Bentornati su Lo Spazio Disney!
Il caldo estivo è arrivato, torrido e improvviso, a colpire la seconda metà di maggio, fiaccando anzitempo le mie forze.
Ma nonostante ciò, e nonostante le notizie dal mondo non siano per nulla migliorate rispetto a trenta giorni fa, eccomi ancora qui a ciarlare di fumetto Disney.
Dopo un post estemporaneo sul Gobbo di Notre Dame, torno infatti “nei ranghi” con il consueto punto della situazione sulle storie uscite nell’ultimo mese su Topolino.
Quattro numeri densi di racconti a puntate, come ormai abitudine, ma anche di avventure pippesche in onore dei 90 anni del personaggio.
Maggio 2022: le storie da Topolino

Per l’occasione la coppia d’assi del fumetto Disney contemporaneo rispolvera ritmo ed estetica anni Trenta, come già fatto nel 2018 per il compleanno di Mickey Mouse in L’avventura su misura.
Il risultato allora fu eccellente, e anche questa volta siamo da quelle parti. Artibani cattura infatti le atmosfere delle avventure di quel periodo, dimostrando di averle ben capite e assimilate, oltre che di saperle adattare a un approccio narrativo moderno ma rispettoso dei personaggi. Il magnifico trio è particolarmente vitale e sembra davvero di rivedere le interazioni che Paperino, Topolino e Pippo avevano nei cartoon classici, con qualche spruzzata di strisce quotidiane (nell’intreccio più articolato e misterioso) e di approfondimento psicologico (nella maturazione di Donald).
È comunque e ovviamente il buon Goofy il vero protagonista e mattatore, dotato di un candore e di un’ingenuità tipici del personaggio e che reggono benissimo la vicenda.
Il Pastro ai disegni fa le solite faville: si vede che si diverte un sacco a raffigurare gli standard characters in stile vintage, ispirandosi ma al contempo distaccandosi dalla matita di Floyd Gottfredson: il dinamismo dei fisici è diverso, le posture che assumono anche, e in generale si avverte un felice ibrido tra segno classicheggiante e soluzioni più contemporanee, anche negli sfondi.
Il tutto viene esaltato dai colori di Andrea Stracchi, che tra le altre cose dota le pagine di una patina ingiallita e che rende ottimamente le atmosfere del racconto e che nel complesso cura una palette interessante e raffinata sia per i personaggi che per le ambientazioni.
È stato un vero piacere leggere una storia unica così ricca e saziante, realizzata così bene senza sentire la pressione della continua ricerca di “effetti speciali”, ma solo con un buon e consapevole lavoro artistico.
Al riguardo, lascio di seguito la registrazione della recente live del The Fisbio Show nella quale l’amico Fabio aveva come ospiti proprio Artibani e Pastrovicchio per parlare di questa storia (ma anche di tutte le altre opere create insieme):
Pippo viene celebrato più o meno esplicitamente anche con un’altra manciata di avventure, anche se non all’altezza di questa.
Pippo e la gara di barzellette, di Rudy Salvagnini e Giulia Lomurno (n. 3469), è per me poco riuscita, per esempio. La prima tra quelle scritte recentemente dallo sceneggiatore che non mi ha soddisfatto, tra l’altro: il protagonista risulta simpatico e anche in parte, nulla da dire al riguardo, ma le 12 pagine utilizzate appaiono troppe per sorreggere l’idea di partenza. Infatti un paio di gag sono ripetute più volte, diluendone la forza. Le vignette della giovane Lomurno sono piuttosto buone, la disegnatrice è in crescita e spero che nel corso del tempo riesca a trovare una sua voce peculiare. La base c’è ed è valida, comunque.
Pippospot – Corso di pubblicità, di Roberto Gagnor e Mattia Surroz (n. 3468), è un’altra storia che non mi ha “acchiappato” molto. L’incursione natalizia di Gagnor sulla serie ideata da Alessio Coppola mi era sembrata più centrata di questa, che è in sostanza una sorta di vademecum sulle varie aree di un’agenzia pubblicitaria. Sono presenti diverse informazioni interessanti, ma lo sceneggiatore non ha trovato per me la chiave giusta per renderle scorrevoli. Non mi ha convinto appieno nemmeno Surroz, che come già dissi per il giallo di Marco Bosco di qualche tempo fa deve ancora trovare un vero indirizzo per la rappresentazione dell’universo topolinese.

Il risultato in questa occasione è onesto, che mi pare il termine più adatto per descriverlo: l’avventura fa il suo dovere, con semplicità e linearità, segue due filoni principali a partire dallo spunto iniziale – la ricerca da parte di Pippo e Topolino del numero zero di una collana di romanzi – che portano i protagonisti a dialogare con Indiana Pipps o con il nonno Walter, personaggio creato qualche anno fa dallo stesso Stabile e che personalmente rivedo con piacere. Anzi, mi piacerebbe ritrovarlo più spesso perché a mio avviso è ricco di potenzialità in larga parte ancora inespresse.
Non tutte le trovate sono egualmente brillanti, alcuni finali mi hanno lasciato un po’ “meh”, ma altri mi hanno fatto sorridere e quindi a conti fatti va bene così.
Molto buono il tratto di Malgeri, che già avevo apprezzato con un cast papero sull’ultimo numero dei Classici Disney. Mi pare una nuova leva dallo stile decisamente interessante: non ha ancora mostrato particolari guizzi, si attesta in maniera piuttosto classica, ma è dotato di un certo non-so-che in grado di farmi percepire una marcia in più nel suo lavoro. Da Inducks vedo che era già stato pubblicato qualcosa di suo nel 2019, per poi fare una capatina l’anno scorso e tornare quest’anno con qualcosina. Non ricordo se quindi il direttore Alex Bertani ne abbia mai parlato in un suo editoriale, data l’attenzione che ha sempre dimostrato verso i nuovi acquisti, ma ritengo che ci siano da spendere ancora due parole su questo ragazzo, data la qualità. Da tenere assolutamente d’occhio.

Insomma, a conti fatti si candida a essere una delle avventure che ricorderò senza dubbio a fine 2022, e spero che – come accaduto altre volte con la gestione Bertani – si apra un nuovo filone per il personaggio, possibilmente sempre curato da Enna, il quale potrebbe sfruttare un ritorno del setting e delle altre streghe per approfondire meglio alcuni aspetti della trama e creare un progetto maggiormente coeso e strutturato attorno alla fattucchiera.

Come già dissi, si avvertivano fin da subito notevoli miglioramenti generali rispetto a Gli Italici Paperi, sia nell’approccio al racconto, sia nelle tematiche, sia nelle gestione dei paperi in gioco. Tale sensazione ha trovato conferma via via con il proseguimento della vicenda, fatta sostanzialmente di intrighi e segreti, formula che ha contribuito a rendere la narrazione molto interessante.
Inquadrare la Roma repubblicana nell’ottica delle lotte di potere, dei problemi interni al Senato e delle difficoltà di Paperonoro di applicare la sua strategia commerciale in questo contesto è stata la carta vincente per intessere una vicenda ricca di elementi suggestivi: conciliaboli notturni, piani segreti, recondite ambizioni… tutto ha concorso a tessere numerosi fili che spesso si intrecciavano tra di loro, rendendo quindi il caotico sistema del cast affollato – che era parte del problema della prima stagione – qualcosa di stuzzicante per gli incastri che si venivano a creare. I rapporti famigliari rimangono infatti il centro nevralgico della trama, ma allo stesso tempo la famiglia è vista più come il punto di partenza delle avventure dei singoli membri.
Valida anche l’intuizione di concentrarsi su alcuni personaggi in particolare – Paperonoro, Gastonio, Anta Papera, i nipotini – lasciando gli altri solo come contorno. Questo ha permesso di mantenere dopotutto una sorta di linearità da seguire in mezzo alle varie linee narrative, rendendo maggiormente chiara la destinazione del racconto.
Destinazione che si è rivelata sorprendente e davvero soddisfacente per la piega che hanno assunto gli eventi nell’ultimo episodio: erano stati seminati piccoli suggerimenti già nella prima metà, per non rendere quel finale gratuito, ma il modo in cui viene giocato riesce a colpire il lettore, soprattutto per le potenzialità che rivela.
A sorpresa, infatti, è l’alter-ego di Gastone ad essere vero protagonista di questa seconda stagione, cosa che si era già avvertita almeno dal secondo episodio ma che deflagra appunto nel finale, dove sostanzialmente incarna una precisa figura storica.
Il personaggio viene usato in maniera piuttosto intelligente per smussarne gli strati di antipatia accumulatisi in decenni di “carriera” senza rinnegarne i caratteri salienti. Il risultato appare qui migliore di quanto realizzato ne La solitudine del quadrifoglio, a mio avviso, e potrebbe essere un buon precedente su cui lavorare per il futuro del cuginastro, se si vuole proseguire in una sorta di suo rilancio.
Peculiare notare che invece il corrispettivo italico/romano di Paperino rimane qui ai margini, quando normalmente sarebbe stato al centro del racconto.

C’è poi la spettacolare doppia splash page del porto, sulla quale ci si sofferma per un minuto buono per osservarla al meglio.
L’evoluzione del disegnatore negli ultimi 2-3 anni è lampante ed evidente, e il fatto che gli vengano assegnati progetti di punta come questo o come il Paperinik di Gervasio è un ottimo sintomo del fatto che stia riscuotendo consensi anche all’interno della redazione.

Avevo già detto qualcosa nel post sulle storie di aprile, in occasione del primo episodio, ed ero piuttosto positivo rispetto agli sviluppi che poteva conoscere questa nuova avventura “doppia”. La carne al fuoco messa nella seconda parte della Notte appariva tra l’altro veramente succulenta per le possibilità che apriva a livello di continuity nelle vicende di Fantomius, per quanto forse non raccontata in maniera completamente scorrevole.
Peccato che quando arriva L’alba, ai miei occhi tutto si è sciolto come neve al sole: che senso ha avuto questa storia, nel grande disegno del progetto gervasiano, se tutto è tornato come prima senza nessun cambiamento nello status quo? Mi si potrebbe obiettare che è una struttura narrativa insita nella stessa serie fin dagli esordi, ma all’epoca la direzione complessiva era ben diversa, gli obiettivi anche, e non c’erano storie in più parti anticipate da roboanti promesse in teaser ed editoriali.

Criticai ai tempi L’ombra di Mister Vertigo di Marco Nucci per motivi molto simili – una scatola vuota utile solo per fare da ponte tra il prima e il dopo – e parimenti resto deluso da questa Notte/Alba, che utilizza sostanzialmente lo stesso escamotage.
La fine e l’inizio, pur con alcune debolezze che credo rilevai all’epoca, era riuscita però a trasmettere qualcosa di più sostanzioso, di rilanciare il progetto con una nuova chiave e di dargli un afflato e un orizzonte diversi. Questo a mio avviso manca stavolta, e tutto viene rimandato ai prossimi mesi.

Nel primo caso si tratta del teatro, e Nucci confeziona un’avventura molto sentita e divertente, efficace sotto diversi punti di vista, tra i quali le strizzatine d’occhio di stampo smaccatamente donrosiano sono quelle per me meno interessanti, mero orpello marginale che ha perlomeno il gusto di essere trattato con garbo.
Il cuore della vicenda sta nella trama e nella “storia dentro la storia”, quella cioè della sceneggiatura drammaturgica che i ragazzi mettono in scena su direttive di uno storico attore di teatro. I due tempi vengono gestiti molto bene, i caratteri dei protagonisti anche; dialoghi e narrazione esterna tramite didascalie funzionano fluidamente e anche i riferimenti intrecciati ad altri filoni narrativi (vedasi gli amici campagnoli di Gastone o il rapporto tra Rockerduck e Lusky) non appaiono invasivi. La cornice dei disegni di Ermetti è ideale, perché offre al racconto un tratto morbido ed elegante davvero piacevole da osservare, soprattutto nell’aspetto dei paperotti.

Nucci colpisce ancora con Road to World Cup, ep. 1: Il ritorno di Mister Spazzolone, con i disegni di Stefano Intini (n. 3469). Le ottime vibes che avvertii con il prologo vengono riconfermate e rilanciate anche ora, grazie a una narrazione sportiva che solitamente su Topolino mi ha sempre… appallato, se non proprio respinto, salvo illustri eccezioni, ma che lo sceneggiatore riesce a rendere invece interessante usandola in sostanza per raccontare altro.


Non so quanto il personaggio di Bum Bum sia in realtà adatto come maschera per queste sequenze alternative, in realtà, ma è evidente che Mastantuono stia sfruttando la fiducia del direttore verso questa figura per sperimentare in diversi modi le possibilità insite nella sua creatura, come osservato anche nelle ultime storie lunghe che lo vedevano protagonista e ora con questo progetto parallelo e inusuale, dal quale però non so bene cosa aspettarmi e come inquadrarlo, se non come divertissement a parte.
Bene, credo di aver detto tutto.
L’appuntamento è ora fra un paio di giorni con il post che riguarda le pubblicazioni di maggio.
Ciao!
Ciao!
Trovo finalmente il tempo di commentare, dopo qualche giorno pieno di impegni e qualche lettura arretrata.
“Pippo e i bracciali di Maciste” mi è piaciuta molto. La trama scorre bene e i disegni sono superlativi. Sebbene io non abbia una vasta conoscenza delle strisce originali dell’epoca, ho proprio respirato l’aria di semplicità e purezza che caratterizzava le avventure di quegli anni. Promossa a pieni voti!
Ho letto ieri la breve di Salvagnini e devo dire che, da quando questo autore è tornato, è la sua storia che mi è piaciuta di meno. L’ho comunque trovata gradevole, ma conoscendo altri “prodotti” pippeschi di Salvagnini, come i Mercoledì di Pippo, credo che non abbia espresso appieno le potenzialità di Pippo.
Non ho invece ancora letto la storia a bivi.
“Le 7 streghe vulcaniche” si è conclusa ottimamente, a mio parere. Leggendo la premessa nel primo episodio in cui si diceva che questa storia avrebbe scavato nelle radici della fattucchiera, non avevo grandi aspettative in quanto non è la prima volta che si legge una simile promessa poi disattesa o in parte o del tutto. Invece, devo dire che ho gradito molto sia la trama a livello narrativo sia la struttura dell’intera vicenda: prima i flashback nei racconti a nonna Caraldina, poi l’entrata in scena delle altre streghe, i diversi “tradimenti” e le nuove alleanze, per arrivare allo scontro finale, di cui mi è particolarmente piaciuta la rivelazione, pur intuibile, che Amelia sia una strega oceanica, pur vivendo alle pendici del Vesuvio. Insomma, una bella storia che ha saputo intrattenermi e coinvolgermi, senz’altro un’avventura da rileggere, perché merita davvero.
“Gli urbani Paperi” mi è piaciuta anch’essa molto. Devo premettere che studio storia romana perché faccio il liceo classico, quindi eventuali errori mi balzano subito all’occhio, ma il primo punto di forza di questa storia è proprio la fedeltà storica. Innanzitutto nei disegni, accurati nell’abbigliamento e nella ricostruzione dell’Urbe, fantastici e una gioia per gli occhi. Poi nel tessuto della sceneggiatura: intrighi, cospirazioni, processi che diventano teatro di scontri politici strategici, accordi con potenze straniere, governatori opportunisti che abusano della propria carica, generali che diventano consoli, famiglie cadute in disgrazia che ritentano la scalata sociale, perfino un riferimento al prototipo dell’homo novus (una specie di self-made man dell’antica Roma) nell’ultima storia. Insomma, una vicenda impegnata e una riproduzione fedele, ovviamente per quanto lo permetta una storia Disney, di quel periodo travagliato e intricato di Roma. Mi sono piaciuti in particolare i personaggi di Faberio Flaviano (con i suoi giochi di potere e le sue ambizioni), di Gastonio (approfondito il giusto e reso come uno stratega mediamente abile che cerca di destreggiarsi pur senza pavoneggiarsi) e di Decimo (partito come un ragazzino snob per scoprirsi un amico leale per i paperotti). L’unico aspetto della storia che non mi è piaciuto molto è il finale di Gastonio che viene eletto principe, non tanto per l’infedeltà storica (certo non mi aspetto di vedere Augusto in una storia Disney, seppur sia stato il primo princeps di fatto), quanto per la semplicità con cui Gastonio raggiunge una carica tanto alta. Insomma, tanta accuratezza nel descrivere il periodo repubblicano in tutte le sue sfaccettature, per poi non accennare nemmeno alla complessa scalata al potere e all’importanza politica della nascita della nuova figura del principe: questo un po’ mi ha lasciato l’amaro in bocca, ma mi godo comunque appieno tutta la vicenda, orchestrata appunto magnificamente, e gli splendidi disegni.
Scusa per il papiro, ma quando si parla di storia romana non riesco a trattenermi?
Spendo anche delle parole per il ritorno di Fantomius. Anche qua devo fare una premessa: seguo Fantomius praticamente da sempre, la prima storia che lessi fu “La maledizione del Faraone”, da lì non ho perso un episodio e successivamente recuperai anche quelli antecedenti alla mia prima lettura. Ciò per dire che da sempre per me Fantomius è stato un progetto a singole puntate, ognuna incentrata su un colpo o su un aspetto della vita di John, ma tutte caratterizzate da quel quid che le rendeva uniche. Dall’anno scorso Fantomius è diventato a puntate composte da più parti e più episodi. Non nascondo di aver storto in naso in principio, ma la lettura di “L’inizio e la fine” mi fece cambiare idea in positivo. Penso che questa nuova struttura permetta a Fantomius avventure di maggior respiro, è così è stato in “La notte di Fantomius”, una storia adrenalinica, che ti tiene sulle spine e ti incuriosisce, e che culmina nel finale sorprendente di Fantomius smascherato, solo e senza rifugi. Tutto questo viene un po’ disatteso in “L’alba di Fantomius”. Sebbene all’inizio si parta bene con la ripresa di lucidità di John e l’evasione di Copernico, la seconda parte mi ha ricordato troppo la storia “L’evasione di Fantomius”: quest’ultima fu unica all’epoca in cui uscì, sia nello spunto che nello sviluppo. “L’alba di Fantomius” mi sa in qualche misura di riciclo di quello spunto, in cui Fantomius si travestirebbe da John Quackett per farsi beffe della polizia. Una prima volta ha funzionato a meraviglia, ma il secondo tentativo a distanza di dieci anni è fallito. Strano inoltre che né Pinko né nessuno della banda del ladro gentiluomo si sia ricordato di quell’altra volta in cui Fantomius si era servito della figura di Quackett per i suoi fini.
Tra l’altro, curiosità, ricordo un albo di Diabolik, intitolato credo “La fortezza inviolabile” o qualcosa del genere, in cui lui veniva arrestato ma riusciva poi a uscire. Sono passati anni dall’ultima volta che l’ho letto e non ricordo come andò di preciso, ma sarebbe curioso rileggere quell’avventura per cogliere eventuali analogie con queste di Fantomius. Al momento non ho l’albo di Diabolik sotto mano, ma non appena l’avrò, andrò a rileggermelo.
“Don’t worry Bum happy” continua ottimamente, come giustamente hai detto le gag visive sono il punto forte.
“Road to world cup” mi è onestamente piaciuta. Non sono una fan del calcio, né nel fumetto né nella vita in generale, ma l’idea come hai detto tu dell’intera Salsedonia e del passato di Paperino è originale e fresca e si fa leggere benissimo. Inoltre ci sono un paio di momenti comici esilaranti e anche l’uso di Pennino è molto buono.
Le due storie di Area 15 sono opposte. “Sipario!” è una vicenda toccante, coinvolgente e che centra appieno le caratterizzazioni dei protagonisti, con uno scenario di fondo che rievoca Doretta in modo delicato e che rende giustizia alla papera creata da Barks e che appunto non deve vedere il proprio uso abusato. La storia sulla danza invece parte da uno spunto buono, ma vede perdersi la caratterizzazione vera dei personaggi che ne risultano appiattiti e schiacciati dal messaggio di fondo, Bolle Duck compreso a mio parere.
Bene, ho concluso il mio papiro mensile?
Ciao!
Ciao Korinna, e grazie come sempre per aver voluto passare a dire la tua 😉
Stavolta ti ringrazio in particolare per aver portato le tue conoscenze storiche applicate agli Urbani Paperi: un’aggiunta davvero interessante e approfondita 🙂
Alla prossima!
Ciao, sono contenta che tu abbia trovato interessanti le mie osservazioni storiche riguardo gli Urbani Paperi: in effetti, mi piace molto incrociare le mie diverse passioni, e sia la storia romana che il fumetto sono due di queste 🙂
Alla prossima 🙂