È uscito in questi giorni il secondo volume dell’adattamento fumettistico di “Via col vento” di Margaret Mitchell (1900-1949) ad opera di Pierre Alary, edito in Italia da ReNoir. Su questo blog, dove mi occupo di letteratura e fumetto, ho già avuto modo di parlare dell’adattamento in occasione della pubblicazione del primo volume, qui:
Il “Via col vento” di Pierre Alary – Come un romanzo

Questo secondo volume sviluppa la seconda parte e conclude l’adattamento. La copertina ha la stessa impostazione del primo volume e una identica palette di colori, che tornerà anche come prevalente all’interno del volume. Questa volta, però, appare centrale la figura di Rhett Butler, evidenziando la rielaborazione grafica compiuta sul personaggio rispetto all’icona filmica legata a Clark Gable. La sua figura, centrale già nella prima parte dell’opera, è ancor più protagonista nella seconda dove la tormentata relazione con Rossella entra nel vivo.
La vicenda riparte ovviamente da dove si era interrotto il primo volume, nell’Atlanta del febbraio 1866: ormai il Sud è sconfitto e prevalgono quindi le tinte rossastre, che nel primo volume si alternavano a colori più luminosi, nelle tinte del verde e dell’azzurro, corrispondente all’antico splendore di prosperità agraria (nell’era dello schiavismo…). Qui invece appunto predominano solo i colori del rosso, del giallo, dell’ocra, che paiono rimandare alla terra distrutta, riarsa, colori che apparivano già nella prima parte ma che solo ora divengono dominanti.

Valgono, in generale, le osservazioni fatte per il primo volume, che è ovviamente strettamente legato a questo secondo: la cosa più interessante nelle scelte effettuate è forse l’uso di un segno non realistico, anzi piuttosto cartoonesco, come nelle corde dell’autore, che permette però di esaltare l’espressività dei personaggi e di allontanarsi dalla eredità potenzialmente ingombrante del film, che rappresenta una prima, autorevole trasposizione visiva.
Lo studio di espressione rende bene, soprattutto, il costante tumulto emotivo di Rossella, soprattutto in contrapposizione alla sardonica sicurezza di Rhett Butler, qui con una mascella volutamente esasperata ad accentuarne l’aspetto volitivo.
Dal punto di vista della trama, la graphic novel continua ad essere più fedele all’originale, sviluppando gli elementi tralasciati nel film. Le gravidanze di Rossella, l’uso di carcerati anche bianchi al posto degli schiavi nel lavoro forzato (accolto con sdegno dalla società sudista), la strafottenza degli schiavi liberati (questo elemento inserito ma mantenuto piuttosto trattenuto), la presenza del Ku Klux Klan (cui aderisce anche Ashley, la figura maschile positiva e idealizzata) come fattore benefico secondo l’autrice: tutti aspetti dell’opera della Mitchell piu’ o meno silenziati nel film (che, nonostante questo adeguamento, oggi è distribuito solo con un “disclaimer” sul suo essere espressione di un’era passata, “e comunque già allora condannabile”, secondo la formula consueta).
Ciò ovviamente è congruente con quanto già avvenuto nella prima parte, ma è in questa seconda apparivano ancor piu’ gli elementi potenzialmente più criticabili. Anche le scene più delicate del rapporto a tratti violento tra Rhett e Rossella sono rappresentate, ma accentuandone l’aspetto drammatico rispetto alla visione più romantica del film, ma anche del romanzo.

In generale, insomma, si conferma e conclude un adattamento piuttosto fedele, che ritorna al romanzo anche per non farsi schiacciare dalla potenza iconica del film, film che va molto oltre un comune adattamento ed è divenuto nel tempo una icona assoluta del cinema.
Da professore, concludo con qualche annotazione sulla possibile “spendibilità didattica” dell’opera. La Mitchell ovviamente non si fa nel canone letterario italiano ordinario, ma potrebbe oggettivamente essere affrontata come autrice importante in ambito anglosassone, in letteratura inglese, anche in vista del tema che richiama uno dei grandi argomenti di storia in quarta superiore, la Guerra Civile Americana.
L’opera potrebbe divenire oggetto di un confronto con il film e con il differente tipo di adattamento, come abbiamo qui delineato a grandi tratti. Potrebbe anche essere interessante un raffronto con l’adattamento disneyiano, tra l’altro recentemente ripubblicato nel 2022.

“Paperino e il Vento del Sud” (1982, Guido Martina e Giovan Battista Carpi) è un adattamento ovviamente molto libero. Ricordo che all’epoca mi colpì molto, in quanto ovviamente allora, negli anni delle elementari, non conoscevo ancora “Via col Vento” ma avevo già contezza dell’esistenza dello schiavismo e della guerra tra Nord e Sud degli USA per la sua abolizione. Mi colpiva quindi quest’opera dove Paperino – personaggio positivo – era posto, sia pur con ironia, dalla parte implicita degli schiavisti.
Naturalmente il fumetto dribblava abilmente questi problemi, in una rilettura adatta (almeno per la sensibilità di allora) ai ragazzi.
Oggi, proprio per tali ragioni, l’opera sarebbe molto interessante da leggere criticamente, in modo da affrontare con un doppio caso il tema della transcodifica a fumetti, comica e parodistica quella Disney, seria nel caso del fumetto oggetto di questa recensione.
Potrebbe essere una proposta di particolare interesse, ovviamente, in corsi che abbiano impostazione artistica (Licei Artistici e istituti tecnici di tipo grafico) e in cui il ragionamento sulla transcodifica visuale del fumetto è molto rilevante (si potrebbe allargare il discorso alle edizioni illustrate dell’opera della Mitchell).
In ambito italianistico, del resto, l’opera può essere confrontata con i grandi romanzi storici e sociali, spesso per contrasto, dai Promessi Sposi del Manzoni al mondo dei vinti di Verga, fino al Gattopardo, cogliendo la comunanza di certi macro-temi (il conflitto di classi nel mondo agrario, la fine del vecchio mondo aristocratico e la nascita del nuovo mondo borghese) e ovviamente le differenze.
Per ogni lettore, rimane un fumetto di grande scorrevolezza e piacevole lettura, un’acquisizione consigliata all’appassionato e per la biblioteca scolastica di fumetto di cui meriterebbe, in ogni istituto, curare la formazione.