Senza titolo

Una storia a fumetti NON DEVE…

10 Giugno 2016
Quali sono gli elementi che una storia a fumetti NON DEVE possedere per essere tale?

La questione è la storia in sé: che abbia significato o meno, non spetta alla storia spiegarlo.

Poco tempo fa mi trovavo a leggere la Trilogia di New York di Paul Auster, una delle massime vette della letteratura postmoderna dal cui primo racconto David Mazzucchelli ha tratto un adattamento a fumetti (ma chiamarlo adattamento è riduttivo): Città di vetro.

L’opera è una delle riflessioni più lucide e interessanti che abbia mai letto sul linguaggio e sul suo significato remoto, oltre che sulla vita moderna e sul perdersi nei dedali della propria mente.

Colpito in particolare da questa semplice frase, ho iniziato a riflettere su ciò che da lettori chiediamo ad una storia a fumetti, ciò che arrogantemente pretendiamo: una sorta di elenco tassativo di elementi essenziali ad substantiam, quasi i fumetti fossero atti giuridici.

Molti autori si sono prodigati per combattere questo pregiudizio (penso in particolare a Moebius) e per farci capire quanto fosse stupida e innaturale questa richiesta individuale all’autore di fornirci un senso, una linea completa e intelligibile, di raccontarci una storia “interessante”.

Questa fame licantropesca di storie ed elementi “interessanti” ci fa dimenticare che narrare non è davvero tutto in un’opera, e soprattutto che anche raccontare la vita di una roccia può essere interessante.

Abbiamo bisogno di sovrastrutture, impalcature di senso, masturbazioni mentali ipertrofiche che concretizzino quell’istinto totalitario che è la richiesta di “avere senso”, una richiesta che serve solo a nascondere la nostra incapacità di gestire senza panico ciò che non ha confini delimitati.

È così che si incatena un autore, ed è così che si incatenano anche un lettore e un’opera: produrre in questa direzione unidimensionale e fruire dal “ristorante di fiducia” ordinando sempre “il solito”.

Ottenere una “bella storia”, un racconto avventuroso, d’intrattenimento, è ciò che ognuno di noi necessita fra i suoi bisogni d’evasione, ma non è l’unico. La lettura è una democrazia, e non tollera oligarchie di generi.
Così ho deciso di formulare io una lista di regole.

Un prontuario di elementi che una storia a fumetti NON DEVE possedere e che grandissimi autori ci hanno dimostrato funzionare attraverso la pratica dei loro capolavori.

Iniziamo:

1) Moebius ci ha dimostrato che

“Non c’è nessuna ragione perché una storia sia come una casa con una porta per entrare, finestre per guardare gli alberi e un caminetto per il fumo. Si può immaginare una storia a forma di elefante, o di campo di grano o di fiammella di un fiammifero”.

Jean Giraud ci ha fatto capire con il suo Garage ermetico che una storia a fumetti NON DEVE avere né un inizio né una fine, ma può “iniziare” e “finire” a mezzo.
Possiamo essere catapultati in una realtà sconosciuta, senza alcun tipo di coordinate o studio. Per godere di una storia basta della semplice coerenza interna.

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2) Sempre Moebius con Arzach, e più di recente Matt Fraction e David Aja con il loro Occhio di falco, ci hanno dimostrato che una storia a fumetti NON DEVE avere parole.

Il fumetto differisce in maniera abissale dalla letteratura proprio perché la sua narrazione PUÒ essere solo eventualmente scritta.
Quel che basta è quel senso di storytelling, di sequenzialità e legame d’immagini di cui parlava anche Will Eisner. Una continuità che può essere ottenuta efficacemente anche solo attraverso i disegni, senza mai ridursi a una sfilza di “quadri” indipendenti fra loro come monadi.

Senza titolo-23) Sergio Toppi con la sua intera produzione ci ha dimostrato che una storia a fumetti NON DEVE avere vignette.

Toppi distrusse le gabbie e rivoluzionò per sempre il modo di fare fumetto. Ciò che interessava l’autore era farsi seguire dal lettore, e Toppi lo faceva sfruttando le linee convenzionali di lettura a cui ci siamo abituati con l’esperienza. Le sue tavole si leggono con ordine: sopra-sotto, sinistra-destra, centro-periferia, grande-piccolo ecc…
Il senso di lettura dato dalla cadenza delle vignette è rimpiazzato da aree invisibili di pertinenza (ma mentalmente visibili) delineate dai disegni. È come camminare in una strada a vicolo cieco dritta e senza vie laterali contrapposta ad un sentiero solo leggermente battuto all’interno di un bosco.

Senza titolo-14) Shane Simmons con il suo Longshot comics ci ha dimostrato che una storia a fumetti NON DEVE avere dei disegni.

La sua opera riesce a mantenere quell’idea di ritmo e sequenzialità pur senza mostrare al lettore cosa stia accadendo di preciso, lasciandolo però intendere con grande vividezza. Il tutto ricrea un’atmosfera grottesca e ridicola che non potrebbe essere ottenuta diversamente, provocando risate smodate nel lettore, causate dal contrasto fra contenuti drammatici e rappresentazione grafica di piccoli puntini che si tormentano.

Senza titolo-15) Stefano Tamburini con Snake Agent ci ha dimostrato che una storia a fumetti NON DEVE avere un autore.

Tamburini plagiò malamente delle vecchie strisce dell’Agente X-9 di Mel Graff fotocopiandole e aggiungendo un senso di accelerazione, conferendo allo stesso tempo a queste una nuova dignità e realizzando una fotografia sociale contemporanea che investe come una scarica di pugni in faccia. L’autrice di queste storie era ormai una stampante laser.Senza titolo-16) Richard McGuire con Qui ci ha dimostrato che una storia a fumetti NON DEVE avere una linea temporale vettoriale unidirezionale.

Non c’è un prima o un dopo, uno svolgimento lineare, ma c’è solo un qui, un istante che allo stesso tempo contiene in sé tutte le manifestazioni temporali dello spazio rappresentato. La lettura non va seguita su una linea, ma è un’esperienza globale.

Senza titolo-17) Jason Shiga con il suo Meanwhile e Chris Ware con il suo Building stories ci hanno dimostrato che una storia a fumetti NON DEVE essere UNA SOLA, ma può essere letta in mille modi, innumerevoli combinazioni di percorsi che portano sempre a risultati differenti: un contenuto mutevole costantemente in divenire.

Senza titolo-1Insomma, una storia a fumetti NON DEVE avere proprio nulla per funzionare, nessun genere specifico, nessun elemento caratteristico la rende preferibile alle altre.

Forse il vero punto è che una storia a fumetti non ha proprio bisogno di voi.

Simone Cilli

Simone Cilli

(Atri, 1994) Pescarese doc, attualmente studia presso il Dipartimento di Giurisprudenza dell'Università di Siena.
E’ molto legato all’Abruzzo, ai suoi paesaggi e alla natura, che lo hanno da sempre affascinato e tranquillizzato.
Spirito ossessivamente critico, il suo più grande amore è la lettura.
Sin da piccolo, grazie a suo fratello e alla sua spropositata curiosità da dinosauro, ha coltivato questa passione, sviluppandola durante gli anni di studio “matto e disperatissimo” del Liceo Classico.
Fra una sentenza e l’altra ama immergersi in quel meraviglioso mondo di vignette e sogni chiamato “fumetto", mentre nei restanti ritagli di tempo si dedica alla sua fedele chitarra elettrica, alla scherma, alla fotografia, alla filosofia e ai milioni di progetti che gli entrano in testa in ogni istante.

8 Comments Commenta

  1. Grandissimo articolo! Complimenti (lo giro ad alcuni colleghi che impropriamente tengono ammorbanti e noiosissimi corsi di fumetto che solo a pensarci…zzz…zzz)

  2. Articolo pretenzioso, da voi dello spazio bianco mi aspetto solitamente di meglio. Hai parlato del nulla, dell’ovvio e dello scontato con termini difficili e dialettica audace. Semplicemente la lettura del tuo brano non mi ha arricchito ne è stata di spunto per nuovi ragionamenti. Un’articolo pleonastico e presuntuoso.

  3. Articolo presuntuoso sicuramente, ma inutile non direi proprio. Il punto di vista è interessante, anche se in buona parte non lo trovo condivisibile o perlomeno, applicabile a un contesto reale. Una storia, un fumetto, un verso, una vignetta, una foto – scegliete voi il medium – può essere istante puro e autoconclusivo, ma è una dote rara questa, sia della storia in sé che di colui che la produce (scopre?). Per tutto il resto, il senso è necessario eccome… direi anche auspicabile.

  4. Non è sicuramente un punto di vista interessante, anzi, piuttosto banale e superfluo. Se si dovesse rivolgere ad un pubblico novizio sarebbe di sicuro illuminante per diversi, ma appena un individuo comincia a navigare in questo mondo apprende tutto ciò che Simone Cilli ha scritto. E’ il classico articolo che tenta di darsi un tono usando paroloni, ma che infondo è scarno e privo di messaggi interessanti.

  5. Prima di rispondere a “Viandante” devo fare alcune dovute premesse:
    ci terrei a precisare che questo è un blog personale, una sezione che è solo mia e incidentalmente inserita nel network del sito Lo Spazio Bianco (per il quale ovviamente scrivo). La differenza è appunto che qui non ci sono mediazioni e quindi la responsabilità dell’articolo è rimessa unicamente a me.
    Rispondendo invece nel merito: mi permetto innanzitutto di eccepire che questo uso di “paroloni” e “dialettica audace” (ti ringrazio per la definizione) per quanto mi riguarda non sussiste, ritengo l’articolo molto chiaro e leggibile.
    Circa invece la “presunzione” di cui vengo accusato, credo sia confusa con il vero intento del blog: c’è un preciso motivo per cui è stato chiamato “Fumetti Corsari”, per cui ti invito a leggere l’articolo di presentazione.
    Venendo alla presunta “inutilità” di questo scritto: non credo proprio che il pezzo sia scontato, perché i pensieri che ho espresso non sono per nulla comuni, nemmeno fra lettori ormai navigati. Magari lo fossero… Ne gioveremmo tutti.

    Il mio intento non era arricchire qualcuno comunque, ma semplicemente far notare quanto siano contingenti determinati elementi che ormai diamo per scontati e necessari.
    Ovviamente non sto predicando una totale eliminazione di quei contenuti, altrimenti arriveremmo all’assurdo di un non essere, un fumetto che non esiste.
    L’idea era totalmente opposta: far capire che non ci sono vincoli e la libertà è pressoché totale, sono l’autore stesso o i suoi lettori a creare queste catene.

    Fino all’utilizzo creativo del tempo che ci ha mostrato McGuire nessuno avrebbe pensato possibile una cosa simile in un fumetto.
    Semplicemente ciò che non riusciamo a concepire ci sembra impossibile finché qualcuno non lo realizza.

    Per rispondere invece a “FreeCharlie”:
    sicuramente non sto proponendo di buttare cose a caso, è sempre necessario un progetto, un’idea, che appunto sia sviluppata con coerenza. E a mio avviso questa idea esiste anche quando l’autore tenta di eliminare se stesso, perché la sua scelta di eliminarsi e di raccontare determinate cose, anche se casuali, è già di per sé una scelta.
    C’è da rilevare che ormai se una storia, di qualunque tipo, non appare immediata o dotata di certe caratteristiche, viene snobbata. Ad esempio raccontare l’esistenza di una roccia per molti risulterebbe “privo di senso” e “non interessante” (per fare solo un esempio stupido).

    Comunque mi ripeto: l’intento non era decostruire del tutto il fumetto e renderlo una non esistenza, ma far capire come non esistano elementi necessari per fare un fumetto. Dovunque leggo definizioni in positivo, quando ormai ho assodato (almeno per me) che una definizione positiva risulta praticamente inutile e sempre vuota e incompleta. Una definizione in negativo invece è una prima traccia per sondare un terreno molto vasto e sottovalutato.

  6. Un intervento del genere, pur nella sua legittimità, può essere utile solo per chi di fumetti non è appassionato. L’autore pensa che ci siano lettori del genere tra le persone che finiscono sul suo blog?
    Il finale è poi davvero discutibile. “Un fumetto NON DEVE avere proprio nulla per funzionare” è una frase che contraddice il post stesso. Forse si voleva dire che “Quello che deve avere un fumetto per funzionare non è sempre la stessa cosa”. Ma soprattutto la chiosa “Forse il vero punto è che una storia a fumetti non ha proprio bisogno di voi” è interpretabile in due modi: o come una cosa così vera da essere una tautologia o una cosa così falsa da essere una cazzata. In ambo i casi io non l’avrei scritta.

    • Ti ringrazio per il commento, Domenico.
      Innanzitutto non ho mai pensato specificamente a un determinato pubblico, credo che, nonostante alcuni riferimenti un po’ meno immediati, qualunque tipo di lettore, dall’acerbo al maturo, possa approcciarsi a questo blog, con un po’ di apertura mentale e volontà d’interrogarsi. Peraltro non credo siano state fatte riflessioni scontate: mi è capitato infatti in altre sedi di avviare dibattiti molto interessanti con lettori più che navigati proprio a partire da questo articolo.
      Per quanto riguarda la frase “Un fumetto NON DEVE avere proprio nulla per funzionare”, è più che coerente con il contenuto dell’articolo.
      Non intendevo infatti dire che un fumetto non deve consistere in nulla (una specie di non esistenza), intendevo al contrario far capire la contingenza di QUALSIASI elemento. Questo significa che nessun elemento è necessario, e per questo NON DEVE esserci, nel senso che non esiste alcun obbligo affinché un fumetto consti di vignette, di balloon, di margini o qualunque cosa ti venga in mente. Questi elementi invece POSSONO esserci, ma non devono.
      Sulla chiosa finale, è invece un’ovvia provocazione (in linea con gli intenti che mi sono prefissato per questo blog), una provocazione al lettore pigro e conservatore, di cui nessuno ha bisogno, ma anche una provocazione al lettore navigato ed impettito che viene ferito nel suo orgoglio; peraltro il dibattito sulla necessità o meno della figura del lettore è anch’esso molto interessante, ed è sbagliato liquidarlo con una frase (ma nel mio caso era una provocazione e non volevo trattare l’argomento). E’ altrettanto errato chiudere il discorso considerandola solo una “cazzata”.
      Ci risentiamo su queste pagine, continua a seguirmi!

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