Dylan Dog: e ora qualcosa di completamente diverso

27 Febbraio 2015
Uno dei principi base dell'improvvisazione teatrale recita: un nuovo input che si discosta tanto da una storia in corso non è un fuori tema, ma si rivela spesso un aiuto per dare nuova linfa, portando il racconto verso luoghi inattesi. Sarà così anche per il nuovo corso di Dylan Dog?

Dyd01Agli occhi di un ragazzo che nel 1986 aveva appena compiuto quattordici anni, il Dylan Dog di Tiziano Sclavi era affascinante soprattutto perché riusciva a far paura parlando dei mostri del quotidiano.
In questo, più che in ogni altra cosa, Dylan Dog è stato un personaggio del suo tempo: nella sua capacità di incarnare alla perfezione paure, fobie e devianze in particolar modo di quel decennio che arriva alla metà degli anni ’90.
È in quel tempo di cui è figlio che l’indagatore dell’incubo è diventato un fenomeno, grazie ai ragazzi che leggendolo son cresciuti insieme a lui. Pretendere di farlo tornare oggi a quello che era trenta anni fa, sarebbe assurdo, come lo è pensare di far ritornare alla lettura della serie la maggior parte di quegli adolescenti di fine anni ’80, oggi ultraquarantenni.
La verità, purtroppo, è stata quasi opposta: si è preferito cristallizzare il personaggio ed esplorare, per non dire riproporre estremizzandole, le caratteristiche che tanto avevano funzionato nel primo ciclo di storie. Con il risultato di renderle, col passare dei numeri, lise e parodistiche, allontanando l’orrore e trasformando la testata in un teatro di marionette preconfezionate.

Come invertire la deriva? La ricetta della Bonelli appare semplice: risintonizzare l’inquilino di Craven Road con il presente, cercando di tornare a parlare di paure contemporanee ai ragazzi degli anni Dieci, catturando l’attenzione di una nuova generazione di fruitori. In pratica un’operazione analoga a quello che l’attuale curatore ha cercato di fare con la sua creatura parallela, Orfani.

Roberto Recchioni è un po’ ruffiano, su questo non ci piove. Lo è sempre stato. È il suo modo di scrivere: una specie di Mark Millar nostrano, tutto esplosioni e personaggi ganzi. Il suo Orfano preferito, l’unico che non ha ammazzato, è una controfigura di John McClane. Anche John Doe era così e per tale motivo era bello.

Dylan Dog può adattarsi a questa etica narrativa? Di primo acchito verrebbe da dire di no.
La risposta, e la scommessa della Bonelli, è stata proprio sfruttare quel “no” per sparigliare le carte.

Uno dei principi base dell’improvvisazione teatrale recita: un nuovo input che si discosta tanto da una storia in corso non è un fuori tema, non rappresenta necessariamente un errore, ma si rivela spesso un aiuto per dare nuova linfa, portando il racconto verso luoghi inattesi.
Ragionando in questo modo, Recchioni diventa l’autore “fuori tema” che può traghettare Dylan verso uno dei possibili posti “giusti”. Quale sarà il risultato, non è dato saperlo, e finora non si è ancora iniziato davvero a percepire cosa c’è dietro l’angolo della svolta della “fase due”, forse perché gli ultimi numeri sono stati schiacciati dalle stesse novità che presentavano, risultando promesse di storie, più che storie compiute.
Dyd341Al servizio del caos, pur non costituendo un vero controesempio in merito, rappresenta il primo momento in cui il nuovo motore di eventi dello sceneggiatore romano si mette davvero in moto. Perché è importante mandare Bloch in pensione, è necessario rimpiazzarlo con un Carpenter che si ponga in un’inedita posizione conflittuale, è interessante sapere dov’è finito Bloch dopo anni di onorato servizio. Ma un eroe, e tutto il suo mondo, è davvero definito solo quando entra in campo la sua nemesi.

Ed eccolo, il sostituto del mefistofelico Xabaras: John Ghost. Forse un personaggio banale, se operassimo il confronto con storie raccontate altrove, ma in quasi 350 numeri di questa testata non si ricordano antagonisti simili. È come se Recchioni, dopo la chiara dichiarazione di intenti di Spazio profondo, abbia avuto un solo obiettivo, nel crearlo: trovare la nemesi ideale, per Dylan e al contempo per il vecchio corso, che si basava su caratterizzazioni ben diverse, teatrali piuttosto che cinematografiche.

Sarà interessante scoprire se John Ghost saprà complicarsi ed evolversi nelle prossime storie, se aggiungerà uno spessore umano europeo o rimarrà un badass di derivazione americana (nonostante l’affiliazione all’Inghilterra).
Ma in entrambi i casi ci sono margini perché succeda “qualcosa di completamente diverso”, per dirla alla Monty Python. Si potrebbe dire, si potrebbe auspicare, che non si tratti quindi di downgrade, ma piuttosto di elsegrade.

Vittorio Rainone

Vittorio Rainone

(Bari, 1975) Laureato per scherzo in Ingegneria Elettrica, con il cambio di millennio decise di trasferirsi a Roma, dove lavora dal 2000 in campo informatico. Appassionato di improvvisazione teatrale, drogato di musica e serie televisive, ha cercato di dare il suo contributo al mondo della narrativa con un romanzo, edito da una piccola casa editrice catanese, e una serie piuttosto nutrita di racconti che presto o tardi distribuirà nelle metropolitane. Da piccolo il fumetto per lui significava “Il Giornalino” e “Topolino”. Nel luglio del 1988 gli capitò fra le mani un albetto scuro intitolato “Il tunnel dell’orrore”. Tanto bastò per piantargli in testa il seme marcio della passione fumettistica: prima fu la Bonelli, poi vennero i mutanti Marvel e l’amore segreto per Kitty Pride. Nella capitale sventura volle che scoprisse l’esistenza delle Fumetterie. Il resto è un turbine confuso di graphic novels, recuperi supereroistici, pillole manga.

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