“Il padiglione sulle dune” di Stevenson è stato recentemente adattato dalla collaudata coppia formata sceneggiatore Alessandro Lise e dal disegnatore Alberto Talami (che firma disegni, colori, disegni di copertina e lettering). Si tratta di un’opera di grande interesse, pubblicata da Baya Comics in questo 2025 nella collana “Classici non classici” curata da Davide La Rosa.

Per capirne il rilievo, però, appare utile spiegare con cura l’importanza di questo capolavoro poco conosciuto di Stevenson. Naturalmente, mi pare proprio il senso della collana, “classici non classici”, che va ad adattare opere letterarie non così note (“non classici”) ma che sono in realtà fondanti per la loro importanza. Un secondo livello di lettura, che coesiste, è quello di “classici” che non sono però noiosi come si attribuisce di solito, erroneamente, ai classici, e quindi “non classici”. Non classici, infine, anche per il trattamento adattativo: che è fedele e accurato nella transcodifica a livello testuale, ma usa ovviamente il segno molto sintetico e cartoonistico del duo Lise e Talami.
L’opera di Stevenson
Robert Louis Stevenson, scrittore scozzese tra i più versatili dell’Ottocento, pubblicò Il padiglione sulle dune (The Pavilion on the Links) nel 1880, considerato da molti — e dallo stesso autore — il suo primo racconto maturo e importante. Fu anche uno dei suoi primi successi letterari, tanto che Arthur Conan Doyle, il creatore di Sherlock Holmes, lo definì “il racconto breve più perfetto al mondo” (the very model of perfection in the short story form).
L’omaggio di Doyle è quasi obbligato, perché nel Padiglione troviamo contenuti quasi tutti i temi che – shakerati, potremmo dire, e reinterpretati – creano poi “Uno studio in rosso” (1889), dove appare l’icona assoluta di Sherlock Holmes. In entrambi i casi vi è un uomo minacciato da una setta pericolosa: i patrioti italiani nel primo caso, i mormoni nel secondo. Gli eroi sono due gentleman inglesi differenti: uno, il narratore, Cassilis o Watson, posato everyman aderente al codice d’onore inglese; l’altro, Northmour e Holmes, decisamente piu’ bizzarro (in modi molto diversi) ma comunque alla fine aderente, in modo piu’ risicato, al codice del gentiluomo.

C’è perfino un simile tema sentimentale (anche Watson si innamora di una fanciulla incontrata in un caso). Ovviamente, in Holmes viene introdotto il tema della detection deduttiva, qui assente. I due protagonisti ragionano su come affrontare la situazione di minaccia presente (assediati dai patrioti italiani) e ricostruire bene le ragioni della minaccia, ovviamente, ma siamo al livello del ragionamento del buon everyman inglese (per intenderci, un Robinson Crusoe o, appunto, un Watson, che appare stolido solo in confronto a Holmes, ma è di media-alta intelligenza). Tuttavia, se Doyle aggiunge l’elemento della detection (che prende in prestito, fortemente, dal Dupin di Poe), l’elemento della situazione è chiaramente ispirato a questo racconto come modello piu’ recente. Certo la situazione di trama-intreccio è ricombinata radicalmente, come portato dal genere giallo che Doyle contribuisce a fondare (c’è l’omicidio, l’indagine, la ricostruzione a rebours: mentre qui nel Pavillon abbiamo direttamente l’ingresso del protagonista nella situazione avventurosa in medias res e il suo operare per sventare l’uccisione).

In quest’opera insomma si delineano già i tratti distintivi della narrativa di Stevenson: l’intreccio serrato e avvincente, l’atmosfera carica di mistero, il paesaggio come specchio dell’animo umano e una profonda tensione morale tra bene e male, nei due fronti che si combattono ma anche trasversale ai personaggi.
Negli anni successivi, Stevenson avrebbe dato vita a capolavori come L’isola del tesoro (1883), Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde (1886), Il ragazzo rapito (Kidnapped, 1886). Il Jekyll è qualcosa di piu’ complesso, che indaga tramite il fantastico – il mad doc, la pozione… – il tema del doppio e dell’inconscio che iniziava ad apparire nella psicologia ottocentesca. Ma sia nell’Isola che nel Ragazzo Rapito torna molto dello spirito di questo primo racconto, cambiando ovviamente alcuni fattori nel generare una avventura diversa e piu’ ampia.
L’adattamento
L’assegnare l’adattamento di un classico ottocentesco, con tutti i crismi della grande avventura ottocentesca, a due autori sperimentali come Lise e Talami è una ottima intuizione, probabilmente con qualche merito della curatela di Davide La Rosa che ha spesso giocato in modo spiazzante, da autore, con i classici della letteratura italiana (dei suoi Foscolo, Leopardi and co ho parlato ampiamente qui su “Lo Spazio Bianco” in articoli passati).
Ugo Foscolo – Indagatore dell’incubo (Davide La Rosa)
Il Leopardi di Davide La Rosa tra surrealismo e parodia
La danza della ragione: il Ballo Excelsior di La Rosa
Davide La Rosa e l’Inferno di Dante – Lorenzo Barberis
Lise e Talami hanno infatti un segno essenziale ma elegante e surreale – messo in campo in senso visivo da Talami, ma che nasce da una collaborazione stretta – che all’apparenza potrebbe contrastare con l’opera di partenza, per cui si potrebbe in linea teorica prediligere un segno legato, ad esempio, agli stilemi di certo bonelliano piu’ vicino allo stile texiano, che a sua volta riparte dall’illustrazione ottocentesca maggiormente dinamizzata.
Ovviamente non manca una percezione di contrasto, specie per chi contestualizza mentalmente il racconto nel tardo Ottocento: tuttavia, in realtà, lo stile essenziale si presta bene all’accelerato dinamismo della narrazione stevensoniana. Per certi versi, e pur con una sintesi comunque molto differente, lo stile Lise-Talami fa pensare a certe soluzioni di Massimo Mattioli, che fosse nel Pinky del Giornalino o in Squeak the Mouse (o Joe Galaxy): una sintesi fumettistica in grado di narrare, con un filo d’ironia e un ritmo accelerato, storie d’avventura in fondo piuttosto classiche, nei dintorni del noir, dell’horror e della sci-fi, in modo comunque impeccabile. La parodia nasceva certo dal decostruirle con buffi animali da cartoon anni ’30 modernizzati, ma riusciva perché la storia comunque funzionava, e ci si appassionava alle vicende pur non perdendo la percezione surreale di fondo.
La narrazione funziona perché il segno è minimale, e anche con elementi di sintesi un po’ astratti e “sperimentali”, ma resta molto leggibile e utilizza una griglia classica, e anche classica è la narrazione, per fedeltà dell’adattamento a Stevenson (in opere autoriali la narrazione di Lise-Talami è piu’ sperimentale).
Per fare qualche esempio di elementi interessanti di narrazione, particolarmente divertente è il fantasma che spira nelle sabbie mobili (un grande tropo dell’avventura, che qui ha probabilmente uno dei suoi primi utilizzi) che emette a sua volta un “ectoplasme”, ovvero un “balloon”, col teschio, rappresentante gli ultimi rantoli del morente. L’opera è prevalentemente in bicromia, con toni di verde che si aggiungono al contrasto di bianco e nero; ma non mancano alcuni elementi evidenziati in rosso, secondo uno stilema molto diffuso per evidenziare aspetti rilevanti. In rosso appaiono la tenda, l’itinerario, lo zaino e i numeri dei ragionamenti del protagonista; ma anche dall’altro canto gli occhi fiammeggianti di Northmour e le stilizzazioni grafiche della sua ira come fuoco e fulmini. Il narratore ci dice che lui e Northmour sono molto simili come misantropi, ma mentre il narratore appare un misantropo razionale (e a parte il rifiuto della socialità è il classico buon gentlemen inglese: anche in questo ha qualcosa di Watson, che sopporta il folle Holmes essendo comunque uno spartano medico di rientro dalla guerra, poco interessato alla socialità), Northmour è caratterizzato dalla sua, a volte generosa, furia interiore. Il fatto di evidenziare in rosso questi due elementi in qualche modo li mette, non so se intenzionalmente, in rapporto.
Qui abbiamo, similmente, animali antropomorfi stilizzati con eleganza – salvo Northmour, che ha l’aspetto di un ottagono malvagio (e mi pare perfetto, perché il povero Northmour è per certi versi “tagliato fuori da questa storia”). Ma la storia funziona benissimo anche sul suo lato avventuroso.
Considerazioni didattiche / Letteratura
Questo romanzo a fumetti è quindi un perfetto “classico non classico” non solo nel testo di partenza, ma anche nell’adattamento che ne viene fatto.
Proprio la modernità di questa transcodifica ne fa un fumetto interessante per la proposta didattica. Innanzitutto l’opera originaria è relativamente breve, si trova facilmente online e si potrebbe anche pensare per una lettura integrale in classe.
Qui la migliore sintesi reperibile online, con anche una accurata cornice filologica:
Victorian Short Fiction Project – The Pavilion on the Links, Part 1
Volendo, proprio le differenti soluzioni adattative dagli altri famosi adattamenti italiani di Stevenson (“L’isola del tesoro” di Boscarato e quella di Pratt, il Jekyll di Mattotti, gli adattamenti disneyani…) potrebbero essere l’occasione di un lavoro di confronto su come a uno stesso autore (pur in testi di partenza diversi) ci si possa approcciare con stili molto differenti, nel disegno, nel montaggio di pagina, nelle scelte adattative. Un approfondimento che potrebbe essere particolarmente rilevante per un istituto grafico o un liceo artistico.
Considerazioni didattiche / Storia
Un aspetto interessante, che può anche contribuire a rendere questo fumetto spendibile didatticamente è il suo collegamento, sia pure a margine, col risorgimento italiano, dove i “carbonari”, la principale setta di stampo massonico del risorgimento, sono gli antagonisti sulle tracce del padre di Clara che ha sottratto dei loro fondi (probabilmente già questi dalle parte dei “fondi neri” delle organizzazioni rivoluzionarie – o terroristiche, secondo i punti di vista). Ora non vogliono il denaro: vogliono vendetta.
Stevenson non è molto preciso al riguardo: parla di moti nel Triveneto, ma li collega a Parma (Lise risolve brillantemente, con una piccola variazione, questo empasse) coinvolta però invece all’epoca del Ducato omonimo, nella prima fase del risorgimento. Qui si parla invece spesso di “terre irredente”, e anche alla fine uno dei personaggi si unisce alle truppe di Garibaldi per la terza guerra d’Indipendenza, quella che porterà il Veneto (ma non ancora Trento e Trieste, ovviamente). Quindi siamo dopo il 1861 (o il tema del Risorgimento non sarebbe solo il Triveneto) ma prima del 1866, cosa che torna anche col narratore che, nel 1880, racconta ai figli le sue vicende, ponendo un evento chiave 12 anni prima, nel 1868. Perfino la nave di Northmour, il “Conte Rosso”, potrebbe rimandare facilmente ad altro ma anche alla figura del noto conte sabaudo del ‘300, tra gli artefici della crescita della dinastia Savoia poi unificante l’Italia (il cui mito venne ovviamente molto rinverdito dal Risorgimento). Il sito che ho consigliato prima, in ossequio alla (anche giusta) correttezza politica di marca anglosassone, specifica infatti al proposito in introduzione addirittura un “trigger warning” per il “razzismo” antiitaliano presente nel testo (Lise fa parlare i suoi anglofoni in un italiano macchiettistico, con riuscito effetto comico).
Conclusione
Insomma, un testo riuscito, interessante per il lettore appassionato di Lise e Talami e di questo tipo di fumetto e segno, ma anche un buon testo e un buon adattamento per un lavoro scolastico, un acquisto consigliato quindi per la biblioteca scolastica di fumetto.