Lovecraft è un autore dal destino singolare. Pressoché ignorato in vita, se non nella pur florida nicchia del weird ruotante intorno a “Weird Tales” e testate simili, ritenute all’epoca paraletteratura. Riscoperto prima grazie alla scena dei suoi corrispondenti e ammiratori, poi con un culto sempre più vasto fino a divenire autore imprescindibile del ‘900, come sottolineato da Houellebecq e altri.
Il fumetto non ha mancato di porgere omaggio all’autore, prima coi fumetti pre-Code Comics, a partire da Captain Marvel Adventures #1 (Fawcett, USA, Marzo 1941) dove il protagonista Shazam si trova alle prese con i vampiri e legge il racconto di Lovecraft “The Vampire Legend” per sconfiggere il nemico. Da allora si diparte un fiume carsico del fumetto orrorifico lovecraftiano, che culmina nella Grande Opera di Alan Moore, che lo omaggia ne “Il Cortile” (1995), racconti divenuto un fumetto nei primi anni 2000, fiorendo poi in “Neonomicon” (2010) e “Providence” (2015-2017), l’ultimo grande lavoro di Alan Moore prima del dichiarato ritiro dal fumetto nel 2019.
Tuttavia, anche dopo il bardo di Northampton continuano gli omaggi al maestro di Providence (come già prima non erano mancati fumetti di alto livello a lui ispirati, con autori come Breccia, Go Tanabe, la scena di Metal Hurlant, Go Nagai, Sclavi e la British Invasion / Vertigo in genere, ma anche il Giornalino dei Paolini con Nizzi e Zeccara). Ne sono un ottimo esempio due fumetti usciti recentemente, che esplorano il mito da due punti differenti.

“H.P. Lovecraft – Dagon e altri racconti brevi” è una raccolta dei racconti del maestro di Providence adattati a fumetto da Sergio Vanello, qui autore completo, per Nicola Pesce Editore, un “compact efficace”, come coglie nella sua autorevole prefazione un autore horror del calibro di Paolo di Orazio, per chi intenda avvicinarsi al mondo lovecraftiano, e una gustosa interpretazione per tutti gli altri. Vanello ha alle spalle non solo un solido e ricco percorso nel fumetto in generale e nell’adattamento letterario in particolare, di cui ho spesso parlato su questo blog, ma ha un particolare rapporto con il maestro di Providence che ha già omaggiato in numerosi fumetti e illustrazione, anche oltre la pur significativa raccolta di questo volume.
Paolo Di Orazio sottolinea poi la incredibile importanza di Lovecraft nel condizionare il Novecento. Di Orazio segue però una sua linea personale sottolineando maggiormente la dimensione orrorifica: “Lovecraft- uomo è il Grande Antico, il Cthulhu-di-se-stesso, una tradizione-culto che abita il buio di ogni moderna fiction e della costante proteiforme evoluzione della materia horror tutta”.

Questo rizoma dell’orrore contemporaneo che diviene orrore cosmico (e non più folklorico, psicologico o altri sviluppi tradizionali) è fortemente influente anche nel fumetto, sempre costeggiando l’introduzione dioraziana.
“Proprio perché dai congegni narrativi che animano ogni singolo racconto in prosa di Howard deriva – ma è una mia personale suggestione non comprovata da teorie o studi riconosciuti, che io sappia – la grammatica delle pubblicazioni horror da edicola pre e post Comics Code Authority (quindi, dagli anni ’40 in poi, con «The Beyond – Weird, spooky, supernatural stories», della Ace comics; «Tales from the crypt», della EC comics; «Creepy», della mitica Warren e una vastità di altre pubblicazioni incluse le altrettante testate italiane a partire da «Satanik» della Editoriale Corno.” riflette Di Orazio, correttamente.

Questa raccolta infatti include riduzioni di Vanello di Dagon, Celephaïs, Dall’altrove, La città senza nome, Hypnos, Nella cripta, Il colore venuto dallo spazio, I sogni nella casa stregata.
Vanello stesso scrive una premessa al volume dove chiarisce: “Sono convinto che una parte della sua sensibilità (di Lovecraft)fosse surrealista… Questa alternanza democratica di forme chiuse/aperte, pesanti/leggere, fluttuanti e statiche, mi ha permesso di creare tavole diverse tra di loro, grazie all’uso del colore alternato al bianco e nero; la diversa tipologia di carta per evidenti diversi risultati; il micro e il macro; insomma: la sperimentazione grafica, di segno e di struttura della tavola.”
In effetti, le varie storie mostrano certo una forte unità nel riconoscibile segno di Vanello: ma questo segno si declina in ogni storia cercando di adattarsi ad essa.

In Dagon lo stile realistico, in un bianco e nero con retinature, aumenta l’angoscia della situazione col verismo della rappresentazione Simile anche Celephais, piu’ onirico e meno orrorifico del primo.
La città senza nome, colorata con i classici, efficaci acquerelli di Vanello, che qui si sommano alle orrorifiche campiture nere dense. Anche in Hypnos vi è lo stile acquerellato, con chine meno cupe, in un fumetto lisergico e psichedelico che rende bene il delirio del racconto. A colori anche From The Vault che, come il precedente From Beyond evoca nomi e temi che saranno ripresi dai fumetti pulp.
Su tutto domina l’eleganza e la varietà nella composizione di tavola, senza mai sacrificare la leggibilità, che sono direi un marchio di fabbrica di Vanello e dei suoi numerosi adattamenti letterari condotti sempre con garbo e perizia.
L’ultimo giorno di Lovecraft

In parallelo, un altro fumetto lovecraftiano è stato portato nello stesso periodo in Italia invece da Saldapress: “Le Dernier Jour de HPL” del polacco Jakub Rebelka (disegni) e del francese Romuald Giulivo (testi), tradotto fedelmente “L’ultimo giorno di Howard Phillips Lovecraft”.
L’ultimo giorno di Howard Phillips Lovecraft è un viaggio narrativo allucinato e inquietante, una resa dei conti dello scrittore con sé stesso nelle sue ultime ore su questa terra, in un bilancio finale amaro e quasi rassegnato, dove però Lovecraft finisce di vedere confusamente il destino di grandezza futura, confrontandosi anche, metanarrativamente, con la trimurti dei suoi eredi odierni, Stephen King, Alan Moore, Neil Gaiman, ma anche Houdini, con cui collaborò, e Edgar Allan Poe, sue ispiratore (con altri meno noti, come Dunsany, Chambers, Bierce, che vengono qui bypassati).
La storia è efficace, concitata e surreale ma leggibile e incalzante, ma sono soprattutto i potenti disegni in stile pittorico a costituire il punto di forza immaginifico di quest’albo, col contrato tra i toni del rosso del fantastico che irrompe nella realtà in grigio. Questa scelta, declinata con maestria e grande forza visiva, serve anche agli autori per prendere le distanze dalla tradizione lovecraftiana che, nel suo grande successo, rischia di essere abusata: quindi ci si allontana dal prevalere delle tinte salmastre del verde, che rimandano a Chtulhu, Dagon, gli uomini-pesce di Innsmouth e gli abissi marini, scegliendo l’opposto, il rosso, che è il primario di cui il verde è complementare. Un colore perfetto per l’orrore, ma in realtà meno presente appunto in Lovecraft, dove prevale l’inquietudine della suggestione e solo raramente e e per brevi tratti l’emersione della violenza orrorifica.

L’operazione, nella sua specificità, è quasi simmetrica a quella compiuta da Moore: se Alan Moore e Jacen Burrows in “Providence” utilizzano una enorme erudizione e ricerca per ricostruire nei dettagli il milieu da cui Lovecraft emerge come “redentore”, osservando Lovecraft dall’esterno tramite gli occhi di Robert Black.

Qui invece la telecamera virtuale è incentrata sul Maestro di Providence nel momento della sua solitudine, senza seguire più di tanto la minuziosa erudizione biografica (pur essendo presenti riferimenti precisi e non ovvi) ma restituendo un ritratto – immaginario ma credibile – di Lovecraft come uomo.

Anche quest’opera, come quella di Vanello, si rivela quindi un omaggio sentito ed efficace, un altro tassello che si inserisce nel grande e inquietante affresco della sopravvivenza lovecraftiana. In un tempo ormai segnato da nubi nere all’orizzonte, con i molti orrori reali dei molti conflitti, guerre e tensioni internazionali, gli orrori immaginari di Lovecraft, per quanto terribili, possono apparire quasi consolatori.