“Dacci questo veleno”, Faeti tra fumetto e feuilletton.
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“Dacci questo veleno”, Faeti tra fumetto e feuilletton.

Come annunciato anche sul sito principale dello Spazio Bianco (vedi qui), Babalibri a metà marzo porta in libreria il saggio “Dacci questo veleno” di Antonio Faeti. Il veleno del titolo, brillante e provocatorio, è ovviamente il fumetto. Faeti, tra le principali firme critiche sul libro illustrato e per ragazzi nel nostro paese, approfondisce in questo saggio la sua esperienza didattica in connessione al fumetto. Qui  il link alla pagina dell’editore dedicata al volume.

Come noto, su questo blog mi occupo del rapporto tra letteratura e fumetto; ma – oltre al fatto che quest’opera esplora anche questa declinazione – da insegnante, lo faccio anche in prospettiva didattica, e a tale proposito ho ritenuto interessante approfondire questo volume, che è a mio avviso importante per chiunque operi una ricerca didattica critica sul medium, specie qui da noi in Italia, anche in ragione dell’importanza di Faeti.

 

 

Nato a Bologna nel 1939, dopo aver insegnato alle scuole elementari (esperienza a cui fa riferimento in questo saggio), Faeti infatti è il primo professore ordinario della neonata cattedra di letteratura per l’infanzia all’Università di Bologna presso il dipartimento di scienze dell’educazione, dove rimane in carica fino al 2000.

Faeti si è confrontato col fumetto anche da autore, con “Palomares”, nel 1967, dedicato a una città spagnola dove nel 1966 era caduto un Boeing armato di testate nucleari. L’opera è uno dei (numerosi) antesignani del graphic novel, e segue di pochi anni “La rivolta dei racchi” (1965) di Buzzelli anticipando invece l’esperimento di Buzzati, il Poema a fumetti del 1969.

 

 

Ma soprattutto Faeti è autore di “Guardare le figure” per Einaudi nel 1972, opera fondamentale nello studio degli illustratori italiani – spesso di fama internazionali – del libro per ragazzi. Questo volume, “Dacci il nostro veleno” è successivo di una decade, pubblicato nel 1980 e già riedito da Mondadori nel 1998.

L’introduzione di Emilio Varrà, docente alla Scuola di fumetto dell’Accademia di Belle Arti di Bologna, chiarifica l’importanza del saggio, forse ancor più importante di “Guardare le figure” o, comunque, suo necessario completamento. Anche Varrà sottolinea l’importanza dell’aspetto comparativo di transcodifica proprio dell’operare di Faeti:

“Nasce inevitabilmente un confronto nel mettere un libro accanto a un fumetto, un film accanto a un articolo di giornale o un saggio e questa sembra l’unica strada percorribile per cercare di individuare orizzonti di senso e di avviare un processo di interpretazione” (p.9)

Il volume dunque racconta dell’esperienza di Faeti maestro elementare nell’uso del fumetto come strumento didattico per i ragazzi di una quinta elementare dell’anno scolastico 1971-1972. Ovviamente, l’approccio è sapientemente critico: non si tratta semplicemente di “insegnare a fare un fumetto” ma, tramite questa esperienza, operare una decostruzione dei tropi della narrativa popolare, fumettistici ma non solo.

 

 

In particolare, Faeti si concentra sulla maggiore originalità di questa operazione per le bambine, ritenute “meno adatte” al fumetto avventuroso, e che quindi sono meno irretite dai modi standardizzati del fumetto, e vi riversano invece gli archetipi del feuilletton, il “veleno” culturale che le pervade già dall’infanzia e di cui in questo modo possono liberarsi. Le storie che emergono, e che Faeti riporta, rivelano una notevole originalità, mostrando lo scatenarsi delle pulsioni ingabbiate.

Il fumetto come “veleno”, dunque, per i Wertham di ogni epoca, ma in realtà “veleno” nel senso del “pharmacon” greco, vox media, “farmaco” come veleno o medicina, a seconda delle dosi e dei contesti. Ma, appunto, l’elemento fertile dell’esperienza didattica non nasce da chi – i bambini maschi – traspongono nel proprio fumetto una tradizione fumettistica già acquisita – supereroi, eroi avventurosi e comico-avventurosi – ma nelle bambine che, per meccanismi indiretti della ricezione (racconto orale, sceneggiati radiofonici e televisivi, stampa “femminile”…), vi traspongono qualcosa di “altro”, di letterario, ovvero il Feuilletton.

 

La presentazione dell’esperienza didattica dà un ottimo saggio della brillantezza e della perspicacia pedagogica di Faeti, anche grazie a uno stile espositivo che, pur restando rigoroso e anzi minuzioso sotto il profilo analitico, si serve anche di una affabulazione non lineare, talvolta qui meno sistematica ma affascinante nella capacità di indagare il tema del fumetto a scuola e del suo significato sotto un profilo molteplice, olistico.

Per quanto estremamente interessante, l’opera mostra anche il passaggio del tempo. Nell’esperienza didattica di Faeti il fumetto ha un carattere di “veleno” proibito, pericoloso ma anche per i ragazzi affascinante.

 

 

Ora questa sua natura si conserva solo in parte, si direbbe – semplificando molto, è chiaro – soprattutto per l’universo manga (faccio riferimento soprattutto all’universo delle elementari: è chiaro che le cose cambiano, in parte, in un contesto liceale o ancor più universitario, magari umanistico) trainato dagli anime. Il fenomeno nel 1980 era agli albori (e, comunque, non ancora nella classe in esame, nel 1972), e Faeti accenna, nel suo saggio, di Goldrake e delle proibizioni – piuttosto inutili, ovviamente – ma l’esplosione successiva era ancora da venire.

Per il resto, però, oggi i media predominanti sono altri (TikTok e affini, presumibilmente), e lo studio del fumetto a scuola ha un carattere quasi “antiquario”, a volte. Forse, la ricodifica transmediale – da letteratura a fumetto – delle bambine avrebbe maggiore efficacia con altri media, oggi? In ogni caso, la ricerca di Faeti è illuminante nel suo ambito.

In questa sede, sono quindi molto interessanti soprattutto le note storiche che Faeti intreccia alla descrizione dell’esperienza didattica nel capitolo “Perché dirlo con un balloon?”, dopo che in “Nell’antro del mago Perino” ha introdotto, come detto sopra, l’esperienza didattica.

Faeti mostra il suo scetticismo su una proiezione “lunga” dell’arte sequenziale, fino all’arte delle caverne, e invece argomenta con efficace forza dialettica il rapporto con l’illustrazione.

” il libro di Lancelot Hogben, naturalmente invecchiato e superato in tante parti (l’edizione originale, del 1945, apparve da noi nel 1952) contiene ancora occasioni di riflessioni assai valide e vicine al tipo di indagine che qui si è prefigurata sulla traccia offerta da Frezza.
In Hogben, ad esempio, sono sviluppate alcune attualissime considerazioni a proposito del rapporto esistente tra la grande stampa inglese che si fece illustrata e visivamente appetibile per ottenere lettori fra le classi lavoratrici e per sostenersi, già da allora, con la pubblicità, e i libri per l’infanzia. Nel 1899 il Daily Mail stampava 543.000 copie e si valeva sistematicamente di illustrazioni, specialmente per trasmettere i messaggi dei propri inserzionisti pubblicitari.” spiega Faeti.

Interessante poi il richiamo al fatto che già Dickens, di enorme successo nell’800 inglese, desse enorme importanza al rendere illustrate le sue opere per favorirne il successo popolare: la stessa considerazione infatti è stata avanzata altrove su Manzoni, la cui versione illustrata dei Promessi Sposi è ritenuta particolarmente strategica per l’allargamento del loro successo (p.83 dell’opera in questione).

 

 

Molto interessante anche la considerazione che Faeti riprende (pur mettendola in chiave maggiormente critica) da Franco Serra:

“Serra solleva incidentalmente un notevole problema pedagogico quando nota che «come il linguaggio è la più sintetica forma di comunicazione, il fumetto è la più completa» poiché la sua «validità è dimostrata dalla quantità di mezzi di espressione che riesce a concentrare in sé: pittura (ma più precisamente grafica) per il segno, i chiaroscuri, il colore; fotografia per i punti di vista, i piani, il taglio; cinematografia per le sequenze e i campi, teatro per i dialoghi e letteratura per le didascalie indispensabili». (p. 101). Una centralità del fumetto non come valore in sé, ovviamente, ma per la molteplicità di competenze che la sua analisi mette in gioco: un aspetto che ho spesso riscontrato anch’io nella mia prassi didattica, verificando come, presentando il fumetto, si possano sottolineare aspetti utili poi nella disamina di altre arti (cinema, ad esempio, per le inquadrature, ma anche la recitazione dei corpi che spesso risente più del teatrale rispetto a un maggior naturalismo cinematografico).

Molto interessante, specialmente oggi (nel senso lato di: “post-anni 2000”) è la considerazione che in qualche modo ne consegue, ovvero come il passaggio di icone del fumetto al cinema stimolano una rinnovata riflessione sul medium (là l’occasione è l’isolato evento del Superman filmico del 1978; oggi è il flusso continuo del Marvel Cinematic Universe e, in misura minore, di quello DC). I miti pop confinati nel fumetto dilagano nell’immagine cinematica e spingono a una analisi del loro fondamento.

Parlando dell’Uomo di Harlem di Crepax, inoltre, egli mostra – citando Ranieri Carano di Linus – come il fumetto possa anche interagire con i moduli della musica, e in questo caso del Jazz. In generale, Faeti è eccezionalmente aggiornato, coglie la modernità di De Luca e tratta con accuratezza di Moebius e Metal Hurlant.

Particolarmente acuta è inoltre l’analisi di Tex, all’epoca ancora assolutamente centrale nel fumetto bonelliano (siamo prima di Martin Mystere, con cui nel 1982 il fumetto Bonelli si sposta nella contemporaneità e nel fantastico predominante), rilevando le varie posizioni di quegli anni, tra un Tex liquidato come “fascista” nelle posizioni più estreme e quelle che ne scoprono una maggiore complessità, non priva di un certo paternalismo; o la riflessione se nel suo “monopolio della violenza” sia simbolo dello Stato (è pur sempre un ranger nella sua codificazione ufficiale) o della ribellione ai limiti della legge.

Seguono due capitoli, “I bambini infelici nei giardini segreti” e “Tutti i colori del rosa” indagano piuttosto l’altro polo del parallelo didattico, quello letterario, ovvero il “Feuilletton“, come preannunciato, nelle sue molteplici declinazioni, anche giallistiche e noir, soprattutto nel primo dei due capitoli, e ovviamente soprattutto rosa-sentimentale, nel secondo.

Un appendice riporta i tre fumetti di bambine riportati – a colori, come in originale – in conclusione, prima della interessante postfazione di Giorgia Grilli, docente presso il Dipartimento di Scienze Dell’Educazione – Università di Bologna, allieva di Faeti, che chiarisce diversi punti dell’opera, sottolineando anche, come si è detto, il procedere eclettico e rizomatico, a tratti spiazzante rispetto agli standard accademici più tradizionali, ma particolarmente ricco di riflessioni significative a saperlo indagare opportunamente. In particolare, è interessante la spiegazione della scelta del titolo: una frase che appare nel fumetto di una delle allieve, e che evidenzia una derivazione per antifrasi (involontaria, è chiaro, nella bambina) di “Dacci il nostro pane quotidiano”, che Faeti decide di usare nel titolo, così risignificandola.

Insomma, un volume di grande interesse soprattutto per chi si interessi di pedagogia del fumetto, certo anche per la particolare attenzione alla ricezione del pubblico femminile, soprattutto allora sottovalutato, ma in generale ricco di preziosi spunti di riflessione.

 

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