La mia distanza

5 Agosto 2015
Ascoltare musica, leggere fumetti, innamorarsi, vivere. E trovare tutto condensato, per caso, in un volume che racconta un'altra storia. Una distanza che diventa la mia distanza.

Ascoltava compulsivamente De André, adorava Ken Parker. La contagiai con la passione per i romanzi a fumetti e per gli Afterhours. Ma quando avevamo già comprato casa ed eravamo sul punto di, qualcosa si ruppe.
Questa storia inizia con un autobus che si allontana, lento, dalla periferia sud di Roma e dalla separazione recente. Ci sono io, dentro, e in cuffia l’album The Queen is dead degli Smiths. C’è un brano, There’s a light that never goes out, che sembra parli proprio di me, di quello che sto vivendo.

I never never want to go home, because I haven’t got one

Northpole_finZona San Giovanni, una stanza spoglia dal soffitto troppo alto, un anno dopo. Sono successe tante cose, steso a letto penso alle persone passate. Il lettore CD suona La distanza, il mio pezzo preferito dell’unico, meraviglioso LP di un gruppo veneto ormai sciolto, i Northpole. C’è una nota di vento nel basso, una brezza pensosa a cui la chitarra fa da contrappunto discreto. Gli archi aprono il suono, introducendo il ritornello. La voce del front manPaolo Baraldo, si adagia sulle note senza affettazioni, come se parlasse a un amico, usando parole semplici ed evocative, descrivendo la sua utopia: la lontananza che «alla fine va bene».

Tu sai sentire i miei mille respiri. Anche se siamo a chilometri.

Un’altra canzone descrive i miei tre anni successivi. Il titolo è, curiosamente, lo stesso: La distanza. L’autore è l’ex Scisma Paolo Benvegnù, la sua voce sottile sembra ballare aristocratica fra le note, come se si affacciasse, consapevole, sul palco di un teatro che abbia per pubblico lo stesso cantautore. Le parole sembrano cullarsi nell’estetica del suono delle lettere accostate, mentre la batteria sostiene, nella sua rincorsa ritmata, silenzi indispensabili, legami che si sfilacciano e una solitudine da reimparare.

Poi controlla l’instabilità di ogni nostro punto di contatto e spiegami cosa vuoi da me.

dedica_Baronciani_1_finInstabilità: è il 2008, sono a Lucca, perso nella folla. Allo stand Black Velvet scopro Quando tutto diventò blu, a firma di Alessandro Baronciani. La storia mi toglie il respiro: monolitica, di una potenza feroce, la leggo con il disagio di un riconoscimento segreto. La paura del mondo, delle proprie reazioni, il terrore che crolli tutto ciò che davamo per scontato.

Una volta ci siamo persi a un incrocio. La musica finì in quel preciso momento. Sotto il nastro era rimasto ancora il rumore del cuore

Anche l’esito della vicenda, apparentemente catartico, mi appare un filo teso sul nulla delle interazioni future. E i disegni: l’economia del tratto che incontra la precisione fotografica di certe scene in notturna, l’espressività dei volti, il tratteggio delle guance rosse, quel «sorriso disegnato male». Semplici ed espressivi, come se la voce di Baraldo fosse stata resa immagine. L’autore mi dedica il volume: «questo libro è di Vittorio!», recita una ragazza distesa, guardandomi. È proprio così, penso.
altro-prodotto_finMi interesso a Baronciani: passo dal disegnatore al musicista. Bevo il primo album che mi capita tra le mani. Si chiama Prodotto e la band ha per nome Altro. Undici schegge sonore che di rado superano il minuto e mezzo, per un post punk minimale, personale e riconoscibile. La copertina, bellissima nella sua austerità, è un invito e una dichiarazione programmatica: sei fiori bianchi nella tenebra, il nome del gruppo e il titolo della raccolta a caratteri piccoli, in secondo piano. Nessuna distrazione. Ascolto gli Altro in cuffia o in macchina, quando non c’è nessuno con me, custodendoli come un tesoro segreto e lasciando che le loro canzoni si fondano in un flusso di piccole istantanee di vita.

Quello che succede dopo è che incontro te. Ci riconosciamo, stiamo insieme. E penso che non ha senso continuare a scappare. Adori i gatti, mi proponi Mitsuru Adachi. Ti regalo La Mosca di Lewis Trondheim, fra i CD che ti preparo c’è Colapesce e il suo Un meraviglioso declino. Facciamo nostre Restiamo in casa e Satellite, le assimiliamo adattandole alla consuetudine della convivenza. Ti racconto Quando tutto diventò blu, perché la traccia 7 dell’album è ispirata alla graphic novel.
dedica_Baronciani_2_finUna sera andiamo al Testaccio a vedere un concerto di Colapesce. Non è solo, sul palco: dietro di lui c’è uno schermo bianco che si popola dei disegni di Baronciani, nati al momento per accompagnare le sue canzoni. È una doppia magia, una specie di convergenza: qualcosa di mio e qualcosa di nostro che si incontrano. Quando compro il volumetto Bao, Raccolta 1992 – 2012, Baronciani mi ritrae nella dedica. Due linee, sufficienti per un mio compiuto identikit. «Questo libro è di Vittorio!», solo che non è una ragazza, a recitarlo. Sono proprio io.

Ci sposiamo una bellissima mattina di dicembre. Sul sito che usiamo per la lista nozze inserisco il testo de La distanza dei Northpole. Perché quella canzone e quelle parole ci descrivono.

Tu riesci a dire tutto quello che voglio sentire

Questa storia si chiude sulla metro A, destinazione Anagnina: sono sveglio da poco, mentre vado in ufficio leggo un volume Bao. Autori: Baronciani e Colapesce, perché qualcosa è nato, da quella traccia 7 e dai concerti che hanno vissuto insieme. E quel qualcosa si chiama La distanza, manco gliel’avessi suggerito io, il titolo. La trama è semplice, ha un suo modo di essere sincera e diretta. C’è la musica che ho vissuto da quando vivo a Roma, i nomi di band che ho sentito più volte da Goodfellas sulla Prenestina, la Sicilia dove trascorriamo le vacanze da quattro anni, l’Ypsigrock dove vorrei andare, con te, un giorno. I disegni di Baronciani hanno rinunciato al tratteggio volumetrico, abbracciano un colore che mi piace meno dei suoi bianchi e neri, ma rimane la loro carica meravigliosamente riassuntiva e quella tendenza a evadere dallo spazio delle pagine per espandersi verso l’esterno.
Fra i mille fumetti con cui ho colonizzato la nostra libreria, mi piacerebbe che leggessi questo: perché è una storia d’amore in viaggio, di quelle che piacciono a te; una storia nata sul terreno fertile di errori passati, che sento molto mia. Talmente mia che la musica di sottofondo della scena centrale è una delle mie canzoni preferite di sempre. There’s a light that never goes out degli Smiths.

Vittorio Rainone

Vittorio Rainone

(Bari, 1975) Laureato per scherzo in Ingegneria Elettrica, con il cambio di millennio decise di trasferirsi a Roma, dove lavora dal 2000 in campo informatico. Appassionato di improvvisazione teatrale, drogato di musica e serie televisive, ha cercato di dare il suo contributo al mondo della narrativa con un romanzo, edito da una piccola casa editrice catanese, e una serie piuttosto nutrita di racconti che presto o tardi distribuirà nelle metropolitane. Da piccolo il fumetto per lui significava “Il Giornalino” e “Topolino”. Nel luglio del 1988 gli capitò fra le mani un albetto scuro intitolato “Il tunnel dell’orrore”. Tanto bastò per piantargli in testa il seme marcio della passione fumettistica: prima fu la Bonelli, poi vennero i mutanti Marvel e l’amore segreto per Kitty Pride. Nella capitale sventura volle che scoprisse l’esistenza delle Fumetterie. Il resto è un turbine confuso di graphic novels, recuperi supereroistici, pillole manga.

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