#84 - Andrea (Lo Stato Sociale/Luca Genovese)

#84 – Andrea (Lo Stato Sociale/Luca Genovese)

Andrea vive a Bologna. Una Bologna non tanto a dimensione umana come una certa narrazione la vuole dipingere. Manda avanti il bar che era di suo padre prima di lui. Alle prese con una routine giornaliera fatta di sveglia presto, consegne, colazioni, pranzi, gente che si incontra o litiga davanti al suo bancone, piano piano sente la sua vita perdere di aderenza con il reale, ma soprattutto perdere di speranza verso un futuro migliore, verso una prospettiva. I suoi pensieri riempiono le pagine, disseminate di testo, didascalie, dialoghi nelle nuvolette o trasposti in uno scambio solo di testo.

Parole parole parole che accumulano pagina dopo pagina lettera dopo lettera una pesantezza esistenziale che finisce per diventare caricaturale; la prosa è apprezzabile di per sé, scorrevole, ricca e misurata, ma vuole a tutti i costi sottolineare in ogni momento il tono del racconto, i sentimenti del protagonista, le sue angosce, vuole costruire una sensazione di disagio con tanta enfasi dimenticandosi però di dare tempo, di dare spazio alla percezione di questo disagio.

Specie in un fumetto, specie con un fuoriclasse come Luca Genovese che con il suo tratto di grande sistesi ed eleganza è il vero asso di questo volume, l’unica ragione per la quale sono arrivato alla fine senza interrompere la lettura. I personaggi sono espressivi e vari, le figure tra il realistico e una leggera caricatura, la città è ben viva e presente, le incursioni nel mondo che Andrea si è creato per cercare di mettere un po’ di distanza tra lui e i problemi quotidiani di grande impatto ed eleganza.

andrea lostatosociale 1

Con un disegnatore così, Alberto Guidetti (drum machine de Lo Stato Sociale), avrebbe potuto affidarsi molto più a sguardi, silenzi, inquadrature, e avrebbe potuto lasciare molto più al non detto, al non didascalico, anche perché quando questo accade le tavole respirano e non hanno bisogno affatto di descrizioni, di ribadire quanto comunicano i disegni. La scena dello scontro immaginario con l’architetta del nuovo piano ubranistico o il sogno/ricordo di Andrea che riguarda la sua ex-ragazza sono esempi secondo me clamorosi di tavole superflue, che nascono dalla paura che il lettore non capisca altrimenti e che quindi abbia bisogno dei sottotitoli.

Ecco, io dei sottotitoli ne faccio a meno.

L’eccessiva verbosità viene sottolineata anche nella breve di Andrea Pacino sul sito.