Bentornati su Lo Spazio Disney!
Il 2025 è ufficialmente iniziato, che lo vogliate oppure no, con uno dei mesi solitamente percepiti come più lunghi del dovuto ma che, per quanto mi riguarda, è in realtà trascorso senza troppi rallentamenti.
Anzi, è stato particolarmente soft per quanto riguarda impegni e scazzi vari, coronato infine anche da un weekend fuori porta con la mia compagna che è stato davvero bello!
Anche sul settimanale le cose non sono andate male, secondo me: la redazione ha apparecchiato alcune bombette che hanno lasciato il segno e che hanno impreziosito gli albi del mese.
Gennaio 2025: le storie da Topolino

Sono innanzitutto contento di rivedere Francesco Vacca sulle pagine di Topolino, piuttosto assente nell’ultimo anno e mezzo ma che precedentemente aveva realizzato cose carine nonché progetti di un certo spessore (vi ricordate ancora di Minaccia dallo spazio, giusto?)
E sono ancora più contento di ritrovarlo in ottima forma, giacché questa sua versione disneyana del Fantasma dell’Opera risulta riuscita, intrigante e conturbante al punto giusto: l’atmosfera grave e misteriosa riesce in qualche modo ad essere salvaguardata, pur all’interno del contesto Disney, e personalmente mi ha portato ad aspettare con una certa impazienza il numero del pocket con il secondo atto, tanto è stato ben costruito il primo.
Il cast un po’ affollato rimane in realtà abbastanza sacrificato e questo non è certo un pregio, forse sarebbe valsa la pena sfoltire due o tre ruoli che hanno poco peso nell’economia della vicenda impostata, ma per il resto si tratta di una storia capace di avvincere i lettori servendo loro misteri a go-go in un’ambientazione già di per sé stuzzicante e che fa galoppare la fantasia: un teatro, misteriosi sabotaggi rivendicati da lettere di un presunto fantasma dagli oscuri propositi, gelosie e segreti celati… cosa chiedere di meglio?

Buona parte del merito dell’atmosfera vincente comunque va a Mario Ferracina, che torna alla grandissima sfoggiando il suo tratto morbido ma al contempo riuscendo a renderlo meno rassicurante del solito.
Certi scorci dei dietro le quinte e soprattutto dei sotterranei con il lago artificiale e l’antro del cosiddetto Fantasma, il suo abito avvolgente, la maschera e i passaggi segreti sono illustrati assai bene e forniscono i giusti connotati al racconto, complici i colori di Gaetano Gabriele D’Aprile che infondono le sfumature cromatiche più adatte alle varie scene: specialmente l’effetto giallognolo sull’acqua dei sotterranei, dato dal riflesso delle tante candele presenti, si rivela d’effetto e vincente.
Gran bel risultato, dunque!

Io non mi dissi pienamente soddisfatto, ma non rientravo comunque nelle fila di coloro che non avevano minimamente apprezzato il progetto: avevo colto diversi spunti intriganti, soprattutto nell’approccio narrativo, nel setting e nella gestione dei misteri, e una recente rilettura unitaria è servita per far trasparire ancora meglio certi pregi di questo lavoro.
La season 2, che prosegue senza soluzione di continuità rispetto a quanto visto nel primo set di episodi, si presenta finora ancora un po’ altalenante, con una costruzione dell’impianto stuzzicante ma anche ardita per una fruizione settimanale, minandone la compattezza e la chiarezza, chiedendo molto al lettore per poter “tenere insieme i pezzi” e godere appieno della trama e delle connessioni tra di essi.

Nel momento in cui scrivo mancano ancora due episodi e per cui è presto per dire se il finale sarà all’altezza di quanto impostato fino ad ora, ma fino a questo punto sto leggendo qualcosa che mi piace e mi avvince.
E scroscianti applausi li rivolgo a Picone: il disegnatore con L’isola della cometa ha consegnato il lavoro della vita, con tavole immaginifiche, complesse, studiate con perizia certosina e con un buon grado di fantasia per sparigliare la gabbia e trovare soluzioni creative senza sosta, in particolare nel modo di inserire ogni volta il titolo in maniera differente. Al di là di questo, l’artista dimostra di avere un ottimo occhio per le scene d’azione e le riprese panoramiche, così come un gusto eccellente nel ritrarre l’aspetto di questi Mick, Dippo, Babou, Minerva e la sorella: i personaggi sono vivi, tridimensionali, freschissimi tanto nelle espressioni quanto in talune pose che assumono e negli abiti che Picone fa loro indossare.
I colori di Irene Fornari fanno il resto, apportando quella tonalità verdognola che connota esteticamente in modo importante tutta la serie e che è letteralmente perfetta per le atmosfere di questa lunga avventura.
Attendo con grande interesse il finale, poi ne riparliamo a ragion veduta fra un mesetto 😉

Un’iniziativa nata in occasione della Giornata Nazionale dei Dialetti che ha diviso i lettori abituali tra favorevoli e contrari, ma mi pare accolta complessivamente molto bene da un pubblico più ampio, tant’è vero che le copie dialettali sono andate a ruba in brevissimo tempo.
Per quanto mi riguarda, all’annuncio dell’operazione ero rimasto freddino: non mi interessava particolarmente ma al contempo non era qualcosa che mi dava fastidio. Ebbene, con l’uscita della storia possa dirmi invece assolutamente positivo: ho riso di gusto, come non accadeva da tempo, a leggere Zio Paperone, Battista, Archimede e i Bassotti parlare in milanese e in bergamasco, decifrando in alcuni casi con un po’ di fatica il senso delle frasi ma nel complesso godendomi la lettura di espressioni tipiche del dialetto lombardo, nonostante quello della mia zona – provincia di Lodi – abbia varie differenze con quello dell’alta Lombardia.
Ho apprezzato molto, inoltre, l’articolo a introduzione della storia, dove chi ha curato l’adattamento ha spiegato la metodologia applicata e la pronuncia di certe lettere: un’ulteriore garanzia della serietà del lavoro condotto su questa iniziativa.
Ma, al di là del risultato pittoresco di tale idea, occorre rilevare che la sceneggiatura di Testi è assai buona di per sé: certo, probabilmente è stata pensata – per snodi narrativi e conseguenti termini richiesti – in modo da poter risultare stuzzicante nei vari dialetti scelti, ma questo non ha messo in secondo piano lo svolgimento di una trama certamente molto classica ma per nulla loffia o scontata.
Insomma, non è solo l’ennesimo scontro tra Paperone e i Bassotti a cui è stato aggiunto il dialetto, è prima di tutto un’avventura solida, divertente e ritmata, che a dispetto della sua semplicità è in grado di raccontare un ottimo Zione, cazzuto, risoluto, sagace e divertente, che emerge anche nel rapporto che dimostra di avere con il fidato maggiordomo, con il geniale inventore, con il proprio Deposito e anche con sé stesso, sotto forma di “coscienza digitale” a difesa del proprio denaro.
La matita di Perina si dimostra perfetta per illustrare la storia, grazie al suo tratto lineare e a modello che riesce a essere comunque dinamico e mai ingessato, anzi la costante irrequietezza porta a soluzioni interessanti come l’aspetto di Battista.
Menzione particolare per il finale, intelligentissimo, scanzonato e profondo allo stesso tempo, con una quadrupla finale assai significativa.

Ne emerge un Rockerduck più malinconico e introspettivo del solito, sentimenti in grado anche di farlo ragionare in maniera più lucida a livello strategico, ma che nel complesso portano all’effetto collaterale di rendere… Paperone antipatico! È strano che una tale reazione sia scatenata proprio da Stabile, appassionato amante del personaggio e uno dei più acuti cantori delle sue gesta negli ultimi anni, ma vedere lo Zione filtrato dal punto di vista del rivale di sempre ha inevitabilmente questo effetto. Non sono molto convinto nemmeno del finale della vicenda, in realtà, per una storia che non mi è dispiaciuta ma che non mi ha soddisfatto granché. Mangiatordi ai disegni ha però fatto un gran bel lavoro, con un paio di sontuose splash page e con un bellissimo modo di ritrarre i due ricconi.

Secchi bissa l’ottimo risultato di sintesi narrativa e di bilanciamento tra la fonte originale e lo humour disneyano, vincendo una sfida forse ancora più complessa delle precedenti, non fosse altro per il maggior numero di protagonisti in scena: invece ciascuno ha il suo spazio, c’è modo di raccontare degnamente l’acquisizione dei poteri e anche il confronto finale con il villain nel presente.
Pastro ha un gran merito nella riuscita dell’impresa, perché è riuscito ad assecondare questo ritmo con il suo stile dinamico e rapido, senza trascurare l’animo classicheggiante nei volti dei personaggi. La gestione degli spazi nelle vignette è cristallina, nessuna scena risulta confusa e il risultato è un fumetto d’azione ingaggiante per diversi tipi di pubblico.
Menzione d’onore per la citazione sensata e apprezzata a Carl Barks con i Terrini e i Fermini 🙂

Se già scricchiola molto l’idea che Hatequack convochi Paperone, Pico e Nonna Papera (!) per lanciare una sfida a chi condivide il racconto più pauroso, ecco che ci si rende conto del poco spazio che giocoforza hanno a disposizione i singoli aneddoti e quindi dello scarso appeal di cui sono dotati e dell’assenza di approfondimento. Neppure la cornice salva il tutto, perché piuttosto fragile e con un finale che disorienta nel suo risultare gratuito.
Bella però la vignetta finale, grazie alla suggestiva atmosfera che trasmette.

L’autore decide di giocare su una delle caratteristiche fisiche più evidenti del personaggio, i dentoni sporgenti, e ci racconta cosa accade nel momento in cui un solerte dentista rifà a nuovo la dentatura del papero.
Il Masta, per sottolineare l’effetto straniante di questa soluzione, opta per un inserto fotorealistico all’interno del disegno, costituito da foto di denti innestati nel disegno e da interventi in stile pittorico a mezzatinta per rendere al contempo vagamente realistica e sottilmente inquietante l’arcata dentaria che il personaggio sfoggia.
Una mossa che non ha convinto tutti, ma che personalmente ho accolto come un’idea nuova, fresca e soprattutto giustificata dalla trama.
Non mi piacerebbe se questi inserti diventassero una consuetudine ma, nell’ottica di una sperimentazione limitata al contesto, mi dico piacevolmente sorpreso e divertito dell’idea.
La sceneggiatura segue i classici dettami delle avventure di Bum Bum, nella sua eterna lotta tra il farsi accettare e il riconoscere serenamente la propria unicità; l’orpello odontoiatrico è solo l’ennesimo cavallo di Troia per parlare di questi sentimenti umani – accettazione, conformismo – e personalmente mi va benissimo così.

Il problema di turno da risolvere è quello della scomparsa dei guanti nella lavatrice – assunto che, invero, si potrebbe applicare anche ai calzini – cruccio di vita quotidiana che il giovane genietto si picca di risolvere con un robottino incaricato di trovare e recuperare il guanto fuggiasco alla prossimo centrifuga. Ovviamente l’escalation è dietro l’angolo e ancora una volta investe l’intera Paperopoli… è noto che inizialmente non mi piaceva granché le rentrée di Newton, ma è altrettanto vero che da un paio d’anni sono entrato nell’ottica di questo filone e ho iniziato a riscoprirlo e apprezzarlo, anche per merito di storie come questa, fresca, scanzonata e che riesce a mixare un’ambientazione giovanile – per l’età dei protagonisti e per l’atmosfera da dopo-scuola – con un umorismo disneyano squisitamente classico.
Perina ai disegni non fa rimpiangere i colleghi che hanno lavorato precedentemente su Newton (ok, Intini dava un tocco diverso, ma non spacchiamo il capello in quattro): il suo stile pulito e posato riesce grazie alla sua intrinseca dinamicità a esplodere l’azione e a star dietro alla allegra confusione che la sceneggiatura imbastisce per il rampollo di Archimede.

Pur senza Rock Sassi, infatti, e con un approccio certamente personale e figlio dei tempi, Testi intrattiene brillantemente e offre un ritratto molto calzante del personaggio, non trattandolo come un beota solo “perché sì” ma divertendosi a infilarlo in una situazione complicata e a osservarlo mentre cerca di uscirne dignitosamente. L’idea del cane poliziotto difficile da gestire può ricordare anche un’altra storia di Faraci, Topolino e l’incredibile Vladimir, ma in questo caso la trama prende poi una trama meno comica e maggiormente vantaggiosa per il protagonista, che ha modo di avere una sorta di riscatto.
Mi è piaciuta molto, insomma, e credo che il buon Testi potrà darci diverse soddisfazioni in futuro.
Apprezzo la coerenza di assegnare i disegni della storia a Mazzarello, che aveva già illustrato la precedente prova poliziesca dello sceneggiatore, ma rispetto alla passata occasione qui siamo un passetto indietro, soprattutto per quanto riguarda le ambientazioni.
Il modo di disegnare i personaggi appare invece piuttosto peculiare, ma non riesco a capire se mi piace o no ???? il suo Manetta in particolare è strano, ma non certo sgradevole alla vista… credo che l’artista sia ancora in una fase di transizione tra il suo vecchio stile e quello nuovo, figlio del lavoro con Andrea Freccero, ma tale momento di passaggio è comunque per me migliore di quanto non fosse il suo tratto dei primi anni.

L’aggeggio che il ragazzino elargisce a Paperino permette una cosa che si è già vista in forme simili in altre opere: un modo per cancellare l’ultima azione compiuta come il tasto undo del computer (o il CTRL-Z della tastiera, per dirla alla Alessandra “Alyah” Patanè 😉 ).
Eccher comunque gestisce bene l’idea, all’interno di una trama che segue il rodato schema per cui all’inizio le cose sembrano andare bene per poi precipitare drammaticamente. Ne risulta una lettura simpatica, magari un po’ di passaggio e senza grandi velleità, quella che una volta si sarebbe potuta definire una riempitiva ma dalla qualità sicuramente maggiore rispetto a un tempo.
Buono De Lorenzi ai disegni: non riesco mai ad entrare pienamente in sintonia con il suo tratto, che da quando è passato al digitale mi appare un po’ “asettico”, né con i suoi paperi particolarmente slanciati, ma nel complesso le tavole che propone non si possono certo definire sgradevoli e anzi hanno un effetto “riposante” sugli occhi.

La sceneggiatura a quel punto si trascina un po’ stancamente senza infamia e senza lode, e nel complesso facendosi dimenticare velocemente.
Petrossi sfodera il suo stile “topolinesco”, molto da standard internazionale e da merchandising, distante dagli exploit dei suoi lavori più personali come le graphic novel francesi per Glènat; inutile dire che il risultato, pur buono e a modello, lascia molto meno di quanto potrebbe e tende ad appiattire l’aspetto di personaggi e ambienti.

Limido ai disegni contribuisce molto bene alla riuscita di una storia sicuramente di passaggio, ma in grado di intrattenere con intelligenza e simpatia.
La casa delle storie – Gastonberg e l’effetto strabiliante, di Marco Bosco e Blasco Pisapia (n. 3606), è l’ultima storia nata dalla collaborazione tra Topolino e l’Archivio di Stato di Torremare: Bosco scrive una storia con un riferimento storico-musicale ben preciso che cuce addosso a una versione “ancien” di Gastone, una trama anche simpatica e interessante da leggere ma che, rispetto alle prime prove di questa operazione, lascia più in secondo piano l’Archivio stesso avvicinando l’avventura più a una qualunque storia in costume che a qualcosa di collegato all’istituzione statale, che possa invogliare i più giovani a visitarla e a farci ricerche. Questo al netto del buon articolo a corredo e dei disegni di Pisapia, che offre il suo tratto secco, netto e dall’impronta classica in un contesto nel quale tale estetica, per quanto a tratti indecisa, funziona.

L’evento avviene con questa avventura urbana di media durata, che Venerus imposta palesemente sulla falsariga delle ten-pages di Carl Barks nelle quali Donald Duck diveniva maestro in un determinato mestiere – spesso inconsueto – per poi strafare e rovinare tutto al culmine del successo.
Si capisce quindi la scelta di affidare i disegni a Rota, vale a dire l’artista con lo stile più classico e barksiano attualmente in forza a Topolino.
Paperino scopre che il suo modo di cantare inventando versi un po’ “strambi” attira le simpatie dei cani, che accorrono verso di lui; decide allora di mettere questa abilità al servizio dei padroni che hanno perso il proprio animale domestico, conseguendo vari successi, ma nel momento in cui si impegna a recuperare un’intera muta di alani esagera per raggiungere il risultato creando numerosi guai.
Benché si ponga, come già osservato, su una scia molto classica e dagli illustri natali, quella di Venerus non è una sterile e stanca riproposizione di schemi vetusti quanto la possibilità di mostrare la costante attualità di quell’approccio: la storia è divertente, fresca e dinamica, e il tratto dei Rota la accompagna degnamente, sfociando in una sorprende doppia splash page che, nonostante l’inchiostrazione pesante, restituisce perfettamente la furia del movimento convulso che vi è rappresentato.

La prima segue uno schema classico nella narrativa faraciana: prende alcuni elementi ricorrenti di Topolino e li declina all’interno di situazioni incongruenti, scatenando così l’effetto comico che viene accentuato dai dialoghi costruiti a botta e risposta.
Topolinia è sotto una fitta nevicata, Topolino e Orazio devono raggiungere il supermercato ma sulla strada fanno diversi incontri che li distolgono dal loro obiettivo; non tutti i passaggi riescono con eguale efficacia, ma nell’insieme si ha la sensazione di aver letto un divertissement simpatico, capace di strappare qualche risata.

La riuscita delle due brevi si deve anche ai disegni di Percoco: l’esordiente dimostra di avere già un tratto personale, molto fresco e dinamico, con una mano sicura e una conoscenza dell’aspetto dei personaggi che ne tutela la morbidezza e la riconoscibilità. Intravedo echi alla Carlo Limido, nello stile.
Al modello si aggiunge però la capacità di farlo proprio, lavorando bene sulle espressioni facciali – di Topolino in particolare, ma anche di Minni, Orazio e Gambadilegno – e donando loro una vitalità davvero invidiabile. Topolino riacquista il dinamismo dei cartoon, che a fumetti non molti sanno rendere efficacemente, e risulta davvero simpatico.
Davide Percoco, stando a queste due prime storie, rischia di essere il miglior nuovo acquisto per il libretto da diverso tempo a questa parte.
Complimenti, mi aspetto grandi cose per il futuro.

Di per sé siamo di fronte a un canovaccio tutto sommato sovrascrivibile a quello dei precedenti episodi, per cui non ho molto da aggiungere rispetto a quanto già detto nei mesi scorsi al riguardo.
Lo stesso vale per i deliziosi ancorché arcaici disegni di Guerrini, sempre particolareggiati e ricchi di dettagli grafici, nonché di scritte che affollano muri e manifesti.
Paperino e la gara dei guai, di Aleksander Kirkwood Brown e Arild Midthun (n. 3610), infine, è una brevissima egmontiana meno brillante di altre viste recentemente sul settimanale. Piuttosto vicina alle vibes da cortometraggio animato, spicca più che altro per i disegni del sempre sontuoso Midthun.
Bene, direi che per questo mese è tutto.
Alla prossima!