic novel di Cecilia Latella, qui autrice completa, ripubblicato nel 2023 da Renape Edizioni, dopo una lunga lavorazione – dal 2008 al 2016 – e una vicenda editoriale complessa.

Nata nel 1981, Cecilia Latella vive e lavora a Napoli. Laureata in Lettere Moderne con un dottorato in Letterature Comparate, ha frequentato la Scuola Italiana di Comix di Napoli e ha esordito come autopubblicando la biografia a fumetti Il Cinghiale (2009), grazie alla quale è stata selezionata da Craig Thompson per un masterclass sulle graphic novels presso l’ACA (Atlantic Center for The Arts) in Florida. Ha quindi iniziato a lavorare come disegnatrice per diversi editori indipendenti nordamericani (Thrillbent.com, Lost His Keys Man Comics, Ginger Rabbit Studio, Bogus Publishing) per cui ha realizzato The Endling, Native Lands e Let Go. Come autrice completa ha pubblicato il fumetto breve Balloons (2010) sulla rivista “Animals” e l’opera medievale In Absentia (2012).

Questo “Le tende bianche” è un’opera molto interessante. Non siamo nell’ambito di un adattamento letterario a fumetti o una biografia a fumetti di un autore, i casi di cui mi occupo principalmente: e tuttavia c’è a mio avviso molta letteratura tra le righe di questo bel romanzo storico a fumetti. Come coglie correttamente Ariel Vittori nella sua prefazione a questa edizione del volume, l’elemento innovativo è il rinnovare un romanzo storico fumettistico per molti versi “classico” con la narrazione di una storia d’amore saffica, che si sviluppa nello scorcio tra Settecento e Ottocento, quando tra due secoli “l’un contro l’altro armati” si staglia la figura grandiosa di Napoleone.

Del resto, la stessa tradizione del romanzo storico e psicologico si fonda su un capolavoro misconosciuto a firma femminile, “La principessa di Cleves” (1678) di Madame La Fayette, che colloca la vicenda amorosa al centro del romanzo tra i nobili della corte francese di Caterina de’ Medici.

Qui invece siamo in quel periodo complesso e tumultuoso tra Rivoluzione Francese e Restaurazione, cosa che crea un interessante dialogo tra la “grande storia” sullo sfondo e la “piccola storia” delle protagoniste (che, a loro modo, attuano se vogliamo una rivoluzione altrettanto grande). Un periodo in cui le cose si mettono in modo, l’ordine costituito dell’Ancien Regime crolla, e si aprono per tutti nuove possibilità, perlomeno di pensare la propria libertà, se non sempre di ottenerla riconosciuta.

L’autrice è abile a condurre questo parallelo con l’intreccio della storia, in un costante contrappunto, senza mai cadere in didascalismi ma anzi mantenendo una vitalità appassionante della narrazione.

 

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Un punto di forza, che innanzitutto porta a una grande ricchezza visiva del volume, è l’uso della colorazione ad acquerello come tecnica per l’intero volume. Una scelta originale che produce tavole visivamente molto belle ed eleganti, ma anche una notevole coerenza visiva tra la tecnica di rappresentazione e la vicenda narrata. Infatti i disegni sono molto belli e curati ma introducono anche, volutamente, un certo gusto di sovraccarico, nella preziosità di panneggi, dettagli, particolari d’arredo e architettonici in interno ed esterno, che in qualche modo diviene un efficace correlativo del senso di oppressione della protagonista, Virginia, intrappolata in una vita già decisa per lei – come per tutte le donne – in cui non ha quasi nemmeno le categorie per pensare la propria passione saffica finché non incorre l’incontro con la bellissima Luisa, inizialmente inarrivabile moglie del cugino che la ospita.

L’efficacia della scelta traspare dal fatto che, nelle tavole in cui si la passione di Virginia inizia a farsi strada, sono anche quelle in cui più forte è l’alleggerimento visivo, come nella tavola della lettera in cui per la prima volta si rende conto di essere innamorata di Luisa, e il suo volto le appare circonfuso di luce come un sole, in una rara tavola con pochi elementi visivi. Viceversa la fastosa scena del ballo, molto bella e raffinata visivamente, è anche una di quelle in cui lo sfarzo della nobiltà / alta borghesia appare in tutta la sua potenza espressiva.

 

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Il segno di Cecilia Latella è molto personale, anche grazie all’uso notevole dell’acquerello in ambito fumettistico. Ma è anche evidente la scelta di un segno euromanga, che – dati anche gli anni trattati – fa pensare (senza dirette derivazioni visive) all’immaginario di Ryoko Ikeda, che aveva anch’ella indagato Napoleone nella serie “Eroica”, ma soprattutto, con “La rosa di Versailles”, storie – diverse – di prigioni dorate per fanciulle in era rivoluzionaria.

Naturalmente anche qui c’è una profonda differenza, però: Cecilia Latella infatti parla di una vicenda di persone comuni, appartenenti a un ceto privilegiato (l’unico in cui, all’epoca, poteva iniziare una certa ricerca di autorealizzazione) ma lontane dal centro della grande storia.

Siamo quindi più vicini alla lezione di Jane Austen, se vogliamo, che tratta il tema dell’autorealizzazione femminile in opere come “Orgoglio e pregiudizio” o “Ragione e sentimento”. Ma, per certi versi, siamo anche vicini (con una sensibilità ovviamente diversa su molti aspetti) ad alcune delle grandi opere dell’800 italiano, che hanno in sottofondo questo tema. Anche i Promessi Sposi hanno al loro centro, a ben guardare, il tema della autorealizzazione femminile, bloccata in personaggi come Lucia e Gertrude (come Manzoni parla di dominazione spagnola nel ‘600 anche per trattare di dominazione austriaca nell’800, nel suo prudentissimo risorgimentalismo, così parla di problemi ancora ben attivi nel suo secolo retrodatandoli a quello precedente).

 

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Ancora più avvicinabile, per contrasto, appare “Le ultime lettere di Jacopo Ortis” (1802) del Foscolo, che – un anno dopo: nel 1797, invece che nel 1796 – parla di un amore similmente impossibile da parte del protagonista, scalpitante patriota deluso dal tradimento napoleonico (tema che qui traspare verso il finale) e innamorato di una fanciulla già promessa a un ordinario borghese che ella alla fine gli preferisce. Virginia e Luisa sono all’opposto disinteressate di politica – non per ignoranza, dato che sono costrette a respirare quel clima, ma per una sfiducia verso quegli ardori troppo violenti – ma similmente l’eroina è contrastata dal matrimonio borghese dell’amata, già consumato e ostacolo ancor più forte al loro possibile amore (che è formalmente all’epoca proibito).

L’elemento accomunante è una citazione letteraria che fonda l’Ortis e che appare menzionata nelle Tende Bianche: “I dolori del giovane Werther” di Goethe, forse la prima opera destinata a originare una vasta moda imitativa da parte dei suoi cultori. E proprio di Werther, dei romantici, dello Sturm und Drang per la forza della natura, dei canti di Ossian è appassionata Virginia (e che hanno parimenti un ruolo nelle fonti dell’Ortis). Alla sua inesperienza reale del mondo si oppone una esperienza letteraria che alla fine le consente di compiere la sua rivoluzione anche per la più posata e matura Luisa (che non a caso preferisce il garbo ironico e classico di Parini, semmai, e comunque alla letteratura antepone la musica). Forse non a caso il suo oggetto d’amore, Luisa, è una visione quasi stilnovistica di bellezza bionda e con gli occhi azzurri, modello dantesco e petrarchesco tornato in grande auge nell’era romantica.

Virginia alla fine riesce a sbloccare, con la più classica “scena madre” da romanzo ottocentesco, la situazione bloccata tra le due, in una scena che risulta però credibile psicologicamente proprio per la costruzione di un contesto (Umberto Eco affermava che non è credibile un personaggio che esclami “ti amo disperatamente!”, a meno che non ne facciamo un appassionato di Liala: è un po’ quello che qui avviene, citando però i modelli letterari alti dell’ideale romantico).

Virginia e Luisa hanno insomma un loro fascino particolare, che sembra quello di Carlotta e Speranza (naturalmente, solo amiche) in Gozzano, o le protagoniste de “La digitale purpurea” di Pascoli (e lì qualche dubbio in più può venire): figure femminili imprigionate e definite in un mondo passato, che ha l’allure indiscutibile delle cose perdute, se la penna (o la matita) di chi scrive lo sa evocare adeguatamente.

 

Battaglia Del Bricchetto

 

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Da monregalese, poi, non posso non notare una bella doppia splash page (l’unica del romanzo grafico) dedicata a quella che con tutta evidenza sembra la Battaglia di Mondovì del 1796 (l’anno è quello, e siamo in terra piemontese, anche se la città non è citata), debitamente reinterpretata (e in effetti fu la principale battaglia napoleonica per la conquista del Piemonte, eternata anche nell’Arco di Trionfo al centro di Parigi).

Insomma, un’opera che si segnala per una raffinata costruzione sotto ogni punto di vista, per accuratezza della ricostruzione storica, precisione dell’indagine psicologica delle due protagoniste e del progressivo sviluppo della loro relazione, eleganza e coerenza della resa visiva, utilizzando al meglio le delicate possibilità cromatiche dell’acquerello e l’appassionata espressività emotiva del manga europeo. L’inserimento del tema LGBT avviene in modo interessante e coerente, senza produrre, come detto, un’opera a tesi ma una storia romanzesca innanzitutto godibile in quanto tale (si evita insomma quel rischio “alla Bridgerton” di Shonda Rhimes, dove la modernizzazione di temi e personaggi va a scapito della credibilità storica, creando un mondo a suo modo avvicente ma di stampo pressoché fantasy). Come detto, non un adattamento letterario a fumetti, ma in ogni caso un graphic novel storico che dialoga bene con l’epoca di ambientazione sotto il profilo storico e letterario – come si è evidenziato nel corpo del testo – e che quindi potrebbe anche essere utilmente proposto in ambito scolastico in parallelo al periodo di cui tratta.

 

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