
La Pasqua e la primavera hanno portato nelle edicole italiane il primo appuntamento dell’anno con questa preziosa testata: Almanacco Topolino rimane una nicchia da preservare nel paniere delle pubblicazioni disneyane, in un periodo nel quale in realtà un po’ tutto il materiale da edicola appare come bisognoso di sostegno vista l’ormai inarrestabile difficoltà in cui versano questi esercizi.
Una rivista antologica come Almanacco, così strutturata, sembrerebbe del resto fuori posto in fumetteria, dove non a caso i prodotti Disney hanno tutti un approccio molto più “da libro”, con raccolte unitarie di saghe o riproposizioni cartonate di parodie. Ecco, diciamo che se volumi sulla falsariga di Grandi Autori – per citare l’altra mia pubblicazione del cuore dell’attuale panorama editoriale – avrebbe il suo senso anche nei negozi specializzati grazie al suo carattere mono-autoriale, Almanacco molto meno.
E significherebbe privarsi di un approccio comunque valido e importante per l’editoria disneyana, che dagli anni Novanta ha fatto scuola e che ha dimostrato come le raccolte antologiche possono essere interpretate anche diversamente dagli albi di ristampe “un tanto al chilo” per funzionare, fornendo in più un percorso ragionato e commentato.

Il n. 26 prosegue il percorso positivo ripreso dal numero precedente, dopo l’uscita di settembre 2025 che avevo invece trovato un po’ fiacca: in quest’occasione il curatore Marco Travaglini celebra i 65 anni di Amelia con una storia d’antan e mai ristampata – Zio Paperone e l’indomabile domatrice, del Disney Studio con i disegni di Luciano Gatto – e con Caccia al decino di Patsy Trench, Dave Angus e Daniel Branca (pubblicata in Italia in sole due occasioni nel corso di quarant’anni).
La prima è un’avventura molto classica ma dotata di un certo brio, nella quale l’annosa missione della fattucchiera napoletana si fonde con la serie del Papersera, facendo incrociare la strada della villain con quella di Paperino e Paperoga versione reporter. Si fa apprezzare, oltre che per il pregiato recupero, anche per i disegni freschissimi di Gatto, chiari e netti come era nel suo stile.
L’estera, a dispetto del titolo, coinvolte Amelia solo di striscio e si concentra soprattutto sul carattere fin troppo precipitoso di Zio Paperone nell’arrivare a conclusioni errate quando si accorge della sparizione della Numero Uno. Lettura gradevole, risulta interessante in particolare per poter vedere Branca alle matite, per quanto non sia ancora all’apice della sua carriera e a tratti ancora un po’ acerbo.


La celebrazione avviene però ovviamente tramite la versione di Walt Disney, con due brevi storielle poco note tra i tanti fumetti in cui il burattino è apparso.
Pinocchio e il castello tra le nuvole di Julius Svendsen e Al Hubbard (riproposta finora solo su un Grandi Classici del 1993) è interessante nel suo fondere diversi universi animati disneyani: il protagonista incontra infatti Bambi, la cicogna di Dumbo, il Drago Riluttante e sale sulla pianta di fagioli gigante del mediometraggio contenuto in Bongo e i tre avventurieri. Un mix rarissimo da vedere, soprattutto negli ultimi decenni, e che a mio avviso rappresenta pienamente quello scoppiettante “wonderful world” forse un po’ ingenuo ma terribilmente genuino.
Pinocchio e la go-go mobile del team di ferro Vic Lockman, Tony Strobl e Steve Steere (alla sua prima ristampa dopo l’esordio italiano del 1967) risulta invece un po’ più debole, nel suo convocare Paperino nella bottega di Geppetto per risolvere un guaio. Tanti elementi concorrono allo svolgimento della trama ma offrendo in più punti un senso di spaesamento.


Infine troviamo una one-page di Carlo Gentina – Tutto per il panorama, adeguata per il tema con la stagione primaverile – e la nuovissima incursione di Mac Paperin con Le streghe del castello di Malcot, scritta da Lars Jensen e disegnata dal suo creatore Marco Rota. Ahimè, il disegnatore milanese qui accusa un calo qualitativo notevole secondo me, vicino ad alcune prove ben poco riuscite apparse su Topolino negli ultimi anni, gravato altresì da un’inchiostrazione che non aiuta. Non che la sceneggiatura di Jensen salvi il risultato complessivo, non mantenendo molto della genialità e del divertimento delle prime storie del ciclo se non la caratterizzazione azzeccata del protagonista.

Gli articoli di Travaglini costituiscono come sempre una preziosissima guida di viaggio, sia per il lettore meno esperto che per quello più “impallinato”.
Da una parte riescono infatti a fornire il giusto contesto attorno a storie, personaggi e autori introdotti, dall’altro non mancano di identificare le curiosità e i rimandi – anche i meno lampanti – a Carl Barks, Don Rosa ecc. Un lavoro, stavolta in particolare, veramente encomiabile e che forse rappresenta il momento in cui il curatore ha preso perfettamente la mano con la gestione di Almanacco.
Un valido vademecum che costituisce l’ossatura imprescindibile della testata, assieme alla volontà – vicinissima a quella di Luca Boschi – di proporre storie quasi mai ristampate o addirittura mai apparse dopo il debutto italiano di svariati decenni fa, con l’intento dichiarato di estendere la collezione (… anche Inducks 😉 ) del pubblico più appassionato.
Tra le inedite e queste ristampe “oculate”, ho in mano un albo che non contiene nessun doppione per me. Non è roba da poco, visto che compro, leggo e colleziono albi Disney con una certa frequenza da metà anni Novanta!
Appuntamento a inizio estate, dunque!