La next big thing del fumetto Disney è “Topolino”

La next big thing del fumetto Disney è “Topolino”

Sono passati poco più di tre anni dall’insediamento di Alex Bertani alla direzione di Topolino, succeduto come un fulmine a ciel sereno a quella Valentina De Poli che dal 2007 aveva preso le redini del giornale e l’aveva rivitalizzato.

Gli anni di Valentina De Poli

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Valentina De Poli – foto tratta dalla scheda presente nell’archivio de Lo Spazio Bianco

Il lavoro di Valentina De Poli come direttrice di Topolino ebbe una sua importanza strategica che troppo spesso, oggigiorno, sembra facile dimenticare.
Tale rilievo è da rintracciare innanzitutto nella discontinuità che volle creare rispetto a chi l’aveva preceduta nel ruolo, Claretta Muci, la quale aveva deciso di tenere unicamente e forzatamente basso il target di lettori a cui rivolgersi. Un approccio che traspariva in tutti gli aspetti, dalla grafica interna di Topolino al tono della maggioranza delle storie, fino alla composizione delle varie testate che uscivano.

De Poli cercò invece un’altra via, forte anche della sua esperienza nella redazione disneyana a metà anni Novanta: la sua volontà era quella di rimettere al centro il fumetto, accompagnandolo con servizi giornalistici attenti alla contemporaneità e a temi come l’ambiente e la tecnologia.
Dopo i primi mesi di insediamento iniziò a dare rilievo agli autori delle storie (tramite interviste e dietro le quinte a corredo dell’avventura che avevano realizzato), richiamò alcuni sceneggiatori e disegnatori che da tempo non lavoravano più sul fumetto Disney, accompagnò il passaggio da Disney Italia a Panini Comics (con tutto quello che ne è conseguito in termini di operazioni editoriali messe in campo, in particolare nella concezione del pantheon delle varie pubblicazioni disneyane), patrocinò il ritorno di storie inedite di PK, volle fortemente la realizzazione di alcuni progetti di alto profilo e per certi versi coraggiosi (la cosiddetta “trilogia gotica” di Bruno Enna e Fabio Celoni su tutti).

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Primo “Topolino” del restyling voluto da Valentina De Poli

Per quanto tutto questo rappresentasse una boccata d’ossigeno rispetto alla precedente gestione di Claretta Muci, dall’altra parte non posso negare, perlomeno a livello personale, che ci fosse un dislivello qualitativo nella proposta a fumetti complessiva, che si è acuito di anno in anno e soprattutto nell’ultima parte della sua gestione. Ad una ristretta cerchia di storie di grande spessore e qualità, realizzate da artisti di primo piano con una cura sorprendente, faceva da controcanto la sterminata produzione “industriale” di avventure standard che spesso e volentieri erano dimenticabili, quando non proprio vuote o irricevibili.
Se è quindi vero che sono tornato ad approcciarmi a Topolino, dopo anni di zero assoluto, proprio con le prime iniziative varate da De Poli, è anche vero che non è mai scattata in me la molla che mi facesse tornare a seguire settimanalmente la testata. Compravo solamente le copie che contenevano storie di autori che amavo e stimavo (Casty, Teresa Radice/Stefano Turconi, Francesco Artibani, Bruno Enna, Tito Faraci, Silvia Ziche, Alessandro Sisti, Claudio Sciarrone, Lorenzo Pastrovicchio, Vito Stabile e pochi altri) o progetti di alto profilo come gli adattamenti di opere letterarie e cinematografiche o le nuove avventure pikappiche. Il resto del menù presente sui medesimi albi, che pure leggevo, non suscitava in me particolare interesse salvo sparute eccezioni.
Immagino – illazione puramente personale – che la direttrice avesse raggiunto una sorta di “rassegnazione”: la natura di Topolino è quella dell’antologico e un antologico di 5-6 storie a numero con cadenza settimanale significa una produzione di tipo industriale, nella quale la possibilità di avere ogni volta la storia-evento con tutti i crismi semplicemente non sussiste. Il pocket ha sempre pubblicato di tutto un po’, sia come generi che come qualità, quindi probabilmente il ragionamento era di concentrare i propri cavalli di battaglia in punti strategici dell’anno (in concomitanza con eventi particolari, con l’estate e il Natale, con le fiere di settore una volta arrivata Panini), capaci di catalizzare l’attenzione degli appassionati e dei lettori più esigenti, ma che non erano e non potevano essere la norma, la quale era invece di tutt’altro tenore.

Per quasi un decennio era ormai questo il meccanismo, e mi ero abituato al fatto che Topolino fosse un antologico “un tanto al chilo” da acquistare solo in determinati casi.

La rivoluzione di Alex Bertani

Bertani_5Alex Bertani, dopo i primi mesi di necessario rodaggio, ha invece deciso di dare una svolta decisa e per certi versi rivoluzionaria all’impostazione del libretto, facendo percepire in maniera determinata al pubblico la sua visione complessiva del giornale, non più inteso come un semplice contenitore di storie nuove indipendenti le une dalle altre, bensì come un laboratorio vitale nel quale sviluppare nuove linee narrative che si intersecano tra loro e che portano a universi molto più condivisi che in passato.
Il focus quindi non è più su singole storie “di punta”, perché la mossa è quella di rendere tali un buon 90% dei progetti messi in cantiere, magari anche in modo artificioso e senza sfoderare in tutti i casi i pezzi da novanta veri e propri.

Un progetto così ambizioso contiene inevitabilmente sia note positive che negative, ma spoilero subito che allo stato attuale, per quanto mi riguarda, le prime superano le seconde, portando questo Topolino ad essere un prodotto più interessante da seguire fedelmente rispetto a prima.

Le storie a puntate: pregi e difetti

Bertani_16Il cuore di questa impostazione si rintraccia nell’aumento esponenziale delle cosiddette “saghe”. Il termine in realtà non è sempre adeguato al tipo di avventure di cui vado a parlare, specialmente in relazione a cosa si indicava in passato con questa nomenclatura, ma per quanto sia una semplificazione può servire a indicare in maniera sintetica a) le storie che si sviluppano in più puntate consecutive, b) quelle macro-trame che si dipanano coerentemente tra singoli episodi connessi tra loro che compaiono a distanza di mesi gli uni dagli altri e c) i cicli di racconti che non portano avanti una trama unitaria ma che fanno parte di un progetto specifico.

Il proliferare sempre più pervicace di queste saghe ha portato, per la prima volta da almeno tre decenni, ad avere numeri di Topolino composti per la maggior parte di episodi facenti parte di storie a continuazione, riservando alle classiche avventure indipendenti giusto un paio di slot di rappresentanza.
Da principio ammetto che questa situazione mi dava piuttosto fastidio, per l’eccessiva incompletezza che comunicava: il singolo albo non poteva più essere preso in esame di per sé, ma sempre e soltanto in relazione con quelli immediatamente precedenti e con quelli immediatamente successivi. Con il tempo, però, ho dovuto riconoscere un fatto: sempre più spesso, a fine lettura, ero davvero curioso di leggere il numero della settimana successiva per vedere come le vicende appena fruite sarebbero proseguite e portate a conclusione.
Ho quindi progressivamente fatto pace con questa impostazione, pur evidenziando come il lato negativo permanga… però l’ho ridimensionato: ho concluso che è cambiato il baricentro, e quindi ora il pubblico di riferimento a cui si punta non è il casual reader – a cui invece sono destinati i vari periodici regolari e i “vattelapesca” tematici – ma il lettore fedele, che puntualmente compra il “Topo” o vi è abbonato, e questo lettore in fin dei conti può avere soddisfazione nel seguire una storia che si spalma su più uscite creando un minimo di hype e alzando la posta in gioco. L’ipotesi è stata poi confermata da Bertani stesso durante la sua partecipazione alla live di The Fisbio Show del mese scorso (riproposta in calce al presente post).

Bertani_8Il risvolto della medaglia è che, se ogni uscita pretende di presentare due-tre storie “evento” il livello deve per forza di cose abbassarsi rispetto a quello che una volta era proprio dei progetti dichiarati tali.
È fisiologico: per avere storie curate, cesellate, di vero alto profilo occorre tempo perché gli autori coinvolti possano sfornare del fumetto di alta qualità, tanto a livello di sceneggiatura quanto a livello di disegni. Nel momento in cui si decide che le storie annunciate in pompa magna diventano all’ordine del giorno, occorre fare qualche compromesso al ribasso.
Questo non vale ovviamente per tutte le storie a puntate uscite nell’ultimo anno e mezzo, né in senso assoluto, ma è un’osservazione che mi sono ritrovato a fare in alcune circostanze.
Va bene così: un Paperin Pigafetta ai confini del mondo, per fare un esempio recente, non può uscire ogni mese e penso sia chiaro a tutti il motivo. Ma mentre nella precedente gestione si rimediava a questo fatto facendo campare il “Topo” regolare con storielle spesso dozzinali, ora si prova a dare maggior dignità anche a prodotti meno ricercati.
Vogliamo chiamarla furbizia? Possiamo anche definirla così, specialmente agli inizi ci sono stati esempi di narrazioni sviluppate in tre episodi che si potevano serenamente comprimere in uno lungo perché per molte tavole si allungava il brodo senza motivo; inoltre, elevare una trama tutto sommato standard solo perché presentata in più parti è in buona parte una tattica, ma il risultato complessivo dà ragione a Bertani perché va nella direzione di un solido prodotto pop.

Le regole narrative degli ultimi anni sono improntate alla serialità, specialmente dopo la rielaborazione del concetto di telefilm e il boom delle serie TV nell’era dello streaming. Frammentare il racconto in più parti, portando a creare cliffhanger alla fine di ciascun episodio, risponde a questa richiesta che non deve per forza essere al servizio di un risultato artistico di alto profilo, ma anche solo di un buon fumetto popolare che mette in scena senza timore le strategie narrative più commerciali. Si risponde inoltre all’esigenza di far fronte a storie dal numero di tavole sempre più risicato, che in questo modo riescono a riottenere quel respiro che rischiava di mancare loro.

Bertani_17Non tutte le ciambelle riescono col buco, e quindi è successo che alcuni progetti, ai miei occhi, crollassero sotto il peso delle aspettative create in maniera eccessiva dagli editoriali del direttore. Il caso più lampante è senza dubbio Mister Vertigo, un lungo pseudo-thriller firmato da Marco Nucci incentrato su un nuovo, evanescente avversario di Topolino, articolato in cinque storie sparse nel corso dei mesi che mi ha personalmente deluso per l’inconsistenza della vicenda e dell’intreccio. L’impostazione era ambiziosa, ma il risultato è stato deficitario, anche se a quanto pare a livello commerciale l’operazione ha invece riscontrato un certo successo.
Oppure Topolino – le origini, sorta di rivisitazione in chiave aggiornata della giovinezza di Mickey, che ha peccato tanto nell’intento (blasfemo per i più navigati) quanto nell’esposizione (trame risicate e traballanti).
Di contro, ci sono state alcune operazioni piuttosto pregevoli, come le parodie verniane di Francesco Artibani e Lorenzo Pastrovicchio, Sir Topleton e il già citato Paperin Pigafetta, Topolino Giramondo, la cura verso il “settore giovanile” con il rilancio moderno di Qui Quo Qua e Tip&Tap, l’esplorazione di alcuni personaggi “rovinati dal tempo” come Macchia Nera, Rockerduck, Gastone.
Il bilancio, al netto degli inciampi che non sono affatto mancati ma che possono essere compresi e messi in conto quanto si sperimentano nuove strade, appare per ora a favore di questa politica bertaniana.

Crossover e introspezione

Bertani_10Altra novità di rilievo è la stretta interconnessione tra le varie saghe. In una realtà nella quale gli autori hanno sempre faticato a sviluppare progetti comunicanti – si pensi anche solo alla partenza di PKNE, con la scarsa “incastrabilità” tra la prima e la seconda avventura – Alex Bertani ha fatto capire, agli autori ancor prima che ai lettori, che quello che si legge sulle pagine di Topolino avviene in un medesimo universo, e quindi quanto accade in una storia può essere richiamato – più o meno gratuitamente – in un’altra, pur senza compromettere la comprensione della singola narrazione (a meno di appartenenza diretta a un determinato filone, ovviamente).
Un caso esemplare è Grosso guaio a Paperopoli: team-up tra Topolino e Paperinik, al suo interno ci sono rimandi al ciclo di storie di Marco Gervasio con l’identità segreta di Paperino (è presente il personaggio del tenente Sheriduck), alla serie Minni prêt-à-porter di Valentina Camerini, a Foglie rosse di Claudio Sciarrone, a X-Music di Bruno Enna, a Musicalisota di Giorgio Salati e al Torneo delle 100 porte/Calisota Summer Cup di Marco Nucci.

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Immagine dal sito topolino.it

Tutto questo restituisce l’idea di un’unica realtà condivisa da Paperi e Topi, viva e pulsante al punto che risulti naturale che i personaggi, qualora si incontrino, ne parlino come proprio bagaglio di esperienze da condividere con gli amici per aggiornarli.
Inoltre costituisce un valore aggiunto per il lettore “fisso”, che sarà galvanizzato dai riferimenti ad avventure lette poche settimane prima sentendosi di conseguenza premiato nella sua fedeltà, e nel contempo è uno sprone al potenziale nuovo arrivato per recuperare gli arretrati o perlomeno restare da quel punto in avanti per sentirsi anche lui parte di questa “lore”.

Un ulteriore elemento degno di nota è poi il maggiore spazio dedicato a sensazioni ed emozioni dei personaggi Disney, in particolare i più giovani. Area 15 è un esempio perfetto in tal senso: mettendo in primo piano le vicende dei ragazzi, che ruotano attorno all’omonimo club ricreativo, c’è stato modo da parte dei team creativi di soffermarsi sulle problematiche giovanili in cui una parte dei lettori di Topolino (preadolescenti) possono riconoscersi. Un terreno da sempre scivoloso per i prodotti disneyani – gli ovvi paletti che questo universo narrativo contiene in sé non permettono di affrontare determinati argomenti che sono invece centrali in quella fase della crescita – ma che devo dire è stato ben gestito, riuscendo a rintracciare comunque altri ambiti da poter trattare.

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Immagine dai social di Topolino Magazine

Non solo i “teens” godono di questo trattamento, comunque: Rockerduck e Gastone sono stati approfonditi rispetto alle visioni consunte e bidimensionali che troppo spesso emergevano dalle storie, e lo si è fatto proprio andando a scavare nel loro animo per coglierne debolezze e umanità.
In L’ultima avventura di Reginella, invece, si è esplorato il complesso sentimento che lega Paperino alla dolce sovrana di Pacificus: si tratta di una storia in due tempi nella quale la trama è riassumibile in poche righe ma dove il cuore della narrazione si ritrova nelle emozioni provate ed esternate dai protagonisti.
Fuori dai sentimenti, poi, anche altri tipi di avventure dimostrano un’attitudine diversa nei confronti dello storytelling disneyano, fatta di pause, di riflessioni, di personaggi che osservano il mondo, invece che solo di azioni che vanno dal punto A al punto B. Penso a Topolino Giramondo, ma anche ai vari racconti di viaggio che stanno diventando un filone a sé: Sir Topleton, Paperin Pigafetta, Pippon-Tiki, lunghi racconti dove il tono è diverso dal passato e dove il nucleo sta più nell’itinerario, nelle difficoltà ad esso connesse, non solo pratiche ma anche interiori, e in come tutto questo impatta sui protagonisti.

Questo si riflette inoltre anche nella parte estetica: la nomina di Andrea Freccero come “riferimento ufficiale” per i disegnatori, in grado di settare uno standard per l’operato dei suoi colleghi e di intervenire, supervisionare e aiutarli, ha permesso una rinnovata attenzione verso i disegni come non si vedeva dai tempi dell’Accademia Disney.

Il mastermind

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Alex Bertani a Cartoomics 2019 – foto di Andrea Bramini per Lo Spazio Bianco

Un cambio di paradigma così marcato, proveniente da diversi fumettisti, non poteva avvenire se non tramite una visione unitaria che indirizzasse le diverse persone al lavoro sul “Topo”, il che ci porta all’ultimo punto della mia analisi: la presenza attiva del direttore nell’ideazione delle saghe.
Come ho detto all’inizio, anche Valentina De Poli interveniva con suggerimenti diretti agli sceneggiatori per invitarli a sviluppare sue idee particolari, ma con Alex Bertani questa situazione è diventata sistematica, il modo stesso in cui il direttore è riuscito a infondere il proprio disegno complessivo al magazine. Si può dire che lo spunto-base della maggioranza dei progetti “di punta” venga da lui, sviluppato poi dallo sceneggiatore di turno individuato come il più adatto per quel tipo di atmosfere.
Ultimamente questo trend, che si poteva desumere solo da alcune frasi nei suoi editoriali,è diventato ufficiale con un riconoscimento esplicito nei credits delle storie, a testimonianza di come la presenza del direttore nell’ideazione delle storie abbia assunto sempre più importanza per la vita di Topolino.
Avevo posto personalmente questo tema ad Alex nel corso della live del The Fisbio Show di dicembre 2020, ed è tornato in auge anche in quella più recente. Non è un caso, perché ripensando a quanto eravamo abituati si tratta senza dubbio di un’innovazione non da poco: c’è una certa differenza tra fornire qualche spunto di tanto in tanto e organizzare il tenore, l’approccio e la direzione di tanti progetti diversi, dovendo concertare l’operato di un certo numero di professionisti. È un surplus di lavoro rispetto a come si concepiva usualmente il ruolo del direttore di Topolino, ma per quanto inizialmente ne fossi piuttosto perplesso devo ora riconoscere che era l’unica maniera per poter arrivare a quanto Bertani avesse in mente. L’interconnessione pratica di diversi filoni narrativi e soprattutto l’impostazione generale che si voleva dare alla maggior parte delle nuove storie non poteva essere garantito senza una supervisione attenta e incisiva nella parte creativa dei progetti, non solo a realizzazione ultimata. Una sorta di showrunner, insomma, con la cui visione si può essere d’accordo o meno: e all’alba del 2022 devo dire che mi ci ritrovo abbastanza bene, pur essendoci cose che non mi convincono del tutto.

Il marketing “buono”

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Alex Bertani a Cartoomics 2019 – foto di Andrea Bramini per Lo Spazio Bianco durante l’intervista di Gianluigi Filippelli

L’obiettivo di chi realizza e pubblica Topolino è quello di vendere. È scontato dirlo ma frequentemente lo si dimentica, o peggio: si pensa che venda quello che piace a noi stessi. Troppo spesso non consideriamo però tanti fattori che influiscono invece in maniera importante con il successo commerciale di qualcosa.

Stando alle dichiarazioni ufficiali di Alex Bertani, il bilancio 2021 del giornale si è chiuso in positivo, con una crescita rispetto al 2020 che a sua volta era stata migliore del 2019.
Segno che le iniziative messe in campo e la nuova concezione del libretto, che ho cercato di sintetizzare in questo pezzo, hanno dato i loro frutti e sono riuscite a interessare con continuità una buona fetta di pubblico. La cosa positiva è che questo sia avvenuto senza ricorrere a “scorciatoie” come poteva essere in passato, che poco avevano a che fare con il fumetto (sì, sto pensando ai vip paperizzati), ma puntando su un refresh narrativo delle dinamiche disneyane. Un aggiornamento di qua, una lunga avventura ambiziosa di là, un progetto autoriale di quando in quando… e questo sembra funzionare.

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I “paperdollari” – immagine dal sito topolino.it

Certo, c’è anche del marketing meno affine a tutto questo, ad aver giocato un ruolo: l’aumento esponenziale di gadget, ammennicoli e ninnoli, tra gratuiti e sovrapprezzati, finendo per strabordare anche sulle altre testate, è una mossa strategica che attira una fetta di pubblico maggiore.
Ma do atto a direzione e redazione di non aver puntato solo su questo. Massivamente su questo, senza dubbio, ma sempre accompagnando queste operazioni commerciali con un’attenzione particolare al fumetto Disney. Non per forza alla sua “qualità”, che è figlia di un così ampio numero di elementi (molti dei quali soggettivi) da non poter mai essere garantita fino in fondo, ma sicuramente alla volontà di impostare progetti capaci di comunicare qualcosa ai lettori del presente, al punto da convincerli a seguire puntualmente ogni numero.

Un complesso gioco di prestigio su cui non avrei mai scommesso ma che sembra stia funzionando. Perlomeno, con me ha funzionato: ho ricominciato a prenderlo settimanalmente nella primavera del 2020 più per caso che per altro, con la complicità di mia madre e come reazione a un periodo piuttosto nero della mia vita, ma non sarei rimasto a bordo più di un paio di mesi se non ci fosse stato qualcosa che mi avesse trattenuto.
E invece sono ancora qui.

Two more things

A chiusura del pezzo mi pare interessante condividere l’intervista ad Alex Bertani che io, Gianluigi Filippelli e Amedeo Scalese avevamo condotto durante Cartoomics 2019 per Lo Spazio Bianco e, anche se l’avevo già fatto in un post precedente, il video della diretta streaming di The Fisbio Show con Alex Bertani, avvenuta lo scorso 12 dicembre:

Il nuovo direttore di “Topolino”: intervista ad Alex Bertani