Il fumetto nel cuore: Santo D'Amico

Il fumetto nel cuore: Santo D’Amico

Nella mia fase di aspirante fumettaro ho avuto l’occasione di conoscere vari artisti italiani che erano delle vere proprie autorità del fumetto: Magnus, Giancarlo Berardi, Ivo Milazzo, Santo D’amico, Aurelio Galleppini, Jacovitti. Con quest’ultimo, il mio idolo in assoluto, collaborai per quasi cinque anni. Furono esperienze uniche soprattutto per un sedicenne innamorato dei fumetti. Circa sei anni fa ho scritto una serie di articoli su questi incontri per la rivista online Comx Dome ideata da Francesco Moriconi. La rivista era disponibile solo per iPad e non ebbe il successo sperato nonostante fosse ben realizzata. Quindi ripubblicai gli articoli sul mio blog Avventure di carta che da qualche giorno ha ripreso a funzionare grazie a Lo Spazio Bianco.

Pertanto ripubblico con piacere questi post, riveduti e corretti, nella speranza che possano essere un incoraggiamento a tutti quei ragazzi pieni di passione per il fumetto: incontrate i grandi Maestri, parlate con loro, e, se riuscite, osservate il loro modo di disegnare. Va bene anche nelle fiere ma se riuscite incontrateli nei loro studi. Ne vale veramente la pena.

 

Santo D’Amico nel suo studio mentre mi mostra orgoglioso alcuni suoi studi, se non ricordo male realizzati per il personaggio di Mister No.

Avete presente il film L’attimo fuggente? Sicuramente si. Chi non conosce il mitico film di Peter Weir con Robin Williams che interpreta il professore che tutti vorremmo avere. Ebbene io ho avuto il “mio Robin Williams”; non insegnava letteratura ma disegno; non parlava di poesie ma di fumetti; e sicuramente non ci ha mai fatto salire sui banchi per guardare il mondo dall’alto, ma era capace di trasmettere la passione per i comics con la stessa energia del professor Keating. Il mio Robin Williams si chiamava Santo D’Amico ed era nato nel dicembre del 1927 a Siracusa (città da lui molto amata); esordì nel fumetto molto giovane sul Giornalino e da quel momento collaborò per molti anni con le Edizioni Paoline, per le quali disegnerà opere molto belle, come Guglielmo Tell e Lancelot e molte altre storie delle quali alcune verranno racchiuse in tre volumi cartonati e di grande formato: Quando gli uomini vestivano di ferro, Pirati e gladiatori e Socrate, Dante e le epoche in cui vissero. Santo D’amico ha anche disegnato circa quaranta avventure di The Phantom, il personaggio creato da Lee Falk e Ray Moore e, nell’ultimo periodo della sua vita, ha continuato a lavorare sempre con grande entusiasmo, lo stesso che sapeva trasmettere ai suoi allievi durante gli anni d’insegnamento alla Scuola Internazionale di Comics a Roma, città in cui viveva.

“Imparate a disegnare esseri umani e cavalli e sarete in grado di disegnare qualsiasi fumetto!”. Il maestro D’Amico me lo ripeteva spesso.

Ma se provate a cercare qualcosa di Santo D’Amico su Google troverete poco o niente. A D’Amico è toccata la medesima sorte che spetta a tanti altri disegnatori di fumetti italiani: vengono dimenticati. Eppure a questa generazione di artisti del dopoguerra il fumetto italiano deve molto, per non dire tutto; di quella stessa generazione facevano parte artisti come Jacovitti,Gino D’Antonio, Aurelio Galleppini, Roy D’Ami, Franco Caprioli, per citare i più noti. Ma anche Ruggero Giovannini, Carlo Boscarato, Gino Sorgini, Antonio Canale, Sebastiano Craveri, Andrea Bresciani, Nevio Zeccara per citarne qualcuno oggi quasi dimenticato. Tutta gente di talento che cercava di farsi strada in un mondo, quello del fumetto, molto difficile; all’epoca la documentazione per le proprie storie era difficoltosa e i disegnatori lavoravano con quel poco che avevano a disposizione; eppure in coppia con i colleghi sceneggiatori, i loro personaggi hanno segnato profondamente il fumetto italiano. E tra questi c’era anche Santo D’Amico.Ho avuto la grande fortuna di lavorare con Jacovitti, uno dei più grandi fumettari di sempre; ho avuto la fortuna di conoscere e frequentare artisti come Galep, Berardi e Milazzo, Magnus; ma la mia fortuna più grande è stata quella di avere Santo D’Amico come maestro. Perché quando si ha un maestro del fumetto che trasmette tutta la sua passione, che incoraggia gli allievi a dedicarsi amorevolmente ai comics, allora si è davvero fortunati. Fu D’Amico, nel vedere i miei primi disegni di neo studente alla Scuola Internazionale di Comics, a spingermi con tutte le sue forze a seguire il mio sogno di lavorare con Jacovitti: “Buttati su questo e non fare nient’altro” amava ripetermi quando vedeva i miei disegni in stile Jac.

Santo D’Amico: studio per una vignetta

Rispetto ai miei compagni di corso (tra cui c’era anche Alessandro Nespolino, disegnatore di Tex), ebbi la fortuna di frequentarlo anche al di fuori della scuola; andavo nel suo studio ed era come entrare nella storia del fumetto; le librerie, i cassetti dei mobili e ogni angolo erano colmi di fumetti, disegni originali, albi in lingua originale, fotocopie di tavole americane. Ricordo che i suoi cassetti traboccavano talmente di carta che per aprirli dovevamo essere in due e una volta ad uno di essi si ruppe anche la maniglia. E poi le videocassette: Santo D’Amico registrava dalla televisione tutto ciò che gli sembrava potesse tornargli utile per disegnare. Quando lo conobbi la Rai trasmetteva un serial sulle avventure di Zorro interpretato da Duncan Regehr e il maestro D’Amico le stava registrando tutte. “Ti serve una scena a cavallo?” mi ripeteva sempre “Tiè! Guarda qua…” diceva e mi faceva vedere qualche sequenza d’azione di Zorro o di altri film che aveva registrato. Una volta restai a pranzo con lui e con sua moglie, la signora Fina, e vedemmo una parte del film Il principe coraggioso (adattamento cinematografico di Prince Valiant serie a fumetti di Hal Foster) di Henry Harhaway; il maestro si emozionava come un bambino davanti alle sequenze spettacolari del film, nonostante rispetto allo stesso gli effetti speciali avessero ormai fatto un notevole passo avanti. Ma Santo D’Amico, in fondo, era proprio questo: un artista capace di emozionarsi, anche davanti alle opere dei suoi colleghi di cui spesso tesseva le lodi: mi riferisco a Gino D’Antonio, Gianni De Luca, Roberto Diso con cui condivise moti anni di carriera artistica. In realtà non dobbiamo dimenticare che il futuro disegnatore di Mister No  deve non poco al maestro D’Amico, ma a quest’ultimo non interessavano eventuali attribuzioni di meriti, lui si limitava ad elogiare apertamente e ripetutamente l’arte di chi apprezzava. Mi parlava anche di Jacovitti, delle serate passate insieme a lui ed agli altri artisti del Vittorioso. Una volta telefonò a Jacovitti in mia presenza e gli disse che c’era un giovane disegnatore che poteva aiutarlo nel suo lavoro (da lì a un anno si sarebbe avverato il mio fatidico incontro). Quando mi parlava di fumetti e dei suoi artisti preferiti era come assistere all’eruzione di un vulcano: energica, poderosa, con tutti quei frammenti di lava che rappresentavano mille aneddoti, consigli e curiosità sul fumetto.

Una bellissima tavola tratta dalla storia Bjarne il navigatore.

Come gran parte dei suoi colleghi a lui coetanei, aveva una grande passione per Alex Raymond: ne amava incredibilmente l’arte. Conosceva tutte le edizioni di Flash Gordon pubblicate in Italia e spesso le confrontavamo insieme. Sapeva riconoscere con un colpo d’occhio l’intervento di Austin Briggs (collaboratore di Raymond) nelle tavole domenicali di Gordon. Uno dei primi fumetti che disegnò poco più che ventenne fu Dray Tigre, un comics formato striscia i cui disegni risentivano non poco dell’influenza dello stile raymondiano (lo stesso personaggio era praticamente identico a Flash Gordon). Ma amava anche disegnatori come Leonard Starr, Stan Drake, Al Williamson, John Prentice, John Cullen Murphy artisti in qualche modo discendenti da Raymond; ma anche gli amici e colleghi Renato Polese, Carlo Boscarato (disegnatore di Larry Yuma), Lino Landolfi, oltre già citati D’Antonio e Diso.E non si fermava qui: nutriva grande ammirazione anche per gli artisti moderni, come Jordi Bernett o Ivo Milazzo, per citare due nomi illustri. Fu Santo D’Amico a farmi conoscere i disegni di Alex Toth e per me fu una folgorazione; mi regalò un albo americano disegnato dallo stesso Toth, The real McCoys, albo che tutt’oggi custodisco molto gelosamente, così come conservo con grande commozione e cura tutte le fotocopie che il maestro D’Amico faceva per me dello stesso disegnatore; dopo quasi venticinque anni sono ovviamente sgualcite (e d’altra parte, oggi ho recuperato lo stesso materiale su internet), ma quelle fotocopie hanno per me un valore inestimabile: rappresentano una testimonianza della passione artistica del maestro D’Amico e del suo continuo incoraggiamento.

Il maestro D’Amico mentre visiona i miei primi disegni. Roma 1991

Era poi un uomo molto ironico: una volta mi raccontò di quando insegnava in un liceo e diede ai suoi allievi il compito di disegnare la sua tomba: “Con l’augurio di entrarci il più tardi possibile!” disse. Spesso andavamo insieme in edicola a vedere e commentare le nuove uscite del fumetto oppure andavamo a prendere la sua nipotina a scuola; passavo sempre molto volentieri il mio tempo con lui perché era un uomo che riusciva a non essere mai noioso, anzi, come ho ribadito più volte, era pieno d’energia, che riusciva a trasmettere come se fosse un dono innato. Anche quando si ritrovò ad avere un problema all’occhio (non ricordo cosa esattamente) per il quale fu costretto a restare a riposo, riuscì a non perdere mai la sua vitalità. Non poteva disegnare ma il richiamo era troppo forte; ricordo che mentre guardavamo uno dei film che ovviamente stava registrando prese la matita, indicò la scena del film e iniziò a dirmi: “Vedi, fai così, poi così, metti un po’ di sfondo e hai fatto la vignetta” e la signora Fina dal soggiorno che lo ammoniva: “D’Amico, smettila di disegnare!” (lei spesso lo chiamava per cognome). Niente e nessuno poteva fermare la sua forza comunicativa; lui era un insegnante nato. Amava trasmettere quello che sapeva ai suoi studenti e non smetteva mai di incoraggiarli quando ne intravedeva il talento. Non sono mai riuscito ad avere una sua tavola originale completa; non era solito venderle, al contrario, le conservava orgogliosamente. Di fatto erano bellissime: formato grande, pennellata decisa, insomma pura avventura. Spesso le metteva sul vetro della finestra, contro la luce del sole per lasciar intravedere la colorazione che, ricordiamolo, al tempo veniva effettuata sul retro delle tavole: e, credetemi, erano bellissime e, purtroppo, la stampa delle Edizioni Paoline non rendeva affatto giustizia alla sua arte.

Dray Tigre, uno dei primi lavori di Santo D’Amico (fortemente influenzato dal Gordon di Alex Raymond).

Pur non avendo ricevuto da lui nessuna tavola originale, il maestro D’Amico mi ha spesso e volentieri regalato qualche suo disegno; bozzetti, studi preparatori, una volta persino una tavola a matita incompleta. Ma il regalo più grande lo ricevetti un giorno mentre frequentavo il primo anno della Scuola Internazionale: avevo dato al maestro un suo libro Quando gli uomini vestivano di ferro chiedendogli una dedica e se possibile uno schizzo. Mi disse di lasciarglielo. Qualche settimana dopo avevamo lezione con lui e prima d’incominciare mi diede il libro lamentandosi: “Oh è impossibile lavorare su sta carta… ho fatto ‘na faticaccia per usare il pennello…”. Quando ho aperto il libro sono rimasto sbalordito: Santo D’Amico aveva realizzato un disegno a tutta pagina che raffigurava un veliero in mezzo alle onde del mare: strepitoso, da rimanere senza parole. Io credo che nessuno abbia mai ricevuto una dedica su un libro con un disegno simile. I miei compagni di corso lo ammiravano ed io mi sentivo privilegiato nel poter avere una simile meraviglia. Era davvero un uomo eccezionale. Un disegnatore della vecchia guardia con un grande talento. A volte mi trovavo nel suo studio proprio mentre stava disegnando; un giorno lo trovai che inchiostrava e aveva un modo particolare nel farlo: prendeva una tavola, dava qualche pennellata a una vignetta e la metteva da parte. Poi prendeva la tavola successiva, un paio di pennellate e la riponeva insieme alle altre. E via via in questo modo. Ad un tratto mi chiese di riempire di nero col pennello uno spazio in una vignetta dicendomi: “Non riesco a vedere bene, fallo tu!”. Era una cosa da niente ma per me fu veramente emozionante. Da quel giorno, e fino a quando non ho iniziato ad usare la tavola grafica, ho sempre usato il suo metodo di ripasso a china.

La copertina del volume Quando gli uomini vestivano di ferro e lo splendido disegno dedicatomi dal maestro D’Amico.

Seguiva costantemente la mia crescita artistica. Mentre lavoravo con Jacovitti, dedicavo parte del mio tempo a perfezionare il mio stile realistico: l’ultima volta che c’incontrammo (credo sia stato nel maggio del 1995) gli portai alcune tavole che avevo fatto per Nick Raider e rimase abbastanza colpito dai miei progressi e per me quella fu una soddisfazione indescrivibile, perché ho sempre tenuto al suo giudizio. Sempre in quell’anno ci sentimmo telefonicamente, credo, in estate inoltrata e mi comunicò che aveva avuto un lieve infarto. Non ricordo quale fu l’impedimento per il quale non riuscimmo a vederci; ma so che ancora oggi questo è il mio rimpianto più grande. Poi il 25 ottobre del 1995 mi telefonò Jacovitti: “Ti chiamo solo per darti una brutta notizia: é morto D’Amico!”. Rimasi senza parole. Da Lecce, dove mi trovavo, presi il treno notturno e mi recai a Roma per dargli il mio ultimo saluto. Dopo il funerale sentii nuovamente Jacovitti per telefono; infatti quest’ultimo non era venuto al funerale, e ricordo che fummo costretti ad interrompere la telefonata perché non riusciva a trattenere le lacrime. Potevo capire quello che provava il grande Jac: molti suoi colleghi ed amici pian piano se ne andavano e con D’Amico sicuramente se ne andava un pezzo della sua vita.

Studio per un’illustrazione di Marco Polo.

Per quanto mi riguarda fu una perdita immensa; ricordo che durante il funerale mi si avvicinò il genero (che avevo conosciuto una sera, tempo prima nello studio di D’Amico), mi pose un braccio sulla spalla dicendomi: “Hai visto, se n’è andato!”. Era incredibile pensare che un uomo con una vitalità così dirompente si fosse spento. Sembrava impossibile.

Santo D’Amico aveva 68 anni e una passione per il fumetto che oggi è difficile riscontrare in un ventenne. Una passione vera, fatta di dedizione, di talento e di amore per i comics. Il suo studio, con le librerie ricolme del materiale di un’intera vita passata ad amare i fumetti, rimasero a testimoniare un amore per il fumetto davvero unico. E il maestro D’Amico era unico: unico nel trasmetterne agli altri la passione per i fumetti; e soprattutto unico nel disegnarli con grande emozione (quando disegnava spesso e volentieri fischiettava).

Santo D’Amico aveva il fumetto nel cuore.

La prima volta nello studio di Santo D’Amico. Roma 1991.