Bentornati su Lo Spazio Disney!
Ci siamo: mentre starete leggendo queste righe io avrò da pochi giorni preso possesso della mia nuova abitazione, nella quale mi sono trasferito con la mia compagna proprio in quest’ultimo scampolo di luglio.
C’è voluto più tempo di quanto preventivato, ma alla fine siamo riusciti a far iniziare questo nuovo capitolo della nostra vita, e sono sinceramente emozionato.
Non so bene neanch’io come, ma anche in mezzo a preparativi, pulizie massive e trasloco sono riuscito comunque a stare al passo con la lettura di Topolino: per quanto riguarda però questo appuntamento fisso del recap mensile, potreste notare qualche differenza.
Rispetto alla visione puntigliosa che ho solitamente adottato in questo spazio (dalla quale rimanevano fuori davvero pochissime storie tra quelle pubblicate nel corso del mese) stavolta ho infatti scelto di sorvolare su tutte quelle storie di cui normalmente farei cenno ma per cui ci sarebbe effettivamente poco da dire, magari quelle pubblicate nella parte centrale degli albi o quelle brevi, a meno di exploit particolarmente degni di nota, concentrandomi su quelle considerabili “di punta” o comunque per le quali ho ritenuto di avere dei pensieri un po’ più approfonditi da esprimere. È già tanto essere riuscito a scrivere qualcosa sulle avventure maggiormente di spicco e pertanto ho preferito concentrarmi su quelle in maniera approfondita e senza lesinare sulle argomentazioni a sostegno delle mie opinioni, piuttosto che parlare a pioggia di tutto liquidando tutto velocemente.
Spero condividiate e che possa essere comunque un pezzo completo e interessante.
Enjoy!
Luglio 2025: le storie da Topolino

Ahimè, non mi è piaciuta affatto. Purtroppo c’è qualcosa, nello stile di sceneggiatura di Cabella, che non deve incontrare il mio gusto visto che, con l’eccezione delle prime due storie pubblicate dal suo ritorno al giornale, in generale le sue prove successive non mi hanno mai convinto, a dispetto di genere e personaggi coinvolti.
Non fa eccezione questa space-opera nella quale una versione alternativa di Minni finisce in un pianeta-discarica priva di memoria, incontrando un Topolino versione meccanico di astronavi, dal passato altrettanto misterioso. I non-detti dovrebbero creare suspense e interesse ma vengono messi in campo in maniera talmente fumosa che per me è stato difficile entrare nel mood e provare a farmi trasportare dalla narrazione, magari invogliato a capirne di più. L’ambientazione mi è apparsa lontana e respingente, le poche coordinate fornite non mi hanno intrigato e sono riuscito a connettermi poco con queste versioni dei personaggi. Anche l’elemento “magico”, fornito dalla capacità del popolo di pippidi di ricostruire la storia di un oggetto solo toccandolo, viene gestita in maniera poco soddisfacente, presentandola senza troppa verve rispetto alle potenzialità che poteva avere (benché un potere simile non sia nulla di originalissimo: nel fumetto Disney lo possedeva già l’antiquario Toppersby all’interno della serie X-Mickey).

La risoluzione nella terza parte non ha migliorato la situazione: lo snodo narrativo che svela l’identità di Minnih risulta piuttosto piatto e prevedibile, introducendo peraltro solo in questo momento il villain della vicenda, portando quindi a uno spiegone riassuntivo per giustificare le proprie azioni e i suoi obiettivi.
Insomma, la trama non mi ha preso, queste versioni dei personaggi nemmeno, l’impianto nel complesso l’ho trovato poco armonico e i disegni troppo marcati.

Gervasio parte da uno spunto che, a dispetto della propria semplicità e di un persistente senso di già visto, si rivela forte e in grado di tessere un racconto stimolante, nel quale Fantômius potesse essere messo alle strette: l’idea stessa di un club dedito a celebrare le imprese dei criminali più famosi e arditi mi attraeva e per tutta la prima parte dell’avventura mi stavo godendo l’intreccio… ma nella seconda parte tutto si riduce al solito valzer in cui sembra che si stia per smascherare l’identità segreta del ladro e poi tutto va in fumo con qualche forzato stratagemma. A quel punto l’intera impalcatura si è sgonfiata e la storia è proseguita blandamente fino alla fine.
I disegni rientrano nella media dell’artista e della serie, senza grandi differenze rispetto al solito: appaiono meramente al servizio della narrazione senza troppi fronzoli e senza grandi variazioni della griglia, un tratto medio che comunque porta a casa il risultato – in particolare grazie al fascino che Gervasio riesce sempre a infondere all’identità civile di Dolly Paprika (con gli occhi e con gli abiti) e all’efficace colorazione seppiata – anche al netto di alcune vignette meno riuscite per espressioni, pose e recitazione degli attori in scena.
Non credo che ricorderò Il club del crimine come uno dei momenti migliori dell’ormai ultradecennale saga di Fantômius: sembra che, in seguito alla parentesi ambiziosa caratterizzata da Famedoro sindaco, l’autore abbia preferito volare più basso confezionando storie che, pur in due parti, si attestino su trame meno articolate. Un bene, sotto certi aspetti, ma non mancano le controindicazioni e, per quanto mi riguarda, quel senso di nostalgia verso i primissimi episodi nella loro semplicità.

In un progetto del genere il rischio di un more of the same è sempre dietro l’angolo, ma l’intelligenza di giocare con i diversi generi narrativi delle serie TV che Paperina e Chiquita devono produrre per il canale streaming di Paperone permette quella varietà necessaria e non fossilizzare il racconto: tematica principale di questa season 3 è l’horror, in seguito a un sondaggio effettuato tra i lettori, e Badino ha quindi buon gioco nel divertirsi con i tanti stilemi di cui il filone è stato portatore negli anni, foriero da sempre di parodie e battute esorcizzanti.
La squadra è la stessa, tra sceneggiatori, attori e regista, e fin da questi primi due episodi (nel momento in cui scrivo devono ancora uscire gli ultimi due) sembra proseguire sulla falsariga di quanto visto in precedenza (e raccolto in un albo de I Classici Disney uscito strategicamente in contemporanea). Le battute nonsense e volutamente sciocche, a base di giochi di parole, sono a un certo punto una vera raffica che può anche diventare stucchevole, ma spesso sono così puerili da fare il giro e scatenarmi comunque il riso, cosa che solitamente mi accade con Leo Ortolani e pochi altri.

L’introduzione di un imprevedibile (e improponibile) Ciccio in versione regista è un tocco di classe che mi ha fatto ghignare assai, così come le ripetute parodie di titoli di film e serie.
Ziche ai disegni accompagna la narrazione perfettamente a proprio agio: il passo narrativo è quella che si confà particolarmente alla matita saettante e sintetica dell’artista che, tra espressioni esageratamente sconvolte ed eccessi vari, trasmette sui personaggi e sul loro linguaggio del corpo tutte le conseguenze di quanto avviene attorno a loro. Nota di merito finale per il suo Ciccio “pastoso”, placido e beatamente rotondo.

Viene invece raccontata l’ondata di furti che Baskerville riesce a risolvere, assicurando i colpevoli alla giustizia in tempo zero battendo non solo Basettoni, Manetta, Rock Sassi e Irk, ma anche lo stesso Topolino. Il sospetto che ci sia qualcosa sotto lo mette Gambadilegno proprio al suo rivale storico, aprendo così il vaso di Pandora e cambiando di fatto radicalmente la visione che i lettori avevano della new entry del cast.
La mossa di Testi è coraggiosa e scioccante: in tal senso è da premiare, perché riprendere una propria creazione e ribaltare le carte in tavola sul suo conto alla seconda storia in cui appare non è certo una cosa da poco. La specifica realtà che lo sceneggiatore ha illustrato, peraltro, è interessante di per sé come tema perché gioca sul filo di lana tra la legittimità di un obiettivo e la liceità dei metodi per conseguirlo, china scivolosa e proprio per questo valida da inserire in una storia Disney.

Un neo che invece riscontro è l’unico collegamento con l’avventura precedente: Topolino fa riferimento alla risoluzione del “primo caso” in cui lui e Leo hanno collaborato, ma in quell’indagine la dinamica – al contrario di quanto si fa intendere nel dialogo – non era quella oggetto di questa storia, per cui non mi spiego bene il riferimento.
Ai disegni torna Mazzarello, che analogamente alle sue prove recenti si attesta sulla sufficienza: si notano gli sforzi per mantenere un tratto fluido e in linea con le indicazioni frecceriane, soprattutto nella recitazione di Topolino; continuo ad apprezzare quello che sta ormai diventando un suo marchio di fabbrica, cioè l’abbigliamento del protagonista costituito dalla camicia verde portata aperta sopra la polo blu; validissimo il character design di Leo Barkserville; ma in più occasioni, nella testa di Mickey, di Gamba, del Commissario e degli ispettori, si intravedono echi del suo stile precedente che cozzano con la tendenza verso quello attuale e incanalato, portando ad alcune vignette un po’ “indecise”.

Bosco riconferma la propria stoffa di giallista e rilancia, rispetto alle ultime storie di genere, con un intreccio che come nella migliore tradizione giallistica fonde contesti vacanzieri con un mistero su cui indagare: la qualità della sceneggiatura è decisamente alta, grazie a un racconto fluente e chiaro che rispetta i canoni del genere e accompagna saldamente il lettore nel corso della trama. I comprimari vengono presentati con tutti i crismi e sono caratterizzati in maniera tale da apparire piuttosto realistici, così come credibili sono i dialoghi tra Topolino e Mini in versione turisti, che comunicano davvero l’idea di una coppia in vacanza. Ottimo il contesto del piccolo borgo marittimo, bello il ritmo pacato del racconto, ho gradito molto che entrambi i fidanzati indaghino di concerto – anziché avere per l’ennesima volta lo stereotipo di Minni che mal sopporta le velleità del compagno – e ben utilizzato lo stratagemma dei due casi che si intersecano (pur blandamente, in questo caso). Forse la risoluzione dell’indagine principale pecca un pochino per via di un topos un po’ logoro, ma lo sceneggiatore è stato bravo a inserirlo coerentemente con le premesse e lo sviluppo in generale, sfruttando molto bene il colpo di scena. Ha giocato pulito, e questo rimane uno dei grandi meriti per un giallista.
Magistrale Perina ai disegni, che accompagna la storia con il suo tratto morbido e piacevolissimo, che esalta le forme dei due protagonisti, compie un ottimo lavoro di character design sui numerosi personaggi secondari creati per l’occasione e soprattutto si sbizzarrisce nei panorami solari e intimi di Sunset Cliff, tra borgo, spiaggia e scogliera. Come questo artista, a questo punto della sua carriera, non sia considerato uno dei conclamati Maestri della sua generazione rimane per me un mistero, discorso che si potrebbe ampliare ad altri nomi come Limido e Guerrini che pure difficilmente vengono ricordati nelle liste dei disegnatori di spicco.

Non poteva esserci sceneggiatore più azzeccato di Vito Stabile per un primato del genere, considerando la sua visione a 360° del microcosmo paperoniano e la sua attenzione alle basi classiche dello stesso: non è la prima volta che l’autore campano si trova alle prese con Cuordipietra e, come in precedenza, dimostra di saperlo muovere con grande coerenza e consapevolezza del suo carattere, distinguendolo in modo chiaro e netto dalle caratteristiche di Rockerduck come solo Francesco Artibani prima di lui.
Renderlo protagonista assoluto e senza metterlo in un confronto diretto con Zio Paperone permette di scavare più a fondo nel personaggio: la tavola prima del titolo getta una luce molto interessante sul suo background, per esempio, andando con tatto e senza didascalismi a tentare una spiegazione sull’avversione di Famedoro nei confronti del concetto di famiglia. Il tema è centrale in tutta la trama, risultando la lezione che il magnate impara… in seguito al trattamento del Dottor Piuma!

Invero il rischio di ricorrere a un facile deus-ex-machina con questo Dottor Piuma aleggia sempre più, specie se prossimamente sempre più sceneggiatori volessero utilizzarlo, ma dall’altro lato è sintomo di spirito di squadra e di un intelligente sguardo complessivo sul settimanale quello di utilizzare quanto già a disposizione quando può apparire utile alle proprie idee (un po’ come detto per Lord Hatequack in Siamo serie!). E per questa “favoletta morale” del vecchio Famedoro, il trucchetto ci stava tutto.
Graziano Barbaro illustra la storia con il suo tratto dettagliato, che ha la capacità di apparire comunque semplice e lineare ma che, a una seconda occhiata, rivela la perizia tecnica, il mestiere e il particolare gusto estetico che sa infondere alle sue tavole. Buona anche la sua versione di Cuordipietra, in particolare nelle espressioni che gli dipinge sul becco.

Dopo un furto in una villa, Gambadilegno picchia la testa e perde la memoria, convincendosi di essere il maggiordomo che aveva impersonato; per trovare la refurtiva il Commissario Basettoni e alcuni agenti si fingono domestici della magione assecondando il furfante, al fine di scoprire il nascondiglio del prezioso trafugato.
Un incipit in apparenza scontato e già visto viene sviluppato in maniera dissacrante da Zironi, che si diverte a raccontare una circostanza decisamente particolare e a mettere in situazioni scomode i poliziotti sotto copertura, costretti a sottostare alle direttive di Pietro: è questo il cuore della storia, lodevole per la sua capacità di scombinare le carte, ma al contempo rappresenta il punto debole dell’insieme per come è gestito, in una serie di siparietti comici quasi slegati tra loro e incentrati su Basettoni, Manetta & co. alle prese con mansioni domestiche in cui non brillano. Il contrappunto umoristico, necessario nella scrittura disneyana, trova qui una declinazione un po’ troppo frammentaria che sembra fare da mero ponte alla risoluzione della vicenda, che torna a utilizzare soluzioni archetipe prima di sciogliersi in una gag, questa sì riuscita e frizzante. In tutto ciò Gambadilegno non spicca come potrebbe ma in ogni caso, in generale, la storia si fa leggere piacevolmente e intrattiene: nota di merito per le prime tavole, che trovano una soluzione decisamente interessante per introdurre la vicenda in maniera meno tradizionale.
Quest’ultima considerazione ci porta ad analizzare i disegni: proprio le pagine iniziali mostrano infatti una regia particolarmente felice e intrigante nel mostrare le fogne in cui il maggiordomo si risveglia, con inquadrature suggestive e un ottimo modo di comunicare graficamente il contesto.
Il gioco di camera continua egregiamente per buona parte della storia, con riprese dal basso, tagli che escludono coscientemente dalla scena elementi o volti e un dinamismo visivo che definirei virtuoso.
Anche la gabbia appare movimentata, con incastri interessanti tra le vignette e riquadri di varie forme e dimensioni, a restituire quel ritmo adrenalinico che in diverse sequenze è proprio di questa sceneggiatura.
Lo stile di disegno è come di consueto volutamente grezzo per personaggi come Gamba e Manetta, mentre si fa più elegante per il riccone derubato; sfondi e ambienti costituiscono infine una via di mezzo tra queste due attitudini, con un risultato estetico non sempre convincente, ma perlomeno personale e riconoscibile.

Perfetto emblema della narrativa facciniana, il tizio in questione ha le fattezze – oltre che il nome – di un piccione per giocare sulla sua prerogativa: essere un impiccione di prima categoria, velleità che sfoga in una sequela di domande che investono il prossimo fino a stordirlo, farlo infuriare o spingerlo alla fuga. Ovviamente è sempre Paperino a farne le spese, che nella commedia papera di Faccini è perennemente vittima dei comportamenti inopportuni, sopra le righe o decisamente folli di figuri come Paperoga, Sgrizzo, il collega d’ufficio ne L’autocontrollo massacrante, Gastone o appunto Timoteo.
Dopo moltissimi anni di assenza Piccione torna alla carica in una delle storie più divertenti dell’autore di questo 2025, ovviamente per ora: il martellio è talmente convincente da essere riuscito a innervosire perfino me, in un paio di passaggi, sintomo del buon lavoro di Faccini.
Al di là del personaggio, la trama che vede Paperino tentare un corso di scrittura creativa e usare il testo di prova prendendo in giro amici e parenti per le loro caratteristiche è di per sé spassosa e genuina, senza contare la presenza del Cipolla – rozzo motociclista dedito a sfottere Paperino gratuitamente – e il geniale contro-finale della vicenda che riguarda anche lui.
I disegni, infine, sono sempre un perfetto accompagnamento a quanto raccontato grazie alla linea morbida e alla recitazione azzeccata.

Una lettura senza troppe pretese che scorre però liscia come birra fredda d’estate; il plus è dato comunque dai disegni di Peinado, il quale con un paio di quadruple d’effetto e con l’aspetto conferito alle statue e agli abitanti dell’atollo fa spiccare esteticamente le sue tavole. Appaiono invece un po’ meno armonici, in diverse vignette, proprio Paperino e Paperoga, caratterizzati da un aspetto meno pulito e più “sguaiato” che non ho del tutto gradito, ma nel complesso promuovo il risultato finale.
Bene, direi che è tutto.
È difficile per me dire quando ci si rileggerà su queste pagine: devo ancora prendere le misure della mia nuova realtà e, pur continuando per ora a seguire fedelmente Topolino, non mi è dato sapere se riuscirò a essere sempre sul pezzo nella lettura settimanale, né se e quanto tempo avrò per mettere per iscritto le mie impressioni sulle storie.
Anche la pagina Instagram rischia di essere meno aggiornata: già con luglio ho smesso di postare ogni mercoledì sera la foto del nuovo numero di Topolino, per esempio, e dovrò capire come tenerla comunque viva anche con un postaggio meno fitto.
Agosto in teoria dovrebbe garantirmi maggiore tempo libero, ma, tra le tante cose ancora da “assestare” nell’appartamento e magari qualche giorno di vacanza fuori porta, al momento non so dire quanto potrò dedicarmi alla stesura di un articolo come questo, pur concentrandomi solo sulle storie principali e tralasciando le altre.
È probabile quindi che il concept del recap mensile così come impostato finora sia ormai arrivato al capolinea e dovrò quindi considerare soluzioni alternative per parlare di Topolino su Lo Spazio Disney, se non da agosto sicuramente da settembre: magari concentrandomi solo su quella manciata di storie lunghe di spicco che vengono pubblicate al ritmo di due-tre al mese, magari con un appuntamento aperiodico e non più fisso, chissà. È presto per dirlo.
Potrebbe essere più facile che tornino articoli estemporanei su argomenti generici, che latitano da un po’ ma che possono nascere anche di punto in bianco, o potrebbe ripetersi l’esperienza delle live in maniera più strutturata dato che mi permetterebbero una forma più agile rispetto ai post… attualmente ci sono tante possibilità aperte, anche in concerto con il sito principale, voi seguitemi sulla pagina Instagram de Lo Spazio Disney e tenete d’occhio i social de Lo Spazio Bianco per non perdervi i futuri aggiornamenti.
Alla prossima, e buona estate!