“Stella… pepite… ballo… Stella del Polo… Fosso dell’Agonia Bianca… quattro sassi in quadrato… non meno di cinquecento pepite d’oro puro!”

Avviene all’inizio di una delle più belle storie Disney di sempre: Zio Paperone e la Stella del Polo (Back to the Klondike) di Carl Barks.
Pur essendo tra le primissime avventure paperoniane, non era comunque la prima volta che l’Uomo dei Paperi parlava del ruolo determinante della corsa all’oro di fine Ottocento nella formazione della ricchezza di Paperone, già accennato infatti in una vignetta di Zio Paperone e la disfida dei dollari (Only a poor old man); ma La Stella del Polo è l’occasione per esplodere questa parte del passato dello Zione, raccontando più nel dettaglio il periodo in oggetto e inventando una valle a nord dello Yukon nella quale il protagonista iniziò ad arricchirsi: il Fosso dell’Agonia Bianca, appunto.
Bentornati su Lo Spazio Disney: preparatevi a un breve viaggio tra le storie che hanno citato questo luogo chiave della mitologia scroogesca, approfittando della recente pubblicazione su Topolino di Zio Paperone e le ultime lune dell’Agonia Bianca di Marco Nucci, Marco Gervasio e Ivan Bigarella.
Da Barks a Don Rosa


È stato Don Rosa, fumettista italoamericano che negli anni Novanta si è posto come erede della narrativa barksiana, a riprendere quel posto e a trasformarlo in uno spazio mitico e vibrante, ampliandone le coordinate emotive così tanto significative per Zio Paperone.
Come suggerisce il nome stesso, in fondo, si tratta di una zona inospitale, incontaminata e pertanto per nulla facile da approcciare; è lì che la sorte di Paperone è cambiata, ma a costo di fatica immane, sudore, sacrifici e costanti difficoltà. Ma lo Scrooge McDuck di Don Rosa è quel tipo di persona capace di ricordare con affetto un’esperienza del genere perché, al netto di tutto, ha saputo non solo svoltargli la vita ma forgiarne il carattere in una maniera impagabile per la costruzione del sé stesso del futuro.

Quando nel giugno del 2000 comprai e lessi Paperdinastia mi si aprì un mondo sotto molteplici aspetti ed è lampante come l’impostazione data dal fumettista del Kentucky al periodo del Klondike sia quel perfetto mix di epica supereroistica, romanzo di formazione e sentimenti tardo-adolescenziali tale da far spiccare immediatamente quella fase sopra a tutte le altre. Non è un caso che moltissimi lettori disneyani della mia generazione ne siano stati parimenti colpiti, né che il disegno originale del Don che spiccava alle mie spalle durante le varie dirette streaming a cui ho partecipato ritraesse proprio il Paperone in versione cercatore d’oro.
In Paperdinastia vi erano le tre storie principali del filone yukoniano: l’ottavo capitolo della $aga di Paperon de’ Paperoni, vale a dire L’argonauta del Fosso dell’Agonia Bianca (The life and times of Scrooge McDuck: The Argonaut Of White Agony Creek), il capitolo 8-bis Cuori dello Yukon (Hearts of the Yukon) e L’ultima slitta per Dawson (Last sled to Dawson), una delle prime avventure realizzate dall’autore.

Cuori dello Yukon si concentra soprattutto sul tormentato rapporto sentimentale tra Paperone e Doretta, ponendosi di seguito ai fatti raccontati nel lungo flashback di Back to the Klondike, senza però mancare il focus sulla quotidianità del protagonista.
L’ultima slitta per Dawson, infine, è un vero e proprio sequel diretto de La Stella del Polo, “rubandone” anche la struttura del viaggio affrontato nel presente alternato a un flashback su un episodio del passato e avendo il pregio di mostrarci la situazione di Doretta dopo quanto raccontato da Barks, oltre che orchestrando un’avventura molto solida e intrigante.
Il filone donrosiano si completa con la sua ultima storia in assoluto, Zio Paperone e la prigioniera del Fosso dell’Agonia Bianca (The prisoner of White Agony Creek), tutta dedicata a svelare gli avvenimenti accaduti nel mese in cui Paperone ha rapito Doretta costringendola a lavorare per lui nella sua concessione.
È stata forse quella che ha costituito la “rottura del giocattolo”, per me: quella eccessiva morbosità nel voler raccontare una tensione attrattiva e sostanzialmente sessuale tra i due paperi ha rappresentato un salto dello squalo significativo, secondo me, facendomi capire che forse era meglio non indugiare oltre in quell’arco narrativo.
La riscoperta italiana: da Carlo Panaro agli anni ‘20

La sorpresa non è dovuta tanto alla ripresa da parte di fumettisti italiani di concetti nati e sviluppati oltreoceano, percorso in realtà molto tipico fin dagli anni Cinquanta, quanto al ripescaggio di questo elemento in particolare: intendiamoci, il concetto del Klondike come culla della ricchezza di Zio Paperone è un principio saldamente assimilato da diversi decenni anche per gli artisti di Topolino, ma difficilmente in passato ci si è avventurati nel citare con precisione situazioni, luoghi o personaggi presentati da Barks o Rosa, preferendo rimanere sul generico e prendendosi diverse libertà.
Da Guido Martina a Rodolfo Cimino, gli esempi di contraddizioni rispetto al presunto “canone barksiano” si sprecano, basti del resto ricordare l’emblematico e celebre caso del capitolo conclusivo di Storia & Gloria della Dinastia dei Paperi.
A rompere il tabù ci ha pensato il veterano Carlo Panaro nel 2007 con Zio Paperone e il vortice del tempo (disegni di Paolo De Lorenzi), storia nata per il sessantesimo anniversario della creazione del protagonista: con uno spunto invero un po’ abusato – Amelia torna indietro nel tempo per rubare la Numero Uno a un giovane e inesperto Paperone – l’autore ha però il merito, approfittando dell’occasione celebrativa, di sdoganare sulle pagine del libretto figure come Doretta e il biscazziere Soapy Slick, ma soprattutto di visualizzare e nominare il Fosso dell’Agonia Bianca, che viene quindi istituzionalizzata per il grande pubblico italiano, quello composto cioè anche da ragazzini o adulti “casual” che non seguivano il mensile Zio Paperone.

Nessun delitto di lesa maestà, intendiamoci: il “canone”, barksiano o donrosiano che sia, è qualcosa che in Disney non sussiste, delineandosi tutt’al più come linee guida che i vari autori possono o non possono seguire a secondo delle esigenze narrative, della loro volontà e delle indicazioni redazionali.
Cionondimeno, nel citare l’opera in questa carrellata mi sembra giusto evidenziare la sua natura “apocrifa” o quantomeno spuria, al netto dell’ambientazione nell’Agonia Bianca.

Il primo ha firmato nell’ottobre 2022 Zio Paperone e lo spettro dell’Agonia Bianca, episodio facente parte del ciclo Lord Hatequack presenta l’ora del terrore: per la stessa natura di questa serie, la storia – dalle venature misteriose, ectoplasmatiche e vagamente inquietanti – non si pone come cronaca dei fatti ma come una vicenda che potrebbe come non potrebbe essere accaduta e mira a dare una spiegazione “esoterica” della separazione dei destini di Paperone e Doretta. Il cuore della trama si svolge in una notte proprio nel pieno dell’Agonia Bianca, resa particolarmente suggestiva dalle matite ispiratissime di Giorgio Cavazzano in quello che resta forse l’ultimo exploit qualitativo del Maestro ad oggi.

Mentre nella storia del 1988 si diceva che Doretta aveva comprato la Bolla d’Oro per ristrutturarla e trasformarla in un hotel con i soldi guadagnati dalla sfida con Paperone in Back to the Klondike, qui si rivela invece che si trattò di una menzogna: l’ex ballerina avrebbe usato quel denaro per aiutare i minatori – coerentemente con quanto lo stesso Barks fece confessare al personaggio, nella sua storia seminale, relativamente a quanto guadagnato negli anni della corsa all’oro – e chiesto invece un prestito a Soapy Slick per aprire l’albergo.

In questo caso i dialoghi tra Paperone e Doretta, l’orgoglio tra i due e la forza di volontà del vecchio papero, pronto a tornare nel suo giacimento per cercare un nuovo filone aurifero vengono esaltati da uno stile immersivo e coniugato all’interno di una gabbia che spesso sfrutta egregiamente gli spazi per vignette con inquadrature ricercate e ricche di soluzioni efficaci.
Il colpo di scena delle ultime pagine è costituito da un collegamento con qualcosa di extra-barksiano: si rivela infatti che il quadro de “La bella addormentata” – al centro dell’omonima storia di Paperinik realizzata da Guido Martina e Massimo De Vita e ripreso come una sorta di McGuffin da Gervasio stesso nella sua saga moderna sul Vendicatore Mascherato – era originariamente collocato nella Bolla d’Oro e si era miracolosamente salvato dall’incendio che colpì il locale in Cuori dello Yukon, motivando così l’interesse dimostrato dal miliardario verso il dipinto nel corso del tempo.
Non è la prima volta che l’autore romano opera una retcon del tutto personale all’interno di fatti noti raccontati in storie del passato: rispetto però al caso di Paperinik… tutto cominciò così, stavolta ritengo la trovata innocua e tutto sommato anche interessante.

Paperone intraprende insieme a Paperino un nuovo viaggio nel Klondike, che appare stavolta come quello definitivo: un’ultima tappa al Fosso dell’Agonia Bianca per rimetterlo in sesto a favore di un compratore a cui lo Zione l’avrebbe venduta.
Ora, lo spunto, per quanto suggestivo, poggia su un assunto che in realtà non trova corrispondenza con quanto narrato nelle storie appena ripercorse: ne La Stella del Polo Paperone afferma di non aver mai pagato le tasse per quella concessione, che quindi non poteva reclamare a livello legale. Più tardi, nel corso della stessa storia, si scopre che Doretta aveva un atto di proprietà del terreno, che cedette però a Paperone per saldare il suo debito: la vecchia tuba sfida però la donna a chi avrebbe scavato più oro e perde (volontariamente), lasciandole le pepite trovate nonché gioielli e atto appena pignorati.
Senza andare comunque così indietro nel tempo, è Gervasio stesso, nel Re del Klondike, a far dire esplicitamente da Paperone che l’Agonia Bianca è di proprietà di Doretta e che quindi il nuovo oro trovato lì appartiene a lei, memore di questo status quo: il fatto che ora si intesti il giacimento a Paperone, che ne dispone a proprio piacimento con contratti di compravendita, destabilizza non poco creando qualche problema di continuity che, in storie evidentemente progettate per porsi sul solco donrosiano, stona in maniera non indifferente.

Non solo: questa macrotrama si incrocia con una side-story parallela che vede Soapy Slick diventato sindaco di Dawson e Scrooge determinato a smascherarne l’iniquità per rimetterlo al proprio posto. Una svolta simpatica, un po’ fine a sé stessa ma buona per movimentare la sceneggiatura; carina è anche la scelta di riprendere Casey Coot, fratello di Nonna Papera, che lo Zione aveva incontrato proprio ai tempi di Klondike comprando da lui la proprietà della Collina Ammazzamotori (situazione mostrata da Don Rosa proprio nel flashback de L’ultima slitta per Dawson): lo vediamo receptionist nell’hotel di Doretta, un ruolo innocuo quanto basta per reintrodurre il personaggio in maniera blanda, come strizzatina d’occhio ai lettori più nerd che ho trovato piacevole.
Continua ahimè il trend manierista di Nucci per le ripetizioni ossessive: in questo caso la gag di Paperino che anticipa col pensiero le esatte parole che suo zio sta per esclamare viene reiterata innumerevoli volte, stancando già dopo la terza. Come già in precedenza, si tratta di uno spunto comico fresco e divertente ma che nella sua replica infinita diventa addirittura fastidioso perdendo gli elementi che lo rendevano funzionale. Il resto delle interazioni tra Paperino, Paperone e Doretta sono invece ben gestite, ivi compreso il colpo di scena finale sull’assegnazione della proprietà dell’Agonia Bianca.

Un lavoro di grandissimo pregio per un artista tra i migliori attualmente in forza a Topolino.
Le ultime lune dell’Agonia Bianca si arroga quindi la responsabilità di chiudere un cerchio iniziato fin dal 1953, cambiando di fatto in maniera sostanziale e significativa lo status quo relativo a questa valle… in tal senso poco importa che questo obiettivo parta da una base errata, perché il punto di arrivo ha un suo senso ben preciso e in fondo ci si sarebbe potuti arrivare anche con diverse premesse.
C’è spazio in ogni caso anche per chiudere i conti con la questione de “La bella addormentata”, che Paperone fa pervenire a Doretta riportando sostanzialmente il quadro a casa.

Forse non ce n’era bisogno, forse non era quello che avrebbero immaginato Don Rosa e men che meno Carl Barks, ma devo dire che la storia di sensazioni me ne ha regalate molte e questo significa che il lavoro dei tre autori, pur con qualche limite e intoppo, in fondo ha fatto centro. Questo perché è riuscito a salvaguardare il cuore di questo lungo e travagliato filone, cioè l’affetto tra Paperone e Doretta e il profondo legame emotivo di Paperone verso il Fosso dell’Agonia Bianca, quel posto irto e ostile che un giovane scozzese è riuscito a domare.

