I dolori del giovane Wertham

I dolori del giovane Wertham

Nella bolla di filtro del mondo del fumetto italiano si è tornati a ragionare di censura e libertà di espressione sulla scorta di una recente polemica di cui, però, non mi interessa parlare. Mi è tornata invece la voglia di riprendere in parte un mio vecchio pezzo sullo psichiatra Fredric Wertham, il primo acerrimo nemico dei comics (vedi qui). In quel pezzo mi soffermavo nello specifico sulla sua opera più famosa, “La seduzione degli innocenti” (1954), il fulcro dell’attacco contro il fumetto di quegli anni, con una vasta eco e un vasto effetto anche sulla storia del medium. Sullo Spazio Bianco si era già effettuato uno studio sul fenomeno complesso della “guerra ai comics” negli anni ’50, qui. Il mio intento qui era però ricostruire in modo più completo la figura di Wertham stesso, prima (e anche dopo) del suo volume più famoso, con un occhio di riguardo al suo sofferto rapporto con il fumetto e i nuovi media. I dolori del giovane Wertham, insomma.

 

220px-Fredric_Wertham

 

Fredric Wertham nasce a Nuremberg nel 1895 come Friedrich Ignatz Wertheimer. Una doppia ironia della storia: nasce nell’anno del “primo fumetto” (tra molte virgolette) riconosciuto a lungo come tale, Yellow Kid, e come secondo nome porta quello del primo celebre topo del fumetto, co-protagonista di Krazy Kat di George Harriman (primo fumetto esaltato a livello dell’arte in The Seven Lively Arts (1924) di Gilbert Seldes (di cui ho parlato qua). Laureatosi nel 1921 a Wurzburg, nel 1922 inizia a lavorare con Emil Kraepelin, importante psichiatra che ha dato grande rilievo all’influsso ambientale sulla psiche (come, nel suo attacco ai fumetti, farà Wertham); in questo periodo corrisponde anche con Sigmund Freud. Viene invitato negli USA lo stesso anno (agli psichiatri, Freud magnificava gli USA come “la nostra terra promessa”) per lavorare nell’ospedale di Baltimora come psichiatra. Si naturalizza americano dopo il matrimonio con l’artista (tradizionalmente figurativa) Florence Hesketh.

Nel 1932 si trasferisce a New York, dove continua il suo lavoro di psichiatra con un occhio di riguardo ai temi della criminalità giovanile. Il suo primo volume, “The brain as an organ” (1934), appare ancora relativamente un testo di psicologia “seria”, non ad effetto. Ma le cose sono destinate a cambiare.

Una prima mossa di Wertham come “psichiatra pop”, forse ancora non pienamente intenzionale, è la collaborazione nel 1935 alla difesa in un caso eclatante come quello del serial killer cannibale Albert Fish (una figura, quella dell’assassino antropofago, che avrà una notoria influenza nell’immaginario pruriginoso sulla psichiatria, come testimonia il successo del personaggio creato da Thomas Harris, l’ineffabile professor Lecter).

dark

 

Uno dei suoi primi volumi di psicologia criminale applicata all’infanzia è “Dark Legend” (1941), che fin dal titolo mostra la sua natura sensazionalistica. Il tono non è tecnico, e descrive al vasto pubblico i moventi psicologici di un diciassettenne matricida (vedi qui). Al di là dell’uso di elementi tecnici (come si è intuito, Wertham ha solide basi accademiche) è palese l’intento di usare un certo sensazionalismo – rafforzato da una sua, legittima, credibilità accademica – ai fini di vendere. Anche la cover è relativamente sobria, ma indubbiamente “ad effetto”, il nero e il simbolo criptico che ricorda un bersaglio stimolano indubbiamente il senso che aprendo il volume ci attendono “misteri innominabili” di lovecraftiana memoria. Di un conflitto psichico freudiano di cui si potrebbe scrivere in termini meno eclatanti si sceglie la manifestazione più estrema e raccapricciante, solleticando la curiosità morbosa del pubblico mid-cult mascherata da “volontà di documentarsi”.

Intanto, l’anno prima, con l’editoriale di Sterling North “A National Disgrace” (1940) inizia l’attacco ai comics, scagliandosi contro l’apparizione di Superman due anni prima. Già nel 1941 la DC Comics inizia a prevedere un comitato redazionale, ma critiche in ambito pedagogico appaiono nel 1942 e nel 1944. Nel 1945 la prestigiosa Time ospita un attacco piuttosto grave: “Are comics fascist?”, dove si collega in modo superficiale Superman al superomismo nicciano (vedi qui). Coulton Waugh, il “primo storico dei comics” (primato oggi in parte messo in discussione) difende le comics strip nel suo saggio del 1947, ma critica i nuovi comic books, prendendone le distanze.

In questo contesto matura la sua battaglia contro i comics, che ha tra i suoi primi atti la partecipazione al convegno sulla “Psicopatologia del Comic Book” cui segue l’articolo “The Comics – Very Funny” (1948), che si può leggere qui. Ci sono già tutte le discutibili caratteristiche dello stile di Wertham, proprie della sua opera più nota sei anni dopo, in primis lo “strawman argument”, l’argomento-fantoccio, con cui si estremizza una situazione per avere ragione agli occhi del lettore. Wertham parte dal caso – reale o immaginario – di una sua paziente di quattro anni, sovente coinvolta in giochi violenti e, si implica, traumatici da altri bambini dai tre ai nove anni. Il tutto, stabilisce Wertham, su influsso dei comics di quell’epoca, che noi chiamiamo “pre-code comics” (prima, ovvero, del codice di autoregolamentazione) e chiaramente inadatti all’infanzia (si può iniziare a discutere della loro maggiore o minore adeguatezza a un pubblico di adolescenti).

 

1953

 

Nella critica a Wertham, bisogna su questo essere oggettivi: i pre-code comics utilizzavano senza problemi una dose generosa di violenza anche piuttosto radicale, come i pulp magazine (rivolti a un pubblico adulto, magari di giovani adulti ma comunque almeno adolescenti). In questa fase, Wertham non concentra ancora le sue critiche più specifiche sul fatto che i comics siano dannosi per la lettura e, più in generale, per il ragionamento, ma evidenzia il loro alto tasso di violenza, con una forte carica erotica e rimandi impliciti al sadismo, al bondage, e altre pratiche all’epoca indubbiamente condannate (e ancor oggi certo non rivolte alla fascia della prima infanzia).

Chiaramente, il punto appare oggi quello di una vigilanza sulla prima infanzia e non la censura dei comics tout court come da lui evocata (con toni oggi inaccettabili: Wertham evoca in positivo, nel 1948, i roghi dei fumetti effettivamente realizzati in quegli anni). Colpisce che Wertham è di origine ebraica askenazita, originario della Germania, e ovviamente colto: ma il rogo di fumetti non gli suscita alcun parallelo con gli analoghi roghi della Germania nazista, in fondo di pochi anni prima, in cui ardevano anche i libri dei suoi maestri, come Freud.

L’anno seguente, Wertham testimonia per la prima volta in un processo riguardo ai fumetti e al loro influsso.

 

6624622

51pCVOauK-L._SX318_BO1,204,203,200_

 

Gli anni ’40 si chiudono con un suo nuovo volume, “Lo Show della violenza” (1949), in cui Wertham sottolinea il suo titolo di M.D, “medical doctor”, e chiarisce nel sottotitolo come “uno psichiatra ci spiega perché la gente uccide e come gli omicidi possono essere prevenuti.” La copertina, astratta, suggerisce quasi una vasta colata di sangue. Un’altra cover ancor più popolare lo promuove a “great psychiatrist” e calca ancor più la mano; forse in questo caso la grafica richiama subliminalmente uno schermo cinematografico (e i titoli di testa di un classico film americano di quegli anni); lo stesso termine “show” sembra implicare un’evocazione degli effetti della fiction.

La sintesi del testo amplifica tale impostazione:

“In our dreams and fantasies, we are all murderers, leveling whole cities with our unconscious hates and fears. Most of us are content merely to dream. But in some, their dreams lunge out into nightmarish reality: mothers kill their own children; shy, gentle boys become mass murderers; old men lash out in violence. What is it that pushes them beyond fantasies into brutal violence? What are the mental states which lead to murder? How does the mind of the murderer differ from that of a normal person? How does society contribute to murder? Can a murderer be completely sane?” (vedi qui)

Wertham parte dalle consuete considerazioni freudiani (ognuno possiede pulsioni inconsce violente, se non omicide, anche se le reprime) e le pone in modo scandalistico: “in ogni persona si cela un potenziale assassino!”.

Intanto nel 1950 il Senato convoca la commissione che seguendo anche le indicazioni di Wertham, porta all’istituzione del comics code nel 1955.

 

 

s-l300

 

vertigo-vintage-movie-poster-original-1-sheet-27x41

s-l640

Due anni dopo al saggio centrale nell’attacco al fumetto, uscito nel 1954, esce questo “Il cerchio della colpa” (1956), con una cover che curiosamente sembra anticipare Vertigo Si parla di nuovo di un “caso shock” newyorkese, e si riflette sul ruolo dei “mass media”: il giovane assassino Frank Santana viene difeso da Wertham giustificando le sue azioni con l’influsso che i mass media hanno avuto nel condizionarlo (viene quasi da leggere in controluce un altro psichiatra fumettistico, il dottor Wolper, sempre pronto a difendere qualsiasi criminale famoso in Dark Knight Returns). Nell’opera è incluso nuovamente un riferimento ai fumetti, in un paio di capitoli. Curiosamente, nel 2007 il volume è stato ripubblicato da William Bush, il quale sostiene la validità delle tesi di Wertham (che quindi, fuori dalla cerchia fumettofila, non è affatto così screditato: magari nemmeno nelle sue evocazioni di roghi veri o simbolici dei comics…).

wertham_signcain

 

“Un segno per Caino” (1966) prosegue questa tendenza al titolo ad effetto, ma la citazione è colta, e rimanda al segno biblico che Dio imprime su Caino perché sia al tempo stesso segnato e risparmiato (qui da noi, ha ispirato “Nessuno tocchi Caino”, associazione legata ai radicali contro la pena di morte). Ancora una volta, Wertham scagiona i giovani omicidi e attribuisce la colpa delle loro azione all’influsso della pubblicità, delle armi giocattolo, e in genere dei vari aspetti della pop culture.

 

513FwsA9dpL

 

L’ultima opera di Wertham, come noto, va in controtendenza. “Il mondo delle fanzine”, nel 1973, tende a riconoscere il fenomeno  come un vitalismo positivo, dal basso (il fenomeno in realtà non era certo nuovo e risaliva al 1940, quando ne appaiono i primi esempi americani). Per quanto accolto con scetticismo, se non con ostilità, dal mondo dei comics, in questa fase Wertham ridimensiona i suoi attacchi ai fumetti, senza rinnegarli del tutto (i tempi in cui si apprezzano i roghi di libri sono lontani). Scrivere una fanzine è per Wertham un meccanismo tutto sommato sano e creativo di comunicazione (almeno come forma, anche se non come contenuto, approverebbe Lo Spazio Bianco, insomma).  Ma l’opera non ricucirà i rapporti tra Wertham e il comicdom, e durante il suo intervento al Comicdom di New York sarà accolto da una selva di fischi. Lo psichiatra, piccato, smise di scrivere di fumetti: non era più l’epoca per stroncarli, e non poteva riciclarsi a parlarne bene. Morì pochi anni dopo, nel 1981, in età abbastanza avanzata – 86 anni – ancora avvolto dall’aura di arcinemico dei comics.

Questo eccezionale sito raccoglie tutto il materiale su Wertham che l’autore riesce a trovare, ed è sicuramente un punto di partenza curioso per approfondirne ulteriormente la figura.