
Il “Corriere dei Piccoli”, come arcinoto, è un pilastro della cultura fumettistica italiana. La sua pubblicazione, nel 1908, segna l’inizio stesso del fumetto italiano, e con alterne vicende lo accompagna per tutto il primo secolo di vita del medium, sparendo definitivamente nel 1995.
Questo saggio di Andrea Carta, edito da NPE Editore, esplora un’epoca sola della storia della rivista, ma molto significativa: quella che va dal 1961 alla sua fine, quando il fumetto diviene nettamente prevalente, anticipando il fenomeno delle riviste del fumetto “d’autore”. Da qui il sottotitolo, “Una supernova tra le riviste d’autore”, che evidenzia anche la splendente rilevanza della testata, la cui luce ci attrae ancora decenni dopo la chiusura.
La bella cover presenta solo alcuni dei personaggi presentati dalla rivista, e già così cogliamo che pantheon eccezionale possedeva: Spirou, Lucky Luke, Valentina Melaverde, Michael Vaillant e Corto Maltese in cover, Puffi, Lupo Alberto, Zorry Kid in quarta di copertina.
L’opera presenta parti di raccordo – una “cronistoria minima”, come viene definita nel capitolo introduttivo che la presenta – in cui l’autore ricostruisce sinteticamente la storia della rivista, inserendo poi le schede delle serie a fumetti edite in quel periodo. Ogni scheda presenta un’immagine di esempio, i dati editoriali fondamentali, il periodo di uscita e un testo di presentazione in cui l’autore riassume gli elementi centrali del fumetto e vi aggiunge un parere spesso fortemente personale, che confluisce anche nella sintesi espressa in “stelline”, da uno a cinque, posta in alto sulla scheda, a seconda del maggiore o minore apprezzamento.
Come spiega lo stesso Carta nella sua prefazione all’opera, ha “cercato di esprimere quanto provavo allora e provo tuttora, dopo che gli anni hanno mutato i miei gusti e i miei giudizi: non ho risparmiato né critiche né elogi, dal momento che li ho ritenuti giusti”, inserendo il giudizio a stelle “più che altro per stimolare la curiosità di chi legge”.
In effetti, Carta si contraddistingue per pareri critici spesso difformi dalla visione consolidata, che lui stesso rivendica in prefazione e che indubbiamente sarebbe interessante vedere articolati in modo più argomentato di quanto consente la struttura dell’opera, utilmente catalogica.
Il volume è indubbiamente uno strumento prezioso di consultazione per chiunque si occupi di fumetto qui da noi, e per tutti gli appassionati del Corrierino.
Non sarà ovviamente possibile esaminare nel dettaglio ogni scheda (anche se accenneremo ad alcuni dei pareri critici più rilevanti): ci soffermeremo quindi maggiormente sulla struttura di fondo introdotta dall’autore nel delineare la storia della rivista nel periodo prescelto: una periodizzazione interessante, che coglie una importante evoluzione in quella che, all’epoca, per molti versi era la testata centrale del fumetto in Italia.
Ascesa
Una prima fase viene identificata dal 1961 al 1968, quando Guglielmo Zucconi subentra come direttore al grande umorista Giovanni Mosca, puntando in modo più deciso sul fumetto, anche se vengono inseriti anche romanzi e “racconti figurati”, forma intermedia tra racconto e fumetto. Tra i più celebri, il Dottor Oss, tratto da Verne e trasformato da Milani nell’eroe di nuove avventure.
La forte vocazione pedagogica del Corriere dei Piccoli, presente nell’ideazione di Paola Lombroso ai primi dell’Ottocento e mantenutasi costante, viene insomma ad attenuarsi, in favore di una maggiore propensione all’intrattenimento.
Vengono per cui soprattutto introdotti personaggi fissi di fumetto umoristico, come “Violante”, su testi di Zucconi e disegni di Grazia Nidasio, mentre diminuiscono redazionali, articoli educativi e anche i celebri fumetti in versi, che spariranno del tutto nel 1964. Violante (1961-67), che Carta poco apprezza, punta a intercettare il culto degli “urlatori” e in seguito la “Beatlesmania”, e anche, credo, intercettare il pubblico femminile delle ragazzine, meno incline al fumetto avventuroso classico.
Ma, soprattutto, inizia la pubblicazione del grande fumetto belga, che Carta identifica col vero punto di forza della rivista: Spirou viene introdotto nel 1962; Poldino Spaccaferro, di Peyo, nel 1963; i I Puffi nel 1964; Lucky Luke nel 1965, Umpa-pah nel 1967.
Le storie avventurose restano in un primo momento italiane, forse anche, ipotizza l’autore, per mantenere un maggior controllo “censorio” su temi maturi presenti nella BD francese di tale tipo. Tra gli autori, Dino Battaglia, spesso su testi della moglie Laura (come nella SF de “I 5 su Marte”), già attivo prima del 1961 e che incrementa il suo lavoro per la rivista; nel 1962 arriva Hugo Pratt, che realizza “Anna nella giungla” (1963-1966), un fumetto avventuroso esotico nel suo stile, con una protagonista femminile.
Milani crea invece il personaggio di “Paglia”, la giovane Beatrice Franceschi, il fratello Luca e l’amichetto Carlo formano un trio di mini investigatori, spesso con misteri archeologici sullo sfondo.
“L’ombra” di Pratt e Ongaro (testi), dal 1964-1966, cerca invece di introdurre un personaggio supereroico, reiterando il tentativo prattiano dell’Asso di Picche (1945). Il modello è sempre il “vendicatore mascherato”, sul modello di The Phantom dato il prevalere di uno scenario esotico, e non urbano come in Batman.
In ambito umoristico, a parte Violante che ha lo stile personalissimo della Nidasio, vi sono anche fumetti italiani che cercano di riprendere lo stile franco-belga adattandolo a un contesto italiano, come “Ambrogio e Gino” (’66-’68) di Triberti / Attanasio, due idraulici milanesi coinvolti loro malgrado in avventure.
Il caso più interessante è forse a mio avviso il Tribunzio di Cimpellin (1966-71), una sorta di “anti-Asterix”, ovvero un centurione della corte di Cesare inviato in missioni pericolosissime ai confini dell’impero.
Età dell’Oro
Queste scelte portano a un buon successo (nel 1966 la testata ha superato le 273mila copie, mantenendosi vicino alle 250mila per tutti gli anni Sessanta) e nel 1968 a una “età dell’oro” con l’aumento della foliazione e l’arrivo dei fumetti avventurosi della scuola franco-belga, finalmente sdoganati: Michel Vaillant, Luc Orient, Ric Roland e svariati altri.
Tra gli italiani, arriva invece sull’umoristico un maestro come Jacovitti, che crea per la testata Zorry Kid e Cocco Bill, parodia di Zorro il primo, del western il secondo.
Chiusa “Violante” nel 1967, Grazia Nidasio crea il personaggio di Valentina Melaverde, che appare nel 1969, più grande rispetto a Violante (seguendo il trend di crescita del target di riferimento), e in cui la Nidasio, autrice completa, può esprimersi più liberamente che in Violante. Anche questa opera riscuote poco apprezzamento da parte di Carta che, in linea di massima, apprezza in primis la presenza di fumetti franco-belgi (ovviamente, di oggettiva altissima fattura).
Età Argentea
Un parziale declino viene identificato nel 1970, quando, ad avviso di Carta, si vanno a seguire erroneamente le richieste dei lettori che gradiscono poco le storie a puntate (spesso storie franco-belghe lunghe che sono però, per l’autore e oggettivamente, di altissima qualità). Arrivano certo in questo periodo ancora grandi personaggi franco-belgi, tra cui spicca Blueberry, e il CdP ha i diritti di così tanti personaggi che crea due collane a fumetti mensili, in edicola, sugli avventurosi (Albi Ardimento) e umoristici (Albi Sprint).
Arriva anche il Corto Maltese di Pratt, che Carta – pur senza, è ovvio, stroncare del tutto – critica nella sua personale valutazione (“si è detto e scritto tantissimo, forse anche troppo rispetto all’effettivo valore delle sue storie”), non apprezzandone soprattutto il segno.
Declino
Il vero declino inizia per Carta nel 1972, con l’eliminazione delle serie franco-belghe umoristiche tolto Lucky Luke, e col cambio del nome a Corriere dei Ragazzi previo referendum tra i lettori. L’eccessivo inseguire i supposti gusti del pubblico porta a suo avviso alla crisi che è ormai alle porte per la rivista.
Arrivano Pier Carpi col suo “Agente senza nome” (pochissimo apprezzato dall’autore: sarei curioso invece di indagare questa serie, che non ho mai avuto modo di leggere, dato l’interessante background esoterico di Carpi, iscritto alla P2 e amico di Gelli, che spesso profondeva nelle sue storie. Qui indicativo il nome paterno dell’eroe, Simon Drago), Castelli con gli Aristocratici, Bonvi con Nick Carter, Pratt aggiunge il Sergente Kirk a Corto. E poi “Anni 2000”, fantascienza di Milani e Alessandrini, e la Squadra Zenith di Trillo/Breccia, di scuola argentina.
Carta critica in particolare il tono giovanilistico assunto dalla testata, che lega alla rubrica Tilt di Castelli, di impronta demenziale.
Crollo.
Il crollo e la corsa verso la fine viene con il 1974, quando si sopprimono le storie a puntate, sparisce il fumetto francese, prevalgono pseudoliberi (puntate autoconclusive di una serie) e liberi, aggiunti per l’occasione. Dopo Cimpellin spariscono anche i fumetti di Jacovitti (“forse per ragioni politiche”, ipotizza Carta), resta il solo Bonvi, cui si aggiunge Silver che, proprio nel 1974, vi crea il suo Lupo Alberto, poi di enorme fortuna negli anni ’80 e ’90 (Carta lo apprezza poco ed evidenzia perfino, nella fase del personaggio autonoma, successiva alla chiusura della rivista, vi sia a suo avviso “un velato sostegno alla causa delle Brigate Rosse”, parlando delle storie dei “Bravi Ragazzi” e di elementi che alludono alla presenza di infiltrati della polizia nell’area antagonista in questo ciclo).
In generale, per Carta, anche i fumetti più “maturi” contribuiscono ad allontanare dalla rivista, più che i ragazzi, i genitori, che la trovano diversissima da quella della loro infanzia. “Il Maestro” di Milani è un interessante caso di fumetto “esoterico”, mentre “L’ombra” di Castelli su disegni di Cubbino è un tentativo di antieroe, non lontano da quel Punisher che ha innovato il supereroico americano introducendovi il tema dell’antieroe. Micheluzzi, sempre nel 1974, crea Johnny Focus, mentre Tilt è sostituito da Sottosopra di Tiziano Sclavi, che crea anche con Cavezzano il poliziesco umoristico “Altai e Johnson”, con Cavazzano. Appaiono insomma tutti nomi che ricorreranno nel fumetto anni ’80, ma il declino è ormai avviato. Nel 1974 Alfredo Barberis tenta un correttivo, ma il fallimento è inevitabile e nel 1976 si giunge al Corrier Boy di D’Argenzio, sul modello di Monello o Intrepido, mentre in edicola ormai spopolano le riviste Eura, “Lanciostory” e “Skorpio”, di fumetto argentino o di quello stile.
Il calo delle vendite, stando a Carta, è impietoso: dalle 140.000 copie di Francesconi si passa alle 120.000 nel 1975, a meno di 100.000 nel 1976 (Carta analizza i bilanci pubblicati da cui desume il dato) e ne servirebbero almeno il doppio per il pareggio. Quindi, la trasformazione e azzeramento di Corrier Boy, che nel 1979 diviene Boy Music e finisce nel 1984, anno in cui ormai dominano le riviste d’autore: Eternauta, Comic Art, Totem, Corto Maltese.
Molto interessanti le interviste finali a Milani e Castelli. Milani, oltra al resto, spiega del rifiuto di Mosca sul fumetto, sul modello di Paolo Lorenzini, nipote di Collodi, e fautore dei testi in rima. Milani rivendica a questo proposito di essere stato il primo a portare il fumetto vero al Corrierino, dopo il suo avvio di collaborazione nel 1953. Si rievoca il suo ruolo nella fantascienza, dal Dottor Oss a Martin Cooper, ai Cinque della Selena. Castelli, invece, evidenzia come Corrier Boy, pur negativo, lancia Stano e Piccatto, che faranno poi grande Dylan Dog, e auspica uno studio maggiore di questa testata.
Insomma, il volume si presenta come una efficace guida a una materia vasta e complessa, una stagione affascinante e centrale del fumetto italiano che è giusto recuperare e indagare più a fondo, per riscoprirvi storie di grande interesse e modernità, che infatti recentemente hanno visto riedizioni editoriali e recuperi di vario tipo, incluso il meritorio blog “Corrierino e Giornalino” che ha ripubblicato una mole enorme di preziosissimi materiali.
Anche il lavoro di Carta può collocarsi in questo contesto, con la sua preziosa opera di catalogazione e uno sguardo critico personale che, pur potendo ovviamente trovare il lettore poco concorde su alcuni o molti punti, almeno – come dice lui stesso – stimola una riflessione in chi legge. Sarebbe anzi interessante un’opera più storico-critica e meno catalogica (pur essendo, come detto, questo un lavoro prezioso, che finora mancava) in cui l’autore articoli più ampiamente la sua visione del fumetto. Per intanto, consiglio di godersi questo gustosissimo viaggio in una delle ere più gloriose dell’arte delle nuvole parlanti.






