Ascoltava compulsivamente De André, adorava Ken Parker. La contagiai con la passione per i romanzi a fumetti e per gli Afterhours. Ma quando avevamo già comprato casa ed eravamo sul punto di, qualcosa si ruppe.
Questa storia inizia con un autobus che si allontana, lento, dalla periferia sud di Roma e dalla separazione recente. Ci sono io, dentro, e in cuffia l’album The Queen is dead degli Smiths. C’è un brano, There’s a light that never goes out, che sembra parli proprio di me, di quello che sto vivendo.
I never never want to go home, because I haven’t got one

Tu sai sentire i miei mille respiri. Anche se siamo a chilometri.
Un’altra canzone descrive i miei tre anni successivi. Il titolo è, curiosamente, lo stesso: La distanza. L’autore è l’ex Scisma Paolo Benvegnù, la sua voce sottile sembra ballare aristocratica fra le note, come se si affacciasse, consapevole, sul palco di un teatro che abbia per pubblico lo stesso cantautore. Le parole sembrano cullarsi nell’estetica del suono delle lettere accostate, mentre la batteria sostiene, nella sua rincorsa ritmata, silenzi indispensabili, legami che si sfilacciano e una solitudine da reimparare.
Poi controlla l’instabilità di ogni nostro punto di contatto e spiegami cosa vuoi da me.

Una volta ci siamo persi a un incrocio. La musica finì in quel preciso momento. Sotto il nastro era rimasto ancora il rumore del cuore
Anche l’esito della vicenda, apparentemente catartico, mi appare un filo teso sul nulla delle interazioni future. E i disegni: l’economia del tratto che incontra la precisione fotografica di certe scene in notturna, l’espressività dei volti, il tratteggio delle guance rosse, quel «sorriso disegnato male». Semplici ed espressivi, come se la voce di Baraldo fosse stata resa immagine. L’autore mi dedica il volume: «questo libro è di Vittorio!», recita una ragazza distesa, guardandomi. È proprio così, penso.

Quello che succede dopo è che incontro te. Ci riconosciamo, stiamo insieme. E penso che non ha senso continuare a scappare. Adori i gatti, mi proponi Mitsuru Adachi. Ti regalo La Mosca di Lewis Trondheim, fra i CD che ti preparo c’è Colapesce e il suo Un meraviglioso declino. Facciamo nostre Restiamo in casa e Satellite, le assimiliamo adattandole alla consuetudine della convivenza. Ti racconto Quando tutto diventò blu, perché la traccia 7 dell’album è ispirata alla graphic novel.

Ci sposiamo una bellissima mattina di dicembre. Sul sito che usiamo per la lista nozze inserisco il testo de La distanza dei Northpole. Perché quella canzone e quelle parole ci descrivono.
Tu riesci a dire tutto quello che voglio sentire
Questa storia si chiude sulla metro A, destinazione Anagnina: sono sveglio da poco, mentre vado in ufficio leggo un volume Bao. Autori: Baronciani e Colapesce, perché qualcosa è nato, da quella traccia 7 e dai concerti che hanno vissuto insieme. E quel qualcosa si chiama La distanza, manco gliel’avessi suggerito io, il titolo. La trama è semplice, ha un suo modo di essere sincera e diretta. C’è la musica che ho vissuto da quando vivo a Roma, i nomi di band che ho sentito più volte da Goodfellas sulla Prenestina, la Sicilia dove trascorriamo le vacanze da quattro anni, l’Ypsigrock dove vorrei andare, con te, un giorno. I disegni di Baronciani hanno rinunciato al tratteggio volumetrico, abbracciano un colore che mi piace meno dei suoi bianchi e neri, ma rimane la loro carica meravigliosamente riassuntiva e quella tendenza a evadere dallo spazio delle pagine per espandersi verso l’esterno.
Fra i mille fumetti con cui ho colonizzato la nostra libreria, mi piacerebbe che leggessi questo: perché è una storia d’amore in viaggio, di quelle che piacciono a te; una storia nata sul terreno fertile di errori passati, che sento molto mia. Talmente mia che la musica di sottofondo della scena centrale è una delle mie canzoni preferite di sempre. There’s a light that never goes out degli Smiths.
