
“Piccole donne” è un grande classico della letteratura per ragazzi, forse il più celebre “di ragazze” e “per ragazze”. L’opera di Louisa May Alcott (1832-1888), assieme al suo sequel “Piccole donne crescono”, viene oggi ripresa dalla Giunti in questo volume pensato in occasione della Giornata Internazionale della Donna, in un racconto illustrato scritto da Tea Orsi con i disegni di Studio Goodname, ad accompagnare la “parodia Disney” di Marco Bosco e Silvia Ziche, per la prima volta in una raccolta completa, dopo essere apparsa su Topolino nel 2018, dal 3267 al 3270.
L’occasione è preziosa, per questo blog che si occupa dei rapporti tra letteratura e fumetto, per indagare la fortuna di “Piccole donne” in ambito fumettistico, oltre che per parlare di questo volume nello specifico.
L’opera della Alcott, composta in due tomi nel 1868-69, ricevette fin da subito un’ottima accoglienza. Nel 1871 l’autrice compose il sequel “Little men” (1871) e infine “Jo’s Boys” (1881). Nel 1912 l’opera venne portata a teatro, nel 1917 al cinema, nel primo di sei adattamenti filmici. Il primo sonoro fu nel 1933 quello di Cukor, seguito nel 1949 dal primo a colori. Gillian Armstrong lo portò al cinema di nuovo nel 1994, e ultimo è l’adattamento di Greta Gerwig nel 2019.
L’animazione giapponese ha trasposto due volte l’opera, nel 1980 e nel 1988: adattamenti che hanno favorito, a loro modo, una ulteriore fortuna dell’opera negli anni ’80, anche in occidente. Qui da noi, sul Giornalino, fu Claudio Nizzi ad adattare l’opera per i disegni di Nadir Quinto, nel 1986, poco dopo aver trasposto l’equivalente grande romanzo per ragazzi maschile dell’immediato dopoguerra, il Tom Sawyer (1876) di Mark Twain, con lo stesso team, nel 1984 (e che a sua volta era stato adattato dai nipponici nel 1980). Dell’adattamento delle Piccole Donne di Nizzi e Quinto lo Spazio Bianco ha parlato qui.
Insomma, l’opera è un vero classico, e perfino Deadpool affronta le Little Women nella sua campagna contro i classici (ne ho scritto qui). L’opera non appare nei Classics Illustrated, rivolti dagli anni ’40 a un pubblico soprattutto maschile di ragazzi; il Grand Comics Database attesta un adattamento nel 1946 su una rivista per ragazze, più numerosi altri negli anni, tutti americani (eccetto uno canadese), e a una prima ricognizione si può notare come il titolo non passi mai davvero di moda, con continui riadattamenti, alcuni con riscritture e rimodernamenti anche radicali (vedi ad esempio qui).
Il volume si apre con tre schede redazionali: una, più sintetica, sugli autori del fumetto e dell’adattamento illustrato; due più ampie dedicate all’opera e all’autrice.
Il racconto illustrato semplifica la storia, adattandola a un pubblico di età più infantile, e inserendo nella narrazione i personaggi disneyani. Le protagoniste divengono le cugine March, seguendo la nota riluttanza disneyana a rapporti parentali diretti: Clarabella è Meg, la cugina maggiore, Minni veste i panni di Jo, Paperetta Yé-Yé impersona Beth e Paperina è Amy.
Come si può vedere dall’immagine sovrastante, le illustrazioni sono accurate e mirano a riprodurre uno stile vagamente antichizzato, che si sposa al meglio con l’ambientazione ottocentesca.
La saga fumettistica disneyana “Piccole Grandi Papere” vede invece trasformare nelle sorelle Quarch (qui c’è l’usuale gioco delle sonorità paperesche parodistiche) dei personaggi tratti dal mondo di Paperopoli, che nel fumetto italiano rarissimamente si incrocia in team-up col mondo di Topolinia: Paperina, Brigitta, Miss Paperett, Paperetta Yé-Yé, che vivono insieme a Nonna Papera. Zio Paperone e Paperino sono i Laurenbeck (alias i Lawrence), mentre Rockerduck riveste il ruolo dell’antagonista che gli compete.
Anche in questo caso la storia, in 100 pagine, ripercorre in modo estremamente libero le vicende del romanzo della Alcott adattandola ai ruoli papereschi, come operazione consueta nell’ambito delle parodie Disney italiane.
La storia scorre in modo molto efficace: forse, quello che crea un leggero iato (in sé, né negativo né positivo) con la storia originale è che le protagoniste sono colte in età già adulta (come nel loro personaggio originale nel cosmo disneyano) e non in età adolescenziale come appaiono, all’inizio della storia e nel suo segmento più noto, le sorelle March.
Inoltre, nonostante l’ambientazione sia blandamente ottocentesca nei costumi dei personaggi, manca ovviamente un elemento che viene rimosso, quello della Guerra di Secessione, che sta sullo sfondo dell’opera originale e dà un significato particolare, con una nota di tensione sia pure mai del tutto drammatica, alle vicende della famiglia March.
Nel fumetto Disney dagli anni ’90 in poi (dopo il ritorno alla casa-madre dalla concessionaria Mondadori) ogni elemento potenziale di accenno ad armi e violenza è stato di fatto rimosso, e quindi anche il conflitto viene a sparire. Del resto, come detto, l’adattamento non mira qui a una particolare fedeltà ma a usarlo come spunto/pretesto per una – buona – storia a fumetti principalmente per l’infanzia.
In questo caso, siamo in un caso di “parodia Disney” in sé non particolarmente parodistica: non mancano ovviamente delle soluzioni comiche, e l’espressività nei volti e nei corpi dei personaggi disneyani della Ziche è sempre impagabile, ma al centro non vi è un particolare meccanismo comico ma una storia per ragazzi tratta liberamente dall’originale. Non si nota nemmeno molto il “doppio livello” talvolta presente, con una costante strizzata d’occhi al lettore più adulto e maturo (ad esempio, nel notevole adattamento di Amleto di Giorgio Salati e De Lorenzo) ma, come legittimo, una storia rivolta in modo pressoché esclusivo al pubblico di riferimento.
Anche nella colorazione siamo vicini al classico del disneyano italiano, con campiture uniformi, colorate, tendenzialmente a colori vivaci e allegri, ritenuto da sempre ideale per l’infanzia, ma ultimamente talvolta modificato in opere disneyane più rivolte (anche) ai lettori più maturi: ad esempio, in un’opera d’ambientazione ottocentesca, si sarebbe pensato a tinte più scure (come quelle che appunto appaiono nella storia illustrata), ma prevale l’esigenza di uniformarsi allo stile medio del Topolino rivista.
Il volume è comunque interessante per gli appassionati disneyiani, in quanto, tra l’altro, completa una serie dei due autori dedicata a valorizzare i personaggi femminili della Disney, con “Papere alla deriva”, “Dove osano le Papere” e “Papere alla riscossa”.
Concludendo come al solito la ricognizione con una annotazione didattica, il volume può essere utile proprio, forse, per la sua distanza dall’opera originale, sia nella versione di racconto illustrato, sia nel fumetto. Mi pare potenzialmente una buona proposta per le elementari, per incuriosire magari il giovane lettore o lettrice al libro della Alcott, che potrà poi approcciare poco più avanti nell’opera originale (o in un adattamento più fedele). Il volume, va detto, è piuttosto bello sotto il profilo cartotecnico, e a un prezzo contenuto offre un bell’oggetto, a partire dalla copertina dal vago sapore ottocentesco, che lo rende particolarmente idoneo per un regalo non particolarmente impegnativo.
In fondo, la Alcott, come molte scrittrici e assieme agli scrittori ritenuti troppo semplicisticamente “per ragazzi”, è forse ingiustamente tagliata fuori dal canone scolastico (mentre, ad esempio, si collegherebbe bene come lettura al periodo della Guerra di Secessione, appunto). La proposta di adattamenti come questo in una fascia d’età più giovanile, assieme ad altri classici che è bene conservare, può favorire una sua maggiore e giusta riscoperta.
© Disney per tutte le immagini pubblicate
Abbiamo parlato di:
Piccole Donne
Tea Orsi, Studio Goodname, Marco Bosco, Silvia Ziche
Giunti Editore – Disney Libri, 2022
160 pagine, cartonato, a colori – 12,00 €
ISBN: 9788852238543





