Bentornati su Lo Spazio Disney!
Maggio è stato per me un mese impegnativo e stimolante: quello in cui ho trovato un appartamento in affitto in cui andare a convivere con la mia compagna Anna! Tra fine giugno e inizio luglio mi trasferirò, quindi, con tutti i cambiamenti che ne conseguiranno: questo potrebbe portare, specialmente nell’immediato, a un rallentamento della mia attività online, in particolare proprio per quanto riguarda il blog, le live (cambierà il setting, uuuuuh… chissà se rimarrà il Paperone di Don Rosa sullo sfondo? 😛 ) e Instagram, ma l’obiettivo è quello di non sparire troppo a lungo. È un “sacrificio” che vale assolutamente la pena di affrontare, per quanto mi riguarda, in vista di questo nuovo ed emozionante capitolo della mia vita.
Per ora, comunque, beccatevi il mio recap del “Topo” di maggio 😉
Maggio 2025: le storie da Topolino

Non tutto è da buttare, in particolare ho trovato un ottimo Pippo (supporto comico della trama e non solo) e un modo molto azzeccato e perturbante di raccontare i rapporti tra i personaggi (Topolino e Minni, Topolino e i razziatori, Topolino e Jill), ma mi aspettavo di più.
Anche Ferracina non brilla, come se avesse riservato il meglio ai capitoli precedenti e qui si fosse frenato, a parte un paio di splash molto ispirate.
Terravento, nel suo complesso, risulta quindi un esperimento riuscito a metà, che nel risultato non ripaga compiutamente l’ambizione che lo guidava; ci sono però molti elementi promettenti, che confido possano essere sviluppati ulteriormente nel prosieguo.

Per quanto riguarda me nello specifico, invece, il Novecento disneyano è stata una delle storie che mi hanno spinto a riavvicinarmi a Topolino e al fumetto Disney dopo alcuni anni di totale allontanamento: incuriosito dal modo in cui sarebbe stato adattato il testo di Baricco e attratto dai disegni di Cavazzano, uscii estasiato dalla lettura e da allora ricominciai a tenere d’occhio quello che il settimanale avrebbe proposto.
Riprendere in mano quell’ambientazione e quei personaggi oggi, a 16 anni di distanza, era qualcosa di assolutamente rischioso: il Faraci e il Cavazzano odierni non son più quelli di allora e il pericolo era di consegnare qualcosa di molto lontano dalla prima avventura.
Ebbene, così non è stato: non so dire se il merito sia da ascrivere all’attenzione di Alessandro Baricco, alla magia di questo testo magnifico o al fatto che Tito abbia saputo ritrovare quella ispiratissima vena grazie all’insieme dell’opera, ma il risultato mi ha soddisfatto quasi completamente.
Pippo Novecento è ancora perfettamente in parte, con la sua genuina svagatezza e la sua levità che lo fa camminare sopra le miserie della vita, oltre che col suo enorme talento; l’inserimento di Gambadilegno e Trudy risulta ben amalgamato col contesto e gli spunti tematici sono funzionali, riuscendo a riprendere anche alcuni elementi del monologo di Baricco che non avevano trovato spazio nell’avventura (come il concetto della prima persona su una nave che avvista terra).
L’umorismo è ben presente – specialmente grazie alla coppia di criminali – ma senza pestare i piedi alla poesia di cui la storia si fa naturale portatrice, in un gioco di scambi virtuoso che rappresenta pienamente l’approccio disneyano alla scrittura: le battute non sono mai fuori posto, la comicità non è mai crassa ma portata con una certa intelligenza di fondo, anche quando gioca su elementi più “sciocchini”.

È un problema che ravviso in particolare sui Paperi e su Topolino-Minni: in questo caso, quindi, a parte il buon Mickey che in alcune pose e alcune raffigurazioni del volto appare abbastanza “strano” o decollato, devo dire che Le altre storie di Pippo Novecento si configura come una delle prove cavazzaniane meglio riuscite degli ultimi mesi. La copertina del numero che ospita la storia mi aveva fatto temere assai per Pippo, ma nelle tavole l’ho trovato in forma decisamente migliore rispetto all’illustrazione di cover, per quanto lontano dai fasti del 2008. Per Gambadilegno ci sono maggiori criticità, in particolare nel viso, che lo deformano senza pietà… ma nel complesso tiro un sospiro di sollievo.
Menzione particolare alle prime due tavole lasciate a matita, nelle quali è facile intravedere che Re Giorgio non ha perso del tutto lo smalto e che da quella mano riesce ancora a far emergere scintille di magia sui personaggi.

La storia sportiva-marchettara è sempre un genere pericoloso, ma negli ultimi anni la redazione era riuscita a declinarla in maniera vincente mettendo la narrazione prima di tutto.
In un certo qual modo anche Testi lo fa, il problema è che attinge a siparietti e dinamiche trite e ritrite che non sembrano trovare nuovi modi di essere messi su carta: penso allo scontro tra Paperone e Rockerduck, penso al modo di descrivere di Paperino e Paperoga, penso all’uso piuttosto piatto e gratuito del vip paperizzato di turno (al contrario di quanto accaduto l’anno scorso con Sinner)… piacevoli i disegni di Perina, ma per il resto mi è parsa un buco nell’acqua.

Le ottime considerazioni fatte il mese scorso vengono qui ribadite e moltiplicate: il concept è fresco e accattivante, rappresenta un ottimo modo di tornare alle atmosfere della saga fantasy senza impegnarsi in un nuovo arco narrativo e ci restituiscono un Gambadilegno in forma smagliante. Oserei direi che erano anni che non vedevo il vecchio Pietro scritto così bene, in maniera tanto sfaccettata e realistica senza per questo andare a depotenziare il proprio lato negativo: non era semplice, considerando il ruolo inedito in cui gli autori l’hanno calato. Si riesce a non mandare tutto in burletta con facili mezzucci, mantenendo però ben salda la comicità a mò di valido supporto ad una narrazione fortemente ritmata e non priva anche di spunti di riflessione.

Un lavoro mai fermo, mai domo e sempre stimolante, tanto per l’artista quanto per il lettore, forse una delle cose migliori di Lorenzo Pastrovicchio dai tempi di L’orizzonte degli eventi o, perlomeno, da Il regno di cristallo, terzo capitolo di Pippo-Nemo.
Applausi a scena aperta a tutti, quindi!

In questa nuova storia il personaggio dimostra di essersi già integrato nel paesino di campagna e soprattutto di aver legato molto con i ragazzini, giocando con loro e portandoli in viaggio; per quanto concerne quest’ultimo punto, in realtà, Duckes mostra una personalità a tratti ambigua negli scopi e negli atteggiamenti, che lo rende una figura sicuramente sfaccettata e interessante.
Al di là di questo, però, rispetto al racconto pubblicato ad aprile il risultato mi è apparso meno riuscito: bella l’idea di finire per far vivere nella realtà a Paperino, Louis e gli altri un’avventura piratesca come le tante che hanno interpretato nella finzione dei loro giochi, ma per il resto la trama procede in maniera tutto sommato piatto e senza troppi scossoni, se non per la caratterizzazione sempre brillante del Paperotto. Degno di nota è però il risvolto a livello di continuity interna alla serie, per quanto riguarda il rapporto tra lo sceriffo Marble e la maestra Witchcraft, che a questo punto dovrebbe interessare anche le prossime storie…
Ritrovo con contentezza Tosolini alle matite, che dimostra ancora una volta di riuscire a calarsi benissimo nelle atmosfere rurali e bucoliche di Quack Town con un certo feeling verso questo filone e questi personaggi; il suo stile è forse atipico rispetto al panorama attuale, un po’ meno “preciso”, ma proprio questo approccio vagamente più “dissonante” contribuisce a dare un’identità alla serie.

La complessità nel valutare questa storia si deve anche al collegamento con l’iniziativa di cui si fa portatrice, vale a dire la celebrazione della Treccani; come accadeva diversi anni fa, Paperinik diventa così testimonial di qualcosa piuttosto lontano da lui, con esiti non proprio riusciti… capisco che altre figure più calzanti – come Pico de Paperis, che pure compare nella vicenda – avrebbero magari avuto meno appeal, ma in una visione sincretista come è quella di Alex Bertani è strano vedere un’interpretazione così dissonante rispetto a quella cui ero ormai abituato.
Anche volendo soprassedere su tutto questo, la trama in sé non si rivela particolarmente efficace, bensì piuttosto debole nell’apparire come un mero pretesto costruito sopra le tematiche di base, vale a dire la valorizzazione dei neologismi.
La matita poco ispirata di Mazzarello, che qui soffre una spaccatura ancora più evidente che in altre occasioni tra il suo tratto originale e quello figlio dei suggerimenti di Andrea Freccero, non aiuta; invero, ci sono alcune vignette riuscite particolarmente bene e capaci di infondere atmosfera alla situazione e fascino alla figura del protagonista, ma nel complesso non si tratta di un risultato eccelso.

Viene sviluppato con una costruzione che denota mestiere, ma che a un certo punto smorza un po’ l’atmosfera… la quale si riprende però fortemente grazie ai ben due colpi di scena ben giocati da Pelosi e che devo dire riescono a dare una svolta alla narrazione complessiva. Il secondo, in particolare, col suo senso di straniamento, colpisce nel segno… ma quello che è mancato è un vero e proprio brivido dietro la schiena. La storia è solida, intrigante e vagamente sinistra, ma non del tutto inquietante.
L’approccio però è quello giusto e rispetto a diversi altri recenti episodi del progetto, qui siamo diverse spanne sopra… se lo sceneggiatore avrà modo di cimentarsi ancora con L’ora del terrore, suppongo che possa ulteriormente migliorare.
Efficaci i disegni di Usai: il suo stile è in realtà un po’ troppo solare per i racconti di Lord Hatequack, ma è pur vero che l’artista riesce a calibrare il tratto grazie a qualche tratteggio e a un buon gioco di ombre, nonché con un uso sapiente della prospettiva e delle inquadrature. Valido anche il lavoro su alcuni sguardi, siano essi spiritati o smarriti, in grado di settare bene l’atmosfera.

La visione dello sceneggiatore è equidistante un po’ da tutte le principali: si fa riferimento alla “mitica” fama da duri che i Bassotti avevano un tempo, si fa i conti con una versione attuale meno smagliante e si prova a dare la stura alla situazione con un’idea “tutta cuore”, dove Nonno Bassotto gioca un ruolo importante.
Meno significativa de La terribile Banda Bassotti di Vito Stabile del 2024, la storia ha comunque il pregio, senza troppe pretese, di presentare in maniera tutto sommato rispettosa i personaggi e di raccontare l’importanza dei giusti stimoli per dare lo slancio alle persone,
Surroz supporta bene tutti questi input, rappresentando scene dinamiche e graziate da una regia sempre interessante; molto buono anche il lavoro sui costumi degli antenati dei Bassotti.

L’idea – paradossale, esagerata… e quindi in character con lo Zione – di sostituire i cartelli con un unico cartellone dissuasore che copre l’intera facciata del Deposito è spassosa e Stabile, ormai professionista navigato, sa come portarla avanti con il giusto equilibrio, tra comicità e una direzione narrativa sicura.
Scelta felice quella di Coppola ai disegni: il suo tratto estremamente chiaro e semplice si presta molto bene al tenore di una vicenda tutto sommato classica e posata e accompagna il lettore con la giusta tranquillità visiva, per un racconto che non aveva bisogno di troppi effetti atti a stupire.
Bene così.

Lo stesso team autoriale cala stavolta Daisy Duck nel complicato mondo professionale contemporaneo, ed è interessante vedere il diverso approccio alla situazione… per quanto, in realtà, abbia rilevato qualche similitudine di troppo proprio in tal senso! La comicità faraciana gioca infatti molto su una certa seraficità sconsolata come reazione a certi risvolti avversi o antipatici, in maniera non molto dissimile da quanto accadeva con Paperino. Una sorta di disarmante rassegnazione che sembra colpire anche Paperina, alle prese con il ruolo di segretaria in un grande ufficio dove nonnismo e maschilismo regnano sovrani; ecco, se dobbiamo trovare un elemento distintivo tra questo spin-off e il ciclo originario, sarebbe senza dubbio la tematica – piuttosto scottante e attuale – di una certa attitudine, dura a morire, nel sottovalutare le figure femminili sui luoghi di lavoro. Far passare questo argomento in una storia Disney prettamente umoristica è sicuramente un buon modo per sdoganare un’attitudine tanto sgradevole quanto anacronistica, per quanto forse le ultime due tavole pecchino un po’ di didascalismo sulla questione.
Nulla da dire invece su Faccini, che fa il suo senza brillare ma mantenendo sempre una media qualitativa invidiabile nel disegno; ottimi gli sguardi dipinti sul volto di Paperina e molto valido anche l’abito che ha fatto indossare alla protagonista, particolarmente coerente con il contesto.

Oserei dire senza infamia e senza lode: il sentore “pubblicitario” si avverte fin troppo, ma questo non va a discapito della narrazione e tanto mi basta. La lettura è scorrevole e, nonostante il finale fosse fin troppo telefonato, lo sceneggiatore è in grado di inserirci un inserto “di cuore” piacevole e ben giocato.
Soldati ai disegni è una scelta forse un po’ troppo basica, quasi scontata considerando quante storie di tipo promozionale viene chiamato a illustrare; porta il suo tratto ormai noto e consolidato, né più né meno, ma ammetto che in alcuni passaggi mi è sembrato che fornisse un guizzo in più, per esempio in certi dettagli nei volti dei quattro paperi o nel modo di raffigurare alcuni monumenti della città italiana.



È un problema: condensare sviluppi roboanti e di livello globale nell’ambito di una breve non può portare a un risultato soddisfacente, e così è anche in questo caso. Se ci aggiungiamo che l’idea di partenza appare inoltre banale da una parte e paradossale dall’altra, ecco che esco deluso dalla lettura, premiando di fatto solo i disegni di Bernardo (che pure presentano delle vignette con personaggi un po’ approssimativi).
Su Topolino e l’effetto omega, di Alessandro Pastrovicchio (n. 3627) non mi esprimo ancora: è uscita solo la prima parte di tre e pertanto rimando ogni considerazione al post di giugno, valutando la storia completa.
Bene, direi che per questo mese è tutto.
Alla prossima!