Bentornati su Lo Spazio Disney!
Il numero di Topolino uscito nella settimana di Lucca Comics si apre con una lunga storia in due tempi nella quale Marco Nucci distilla un vero e proprio inno all’avventura.
Per farlo, mette in scena una versione giovane e imberbe di Paperino, collocando temporalmente questa vicenda negli anni della formazione del papero, un periodo fondamentalmente poco affrontato dal fumetto Disney: in tal senso lo sceneggiatore ha quindi un buon margine di manovra e indipendenza per costruire la propria trama senza troppi paletti da rispettare e potendosi concentrare sull’obiettivo di mostrare un’evoluzione caratteriale nel personaggio.

Con una decisione improvvisa, il protagonista decide di farsi assumere su una nave per fare vita da marinaio, cercando in questo modo di connettersi con le atmosfere piratesche dei libri di cui è avido lettore, con una cesura non dissimile da quella vissuta da Bilbo Baggins nei primi capitoli de Lo Hobbit di Tolkien: questa scelta lo porta a incrociare fortuitamente il proprio cammino proprio con Cormorano e a dare il via a una interessante caccia al manoscritto perduto sull’Isola Maiuscola.

Parimenti a Jim Hawkins, anche questo Paperino matura durante lo svolgimento della storia, scoprendo delle potenzialità nascoste e riuscendo ad andare oltre i propri limiti.
In sostanza le influenze dell’autore sono chiare e alla luce del sole, e questo potrebbe dare una sensazione di leggero “già visto”, ma sarebbe ingeneroso derubricare il tutto a un more of the same in chiave disneyana: il lavoro di Nucci denota innanzitutto una passione cristallina per questo genere e un profondo rispetto per il personaggio, raccontando quindi qualcosa che riesce a essere fresco e nuovo a dispetto degli illustri natali su cui poggia l’intera impalcatura.
È nella fantasia di immaginare nomi e situazioni specifiche, nella caratterizzazione del romanziere, nella cura per il ritmo narrativo e la scansione degli eventi che emerge il valore di quest’opera, risultando una lettura avvincente che non cala mai di tensione.
La remora principale riguarda la ripetizione ossessiva di frasi, tormentoni e gag, vera e propria cifra stilistica di Marco Nucci che però già da qualche tempo si è fatta manierismo, tanto appare insistita e reiterata; il meccanismo e il suo scopo sono chiari, ma ho il timore che lo sceneggiatore si sia innamorato troppo del “trucchetto” e ne abusi, senza magari rendersi conto dell’eccesso.
È un peccato, perché di per sé è un elemento narrativo che funziona e mi diverte ma che oltre un certo limite mi appesantisce la lettura.
Il plus de Il flagello degli otto mari risiede però soprattutto sotto il lato estetico.
Ai disegni troviamo infatti Fabrizio Petrossi, un artista dalle due anime: nelle sue prove degli ultimi anni su Topolino – alcuni episodi del ciclo di Mr. Vertigo, la prima storia de I pionieri del volo e la recente Topolino, Pippo e il passato ricorrente – lo abbiamo infatti visto assumere uno stile molto standard, non certo brutto ma tremendamente “a modello”, con un imprinting dal sapore internazionale che difatti, con qualche minima variazione, ha trovato perfettamente casa sulle storie estere a cui ha lavorato e soprattutto sulle copertine per Le Journal de Mickey.
Un segno ineccepibile dal punto di vista formale, quindi, ma che spesso rischiava di apparire anonimo e piatto.
Con i suoi due lavori per le graphic novel edite in Francia da Glénat – Mickey attraverso i secoli e Paperone e il drago di Glasgow – ha però dimostrato un estro non indifferente e la capacità di stretchare il proprio tratto con risultati veramente affascinanti e dinamici; la possibilità di sperimentare, permessa dallo speciale contesto di quelle opere, ha consentito a Petrossi di fare un lavoro diametralmente opposto sulle tavole disneyane, in particolare sui personaggi, i quali prendono vita in maniera dirompente, guardando direttamente all’animazione degli anni d’oro che, non a caso, viene menzionata dal disegnatore come una delle ispirazioni primarie nel momento in cui viene invitato a osare sulla pagina.

Ottimi anche i character design di tutti i comprimari, che deriva un po’ dalle strisce anni Trenta e un po’ dai cortometraggi animati, con un ottimo e fresco connubio che rende qualunque figura di sfondo diversa dalle altre.
Il lavoro su Paperina si fa ancora più estremo, e ho letto nella web-sfera qualche commento perplesso al riguardo: in questi casi mi soffermo sempre a pensare a cosa sarebbe stato scritto nei tardi anni Novanta sulle sperimentazioni di Luciano Bottaro, se ci fossero stati i social 😛
Meno eclatante ma sempre validissimo il taglio dato agli sfondi, in particolare per l’isola che fa da scenario a tutta la seconda parte dell’avventura e che risulta lussureggiante e fantasmagorica, perfetto esempio di location che scatena la fantasia (del lettore ma anche di questo Paperino in primis).
Per quanto concerne la gabbia, poche concessioni a rotture d’effetto: giusto nella scena della tempesta che porta alla fine del primo tempo, con una quadrupla magistrale su cui si innesta nell’angolo in alto a sinistra un tondo che si focalizza sullo sguardo spaventato del protagonista al timone, e un paio di altre occasioni durante la quest sull’isola… incursioni ben dosate che rendono quindi ancora più incisivi questi stravolgimenti.

