Bentornati su Lo Spazio Disney!
Già un nuovo post?!? Ebbene sì, ma non abituatevi troppo a questi ritmi 😛
Dopo un articolo più “generalista” come quello precedente, torno a parlare di storie uscite recentemente su Topolino, anche se ovviamente non con la formula dell’osservatorio generale mensile.

Difficilmente questo tipo di scritti saranno su una singola avventura, salvo casi specifici, mentre mi piace l’idea di accorparne due o tre che per qualche motivo possono avere senso insieme.
Inauguro allora questo nuovo corso con Casty, e direi che non si poteva cominciare sotto una migliore stella.
L’autore goriziano da ormai qualche anno non è più una presenza così ricorrente sul settimanale: era tornato a fare capolino un po’ più spesso, nelle sole vesti di disegnatore, con il ciclo di Macchia Nera sceneggiato da Marco Nucci, ma messo in pausa anche quello il fumettista ha ripreso a latitare, fino all’exploit del 2024 con Topolino e la Spectralia Antartica, avventura in tre tempi più un prologo che riprendeva il ciclo di Atlantide.
Questo tribolato arco narrativo prosegue 15 mesi dopo con Topolino e le vestigia di Z, pubblicata sui nn. 3637-3638-3639 dello scorso agosto, interamente scritta e disegnata da lui.
Tra presunti re e città perdute

Da qui ha inizio una rocambolesca vicenda, ambientata stavolta tra giungle, poveri villaggi e città perdute nel più puro stile avventuroso di un tempo; i riferimenti sono ai romanzi d’appendice e d’avventura per ragazzi del Novecento, ma anche alle storie di Floyd Gottfredson e Romano Scarpa… del resto, l’eccentrico Bo non può non ricordare Tapioco Sesto, il re di Pampania ideato dall’autore veneziano per la sua Topolino e il mistero di Tapioco Sesto.

Si veda a tal proposito la scena del primo episodio in cui tenta di decollare con l’aereo fornito da un’alleata locale: momento tra i più felici della narrazione grazie al ritmo altissimo che mixa azione e comicità, nella miglior tradizione disneyana.

Sul finale si riesce anche a portare alcune riflessioni molto più profonde di quanto potrebbero sembrare di primo acchito: considerazioni su come vivere la vita e i sentimenti, o sull’importanza che diamo a cose che in realtà non dovrebbero averne così tanta.
Ancora una volta Atlantide per l’autore diviene quell’esempio di popolo illuminato, di cui cercare di scoprire quanto più possibile non per i presunti tesori di cui sarebbe custode o per i traguardi che avrebbe raggiunto, quanto per l’equilibrio con la natura e il valore etico che gli atlantidei avevano saputo ottenere in perfetta armonia con la Terra. In questo senso la redenzione finale di un certo personaggio riempie il cuore con semplicità e senza risultare stucchevole.

Resta invece un po’ “bloccato” sui personaggi, in particolare – ma non solo – sul terzetto di protagonisti, che rischiano di risultare ingessati in quel classicismo estetico a cui guarda insistentemente Casty ma che sembra quasi stonare con il resto delle sue stesse tavole.

Infine, mi spiace che a livello di trama orizzontale non ci sia stato praticamente nessun passo in avanti verso Atlantide: in Le vestigia di Z non si sono avuti nuovi indizi né si è imparato qualcosa sulla civiltà atlantidea che sia utile per il suo ritrovamento.
Ma non mi lamento troppo: la storia è ottima di per sé e tanto mi basta per essere contento; è anche decisamente differente dal panorama dell’attuale Topolino, per approccio e impostazione, e trovo salutare che la redazione permetta di tanto in tanto anche taluni exploit di diverso tipo.
Un’avventura paperoniana “come una volta”

L’artista ha già avuto modo di rappresentare l’altra metà del cielo disneyano in alcune copertine e nell’avventura corale Minaccia dallo spazio di Francesco Vacca, ma non si era mai occupato di disegnare un’intera storia nella quale i Paperi fossero assoluti protagonisti.
Il pretesto gli è stato fornito da Vito Stabile, amico e validissimo sceneggiatore “specializzato” nelle avventure del suo mito Paperon de’ Paperoni.
L’autore imbastisce una trama molto classica, come ha già fatto in diverse occasioni in passato, dando la sua visione del personaggio e dei plot che storicamente lo hanno sempre caratterizzato.

Vito frulla quel tipo di narrazione standard per l’epoca con il quid che fornivano Barks e Cimino e con la propria sensibilità, realizzando una sceneggiatura che è la quintessenza della disneyanità: un’impostazione classica che viene trattata nel giusto modo per risultare al tempo stesso attuale, fresca e godibile anche per i lettori di oggi.

Ma non è quello il problema principale: il cimelio sembra avere la proprietà di attirare i più svariati guai sul suo possessore, come puntualmente accade allo Zione che va incontro a diverse perdite di denaro e ad affari sballati; cercherà quindi di sbarazzarsene per eliminare la maledizione in cui sembrerebbe essere incorso.
Fino a qui il plot ricorda effettivamente molto da vicino decine di storie pubblicate una cinquantina d’anni fa sul libretto, ma la virata personale si riconosce in due aspetti: l’esito finale e la figura dell’esperto che Paperone interpella, precedente vittima della maschera.
Cercando di non spoilerare troppo, mi limito a dire che la deriva più concreta che lo sceneggiatore assegna alla vicenda sul finale, lungi dal rovinare la “magia” riesce piuttosto a dare una svolta non solo inaspettata ma anche capace di far riflettere tanto il protagonista quanto il lettore su concetti quali la sfortuna e un giusto atteggiamento nei confronti delle beghe di tutti i giorni. Non importa che quelle di Zio Paperone siano stra-ordinarie rispetto a quelle di persone comuni come noi: sono le sfide quotidiane che ci rendono vivi e non bisogna pensare che le rogne siano mero frutto di accanimento della sorte.
Per quanto riguarda il consulente a cui accennavo sopra, invece, la sua figura è interessante per come viene tratteggiata perché, pur rimanendo in parte defilata, ha un ruolo determinante nello sviluppo dell’intreccio e della convinzione che pervade Paperone; inoltre il suo background e le (presunte) conseguenze della maschera sulla sua vita sono una chiave di lettura altrettanto interessante e figlie di un gioco di scrittura assai stimolante, anche per come vengono introdotte nelle due magistrali tavole di prologo.

Dall’altra parte questo “retrosguardo”, ibridato comunque con una qualità di stampa e di nitidezza delle linee sicuramente migliore di cinquant’anni fa, se inteso come una simpatica eccezione ad hoc, un po’ come fu per il reboot di Sandopaper la scorsa estate, costituisce un piacevole divertissement che non disturba i lettori più giovani, non sovverte l’attuale corso e può venire accolto con un sorriso nostalgico dal pubblico più maturo.

Anche per quanto riguarda l’approccio alle ambientazioni valgano le stesse considerazioni, così come per la gabbia che rimane piuttosto regolare.
Mi piace però porre l’accento sulla recitazione, in particolare proprio quella di Zio Paperone e di Paperino, che il disegnatore è molto meno abituato a muovere su carta: in particolare nelle interazioni tra i due c’è tutta la vitalità e la spontaneità che regola il loro comportamento interpersonale, potendo apprezzare il leggero conflitto ma anche la complicità che emerge nel momento del pericolo. Per quanto riguarda lo Zione di per sé, invece, Casty riesce a evidenziare efficacemente le varie emozioni che lo attraversano, dalla gioia alla preoccupazione, lavorando bene sulle espressioni del becco così come sulla postura e sul modo in cui i suoi “complementi” (cilindro, bastone, occhiali) si adattano a lui.
Una bella prova, insomma!
Bene, per ora non ho altro da aggiungere: vi ringrazio per l’attenzione e vi anticipo che già a stretto giro tornerò con un altro post, già pronto e programmato.
Stay tuned, quindi, e alla prossima!